Gsa Udine, Di Giulio: restituiamo i sogni ai giovani

Gsa Udine, Di Giulio: restituiamo i sogni ai giovani

Dalle emozioni per l’esordio casalingo a distanza di 7 anni dal suo ultimo match a Udine, agli obiettivi della Gsa Udine, allo stato di crisi in cui versa il basket nazionale: il centro romano classe ’79 si racconta a MondoUdinese.it

Un esordio da brividi. Domenica contro la Fiorentina Basket, Christian Di Giuliomaria ha giocato la sua prima gara al palaBenedetti dal suo ritorno a Udine. Il tempo sembra essersi fermato per il centro romano, applaudito e sostenuto dal pubblico friulano dal primo all’ultimo minuto. “E’ stato molto gratificante”, ha dichiarato a MondoUdinese.it nel corso di un’intervista nella quale ha parlato non solo degli obiettivi della Gsa Udine e dell’arrivo di Antonio Alejandro Porta, ma anche dell’attuale stato di crisi nel quale versa il movimento cestistico nazionale.

Di Giuliomaria, innanzitutto che emozione ha provato a scendere in campo al Benedetti davanti a un pubblico che, in gran parte, è lo stesso che l’ha sostenuta nella sua prima esperienza a Udine?

L’emozione è stata forte. Uno si immagina sempre come potrebbe essere e quello che è successo è stato di gran lunga migliore di quello che pensavo. So di essere rimasto nel cuore della gente per il mio modo di essere, ma non immaginavo così, a distanza di anni e dopo tutto quello che è successo. E’ stato molto emozionante e gratificante come uomo, prima ancora che come giocatore.

Per quanto riguarda la squadra che impressione si è fatto? Domenica l’abbiamo vista dare suggerimenti ai compagni da bordocampo, vestendo i panni di “allenatore aggiunto”…

Questo è un aspetto che mi appartiene. Poi con il passare degli anni ho cominciato a vedere molte più cose all’interno del campo. Quando hai 22, 23, 24 anni sei più molto più limitato dei miei attuali 36. Adesso cominci a vedere veramente tutto, capisci l’importanza di tutti gli elementi all’interno del campo. Anche questo è un modo di essere presente, con delle responsabilità, diverse rispetto a quando giocavo a Campli, però è una cosa che mi aiuta a restare in partita.

Qui c’è un altro giocatore di grande esperienza, Manuel Vanuzzo. Lo conosceva già prima di arrivare a Udine?

Ci ho sempre giocato contro, aldilà dei saluti, forse una volta una birretta in un post-partita… Di fatto lo sto conoscendo ora. Manuel si presenta da solo: quando a 40 anni hai ancora quel fisico, quella voglia e quella capacità di avere una parola per tutti… beh, che dire, è super, perfetto.

Che idea, invece, si sta facendo del girone B?

Sono molto onesto, scopro la serie B giornata dopo giornata. Anche a Campli mi sono sempre affidato a chi l’aveva fatta da anni, guardavo i video e ascoltavo i loro consigli. So per certo che in questo girone, così come avviene negli altri, tutte le formazioni di vertice disputano la stagione in funzione dei play-off e delle Final Four. Questo è un dato di fatto. Le squadre costruite per vincere in ogni girone, saranno tre, al massimo quattro. Ciò che conta ora è trovare sempre gli stimoli in tutte le partite, come quella di domenica scorsa dove il risultato sulla carta è scontato e deve servirci per migliorare in vista dei prossimi incontri.

Al termine del confronto con la Fiorentina, abbiamo sottolineato con coach Lardo che 190 punti in due gare (considerando anche l’impresa di sette giorni prima a Orzinuovi), non sono pochi per la serie B…

Vero, non sono pochi. Questo è un aspetto che sostengo da tempo, poi grazie a coach Piero Millina, in un anno e mezzo a Campli, ho avuto modo di riscontrare che è una verità assoluta. Se noi aumentiamo la nostra capacità di mettere palla là sotto, ma non solo con me, ma con qualsiasi tipo di giocatore, siamo talmente più fisici rispetto agli altri, che creiamo sempre un vantaggio, una zona, un raddoppio. In questo modo gli esterni possono tirare con largo vantaggio. Noi adesso dobbiamo unire la grande qualità che ha costruito Lino Lardo in questo gruppo, la circolazione di palla, alla capacità di essere cinici e di andare a far male. Cosa che sarà fondamentale quando le partite conteranno veramente. Oltre alla capacità di muovere la palla, far stancare gli avversari, massacrarli in difesa, dovremo essere bravi anche in attacco ad andare a colpire ogni volta dove non sono preparati.

Come giudica l’arrivo di Porta?

Super. Mi è venuto un sorriso da orecchio a orecchio e mi è tornato indietro (ride, ndr). Antonio è un playmaker che ogni pivot vorrebbe avere, ha sempre fatto la gioia di ogni lungo di qualsiasi squadra dove abbia giocato. E’ una persona eccezionale, è argentino, quindi è un tipo focoso, di quelli che piacciono a me. Non ho mai digerito i grandi ragionatori freddi, di quelli ho paura. Dei focosi, ai quali ogni tanto parte anche un vaff… li voglio sempre in squadra con me. Antonio è eccezionale e sono certo che darà tranquillità maggiore alla squadra. Se Gianluca Marchetti e Vittorio Nobile capiranno l’importanza di Antonio, forse è vero che ci sarà qualche minuto in meno, ma vedranno cose che nemmeno gli allenatori insegnano.

Infine, nel calcio si dice che i giovani non hanno più fame… e nel basket?

Non è vero che i giovani non hanno più fame, ai giovani sono stati tolti i sogni, che è diverso. E questo avviene soprattutto nel basket. Quando io avevo 14 anni e fui comprato da Cantù, Gianni Corsolini mi portò al palazzetto, mi fece vedere la panchina e mi disse “un giorno tu starai là”. E io vedevo, anno dopo anno, gli Juniores della Pallacanestro Cantù che diventavano nono e decimo della serie A. Quindi ogni giovane che lavorava nel settore giovanile aveva chiaro l’obiettivo, che era quello di arrivare in serie A e raggiungere un sogno. Nel corso degli anni si è perso tutto ciò. I giovani che sono andati in serie A, tolti i fenomeni che ci sarebbero arrivati comunque, sono stati scelti o per non fare i tesseramenti o per risparmiare sui contratti, con zero credibilità da parte delle società. I giovani vanno presi a bastonate sui denti e calci in c…, sono il primo a dirlo e lo faccio pure con i miei figli, però bisogna dar loro un sogno. Questo movimento è ora che ricominci a dare dei sogni, deve far capire ai giovani che, se vanno a giocare a pallacanestro, ci vanno non solo per passare il tempo, ma anche perchè possa essere una professione. Per prima cosa bisognerebbe investire sugli allenatori. Secondo me i capi-allenatore dei settori giovanili andrebbero pagati di più dei capi-allenatori di serie A, A2 o B, perchè la società affida loro il futuro stesso della società, ma in Italia non lo capiamo assolutamente. Ci mascheriamo dietro frasi fatte, che lasciano il tempo che trovano. Ricominciamo a dare i sogni ai giovani, e poi li “massacriamo”. Però secondo me ci vuole anche la “carotina”, che può arrivare solo dalla Federazione e dalla Lega con idee intelligenti e non sicuramente quelle che hanno tirato fuori fino adesso.

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