Rugby Udine Union Fvg, la “rivoluzione” di Edmond

Rugby Udine Union Fvg, la “rivoluzione” di Edmond

Il nuovo director del club friulano spiega: “Cerco di proporre un gioco corale, dove la parola-chiave è versatilità. Non voglio giocatori con i paraocchi”. E sugli obiettivi per la stagione in corso non si nasconde: “L’obiettivo minimo è raggiungere la pool promozione”

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Un cambiamento di mentalità nella Rugby Udine Union Fvg. L’arrivo del nuovo director Alan Edmond ha portato nuove metodologie di lavoro e nuove prospettive al club friulano. Classe 1967, Edmond è nato in Cornovaglia, ma ha vissuto la sua carriera agonistica (da pilone) in Australia, a Brisbane e dintorni. Un paradigma anglosassone che sembra essersi ambientato a meraviglia a Udine, dopo già collezionato importanti esperienze in Italia tra Colleferro, Mogliano e Gubbio.

Sono molto contento della scelta che ho fatto Udine è una società seria, con ottime strutture, una prima squadra giovane e Rugby Udine Union Fvg Alan Edmondpiena di potenzialità ed un interessante settore giovanile – ha dichiarato il tecnico, che oltre a rivestire il ruolo di coach della prima squadra guiderà anche le altre compagini del club -. Per quanto riguarda la prima squadra l’obiettivo minimo è qualificarsi per la pool promozione. Per il resto non ci poniamo limiti, i traguardi potrebbero crescere strada facendo. Per vincere il campionato servono sei piloni forti e noi al momento ne abbiamo quattro, però tutto può succedere”.

Sì, i piloni. Secondo Edmond le prime linee sono la pietra angolare del gioco, anche per chi vuole praticare un rugby di movimento. “Per un motivo molto semplice – spiega – se la mischia va indietro, tutta la squadra va indietro. Cerco di proporre un gioco molto corale, dove, aldilà delle abilità e competenze specifiche del proprio ruolo, tutti devono essere capaci di fare tutto, come avviene nelle squadre dell’Emisfero Sud. Il gioco moderno ha bisogno di giocatori versatili, che sappiano assumersi responsabilità e prendere iniziative, a prescindere, appunto, dal ruolo. Non sono per un gioco troppo schematico; lascio molto spazio alla creatività dei miei giocatori. C’è un canovaccio da seguire, ma poi spetta al giocatore saper leggere il gioco e scegliere la soluzione più efficace. Il rugby è un tipico sport di situazioni, non voglio giocatori con i paraocchi”.

Lo so – conclude – responsabilizzare gli atleti non fa parte della cultura italiana. Ma forse è proprio per questo che non riuscite a produrre un mediano di apertura di livello internazionale. I ragazzi spesso non vogliono giocare numero dieci perché si sentono addosso un’eccessiva pressione. Invece nelle squadre degli antipodi ci sono almeno 5 o 6 leader, praticamente uno per ogni fase di gioco, quindi la responsabilità delle scelte non ricade tutta esclusivamente sui mediani”.

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