Federsupporter: “O’ Spione”, figura istituzionale?

Federsupporter: “O’ Spione”, figura istituzionale?

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Nell’ottobre 2013 il Presidente della Lega Calcio di Serie B, dr. Andrea Abodi, d’intesa con “Transparency International”, la più grande Organizzazione mondiale avente lo scopo di prevenire e contrastare la corruzione, di cui la filiazione italiana, fondata nel 1996, è “Transparency International Italia”, aveva proposto di istituire, all’interno delle società calcistiche, la figura del cosiddetto “whistleblower”, vale a dire, letteralmente, colui che “fischiando” segnala qualcosa di illecito.

In “Capitalismo all’italiana”, pag. 90, Baldini – Castoldi – Delai Editori, 2005, l’ex Commissario della Consob, Salvatore Bragantini, a proposito della suddetta figura, così si esprimeva: “Il termine italiano più simile potrebbe essere “spione”, o “guastafeste”, ma è evidente la differente connotazione, positiva quella inglese, negativa la nostra”. 

Differente connotazione confermata dal Report “Un’alternativa al silenzio” dell’ottobre 2012 della stessa “Transparency International Italia” che, proprio a questa differente connotazione attribuiva una delle cause dello scarso utilizzo e della scarsa diffusione nel nostro Paese della pratica della denuncia di illeciti protetta da anonimato.

Quanto sopra, a maggior ragione, nel mondo del calcio, in cui, come rilevato dall’attuale Presidente dell’Autorità Anticorruzione, dr. Raffaele Cantone, a pag. 208 del suo libro “Football Clan”, Rizzoli Editore, 2012, “Comprare il silenzio degli spogliatoi è facile: al presidente Postiglione è bastato garantire il pagamento degli arretrati per mettere a tacere la protesta dei giocatori esclusi. D’altronde – come già emerso nell’istruttoria di Cremona – anche allenatori di prestigio, una volta venuti a conoscenza dei patti illegali, avrebbero scelto di non parlare: il caso di Antonio Conte, il mister dello scudetto juventino sospeso per dieci mesi con l’accusa di non aver denunciato gli accordi a tavolino del Siena, fa capire quanto sia diffusa la tendenza a voltarsi dall’altra parte”. 

Ciò premesso, nei giorni scorsi il Presidente, dr. Abodi, è tornato a riproporre il ricorso alle denunce di combine protette da anonimato. 

Peraltro, già con mia Nota del 16 ottobre 2013, consultabile sul sito www.federsupporter.it , avevo espresso più di una perplessità circa tale proposta.

Innanzitutto per il fatto che il Codice di Giustizia Sportiva (CGS) della FIGC prevede (art. 7, commi 7 e 8) l’obbligo di denuncia di illeciti, posto a carico dei tesserati, sanzionando l’inadempimento di tale obbligo con l’inibizione o la squalifica non inferiore a 6 mesi e con l’ammenda non inferiore a 30 mila euro.

Né, evidentemente, la denuncia in questione può essere e restare anonima, non giovando, in questo caso, al tesserato denunciante, ai fini della dimostrazione dell’adempimento del suddetto obbligo.

Ma neppure è ipotizzabile che possa restare anonima la denuncia da parte di un non tesserato.

Qualora, infatti, alla denuncia facesse seguito, com’è naturale e probabile, il procedimento disciplinare, l’identità del denunciante potrebbe continuare a non essere rivelata solo ove la contestazione dell’addebito risultasse fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla denuncia e ove la conoscenza di tale identità non fosse indispensabile per la difesa dell’incolpato (cfr art. 54 bis della Legge 6 novembre 2012, n. 190, “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”).

D’altra parte, il processo sportivo, secondo quanto stabilito dall’art. 2 del Codice della Giustizia Sportiva del CONI, assicura “La piena tutela dei diritti e degli interessi dei tesserati”, nonché attua “I principi della parità delle parti, del contraddittorio e gli altri principi del giusto processo”.

Ne consegue che l’anonimato della denuncia di un illecito sportivo risulterebbe, nella realtà, più teorico che pratico; e ciò pur volendo prescindere da altri aspetti negativi, come pure da me individuati nella mia Nota del 16 ottobre 2013.

Aspetti, quali: il pericolo di dar vita a un sistema simile a quello dei sicofanti nell’antica Atene, considerato che le denunce anonime sono il terreno preferito da mitomani e ricattatori.

Altre sono, a mio avviso, le misure da adottare e da attuare per contrastare il fenomeno delle combine in ambito sportivo.

Più precisamente, come in precedenza e più volte suggerito da Federsupporter, la qualificazione dell’omessa denuncia di un illecito sportivo, di cui un tesserato sia venuto a conoscenza prima dell’evento cui l’illecito si riferisce, come concorso omissivo nell’’illecito, sul presupposto che non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo (art. 40, comma 2, CP.). 

Nella fattispecie di cui all’art. 7, comma 7, del CGS della FIGC dovrebbe, quindi, rientrare solo l’omesssa denuncia di un illecito di cui il tesserato sia venuto a conoscenza dopo l’evento oggetto dell’illecito.

Questa soluzione consentirebbe di ovviare alla difficoltà di individuare “La linea di demarcazione tra illecito sportivo (art. 7, comma 1, CGS) e omessa denuncia dell’illecito stesso (art. 7, comma 7, CGS)………Il problema della linea di demarcazione di cui si è detto si avverte soprattutto sul piano probatorio, infatti, se i confini giuridici tra il comportamento volto ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara e quello che, invece, si concreta nell’omettere la denuncia di tali fatti (i.e. atti )appaiono chiari, nei singoli casi di specie non è sempre agevole decifrare, in fatto, se un soggetto ha posto (o tentato di porre) in essere la predetta attuazione o, semplicemente, ne era a conoscenza (eventualmente anche del semplice tentativo) e non ne ha riferito alla Procura 

federale oppure, ancora, non ne era neppur venuto a conoscenza o non lo aveva percepito nella sua esatta portata “giuridico – disciplinare”. In altri termini, l’incolpato, per rispondere della violazione dell’obbligo di denuncia, deve non solo aver compreso la portata degli atti costituenti illecito disciplinare, ma anche averne colto, seppur per sommi tratti  e non dunque al massimo livello di approfondimento, la loro antigiuridicità è il relativo disvalore sportivo. E’, quindi, necessario, ma anche sufficiente, che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che sia in corso la commissione di un illecito sportivo e sia in grado di percepirne l’antigiuridicità” (cfr pag. 22, Corte di Giustizia Federale, Sezioni Unite, decisione dell’11 novembre 2013).

Occorrerebbe, inoltre, che la giustizia sportiva, in tema di illecito, fosse sempre coerente con la propria giurisprudenza, secondo la quale “Ora, anche a voler trascendere da ogni disquisizione circa l’esatto limite tra probabilità rafforzata e raggiungimento di un convincimento oltre ogni possibile dubbio, si deve affermare che la responsabilità nella commissione dell’illecito sportivo è fattispecie che non può non scontare la difficoltà dell’acquisizione probatoria in senso pieno, essendo essa naturalmente e funzionalmente legata a comportamenti per loro natura sfuggenti, che trovano quasi sempre il solo riscontro nelle affermazioni dei partecipi al progetto illecito. Ma la ricordata difficoltà può essere superata ove si acquisisca una serie organica di elementi aventi una loro capacità oggettiva e generale che fanno raggiungere, al giudicante, il sereno convincimento, sulla base delle dichiarazioni e dei riscontri effettuati sulla loro genuinità, sull’assoluta verosimiglianza di quanto riferito” (cfr pag. 37, Corte di Giustizia Federale, Sezioni Unite, decisioni relative alle riunioni del 2, 3, 5 e 6 luglio 2012).

Coerenza che non sempre vi è stata, allorché la stessa Corte di Giustizia Federale ha derubricato incolpazioni per illecito sportivo a omessa denuncia di quest’ultimo, alla luce del principio penalistico “in dubio pro reo”, secondo cui, se sussiste un ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell’imputato, si deve decidere a favore dello stesso.

Laddove, l’evocata giurisprudenza ha, come visto, sancito che, viceversa, il grado di prova richiesto, pur dovendo essere superiore alla mera valutazione delle probabilità, deve essere, però, inferiore all’esclusione di ogni possibile, ragionevole dubbio.

Occorrerebbe, altresì, sempre in tema di illecito sportivo, che l’estinzione del reato di frode sportiva per prescrizione fosse ritenuta disciplinarmente rilevante nell’ambito dell’ordinamento sportivo.

Come è noto, infatti, l’estinzione del reato per prescrizione, mentre cancella l’illiceità penale di un fatto, non ne cancella l’eventuale illiceità sul piano civile, amministrativo e, per l’appunto, disciplinare.

Si tenga presente che la sentenza di estinzione del reato per prescrizione deve essere dichiarata d’ufficio dal giudice, in ogni stato e grado del processo, allorché non sia possibile pervenire all’assoluzione dell’imputato (il fatto non sussiste, non costituisce reato, l’imputato non lo ha commesso) e che la prescrizione è sempre rinunciabile da parte dell’imputato stesso che voglia conseguire una pronuncia assolutoria.

Occorrerebbe, ancora, che, all’art. 24 (Collaborazione degli incolpati) del CGS della FIGC, fosse stabilito, al fine di evitare un’eccessiva discrezionalità da parte del giudicante, che la riduzione delle sanzioni venisse determinata, tra un minimo di un terzo e un massimo della metà, esclusivamente secondo il criterio dell’utilità obiettiva della collaborazione, una volta stabilita l’entità delle sanzioni che si sarebbe dovuta applicare senza la collaborazione.

Per concludere, sul tema più generale della Giustizia Sportiva, si riportano, di seguito, alcuni illuminanti brani (pagg. 210 – 211 – 212 – 213 – 214) tratti dall’opera citata del dr. Raffaele Cantone.

“E’ illusorio pensare che la soluzione possa arrivare dalla giustizia sportiva, che non ha gli strumenti per indagare, non è stata finora capace di fare pulizia ma soprattutto è espressione di una federazione di associazioni private. Oggi i magistrati del football sono designati dalla Federazione italiana gioco calcio, che fa parte del CONI, il Comitato olimpico nazionale, e rappresenta i tesserati di questo sport. La procura – trattandosi di un organismo che deve perseguire solo violazioni disciplinari – non ha poteri di indagine. Non può, per esempio, ordinare controlli né tantomeno eseguire perquisizioni o intercettazioni: può soltanto interrogare i tesserati. Tutti i procedimenti sono quindi basati sugli atti forniti dalla magistratura penale……

Serve una rivoluzione che permetta di passare dalla giustizia di corporazione alla reale tutela di un bene pubblico, che ha una rilevanza economica e sociale senza pari……

Invece la magistratura del calcio ricalca quella di qualunque associazione professionale, come se fosse un collegio di probiviri chiamati a valutare la correttezza di avvocati , medici, notai o giornalisti. Può infliggere multe o sospensioni, ma come ha dimostrato l’esito del caso di Luciano Moggi – dove i provvedimenti finali sono stati di portata limitata rispetto alle dimensioni degli illeciti che hanno condizionato campionati e scudetti – , si ispira ad una logica di trattativa, che punta al raggiungimento di una mediazione tra gli associati più che alla salvaguardia del calcio…… 

Le decisioni dei commissari della FIGC vengono pagate spesso dall’intera collettività. E’ un potere che appare sproporzionato rispetto alla natura della Federazione: non ci sono altre leghe, associazioni professionali o corporazioni che siano in grado di incidere così tanto nella vita della nazione……

Il sistema attuale della giustizia sportiva non è in grado di contrastare il dilagare degli illeciti. Intorno al pallone si muovono interessi colossali, reti di poteri e, in modo sempre più massiccio, mafie italiane e straniere. Una commissione disciplinare non può affrontare una minaccia del genere: non ha mezzi né strumenti. Le sentenze sono inevitabilmente basate sulle dichiarazioni degli imputati, sempre caratterizzate da intenti difensivi, senza tenere in considerazione i pericoli di deposizioni mirate o falsificate……

Occorre un riforma profonda, che deve essere discussa in tutte le sedi, a partire dal Parlamento, e non solo nell’ambito della comunità calcistica. Perché ormai è manifesta la necessità di definire un nuovo modello di vigilanza dotato di professionalità e autonomia. La nascita di uffici con effettive capacità di indagine, con organici adeguati, con figure qualificate e preparate: investigatori e giudici a tempo pieno, e non ispettori della domenica come se il calcio fosse ancora dilettantistico……

Tutti si chiedono come affrontare la sfida, ma finora non è ancora stata individuata una formula vincente. Nelle analisi internazionali viene posto l’accento sulla deterrenza e si punta sull’ipotesi di creare pool specializzati che sorveglino i campionati con controlli a sorpresa e interventi mirati dove si evidenzino situazioni particolarmente a rischio……

Questi detective dovrebbero intervenire nei casi in cui la combine è più smaccata, aprendo immediatamente istruttorie. Il tutto nella massima riservatezza, mantenendo segreta l’indagine fino al momento in cui i sospetti non si trasformino in indizi……

E’ chiaro però che solo le forze dell’ordine hanno gli strumenti per entrare nel cuore del problema come le banche dati e la possibilità di accedere a gran parte degli atti della magistratura. Ed è fondamentale stabilire canali per rendere rapido lo scambio di informazioni tra procure, polizie e detective sportivi……

Forse si potrebbero ottenere risultati più concreti imitando un modello che ha già dato buoni risultati: ipotizzare cioè un reparto specializzato che agisca alle dipendenze funzionali del ministero dello Sport o di un altro dicastero.

Nel nostro paese esistono già numerose unità di questo tipo, che hanno dato prova di grande efficacia: la più nota è il NAS dei carabinieri……

Ma ne esistono altre che si occupano di ambiente, di beni culturali, di sicurezza sul lavoro: hanno la forza dell’esperienza, quando si muovono sanno cosa cercare e possono sfruttare la rete territoriale dei corpi per ottenere informazioni ovunque.

 Non è un caso se questo approccio nato in Italia negli anni Sessanta per combattere il traffico di reperti archeologici abbia fatto scuola in tutto il mondo”. 

(Avv. Massimo Rossetti, Responsabile dell’Area Giuridico – Legale- FEDERSUPPORTERS)

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