Capitano, o mio capitano

Capitano, o mio capitano

Giampiero Pinzi ‘annuncia’ su Instagram il suo ritorno a Udine con una immagine, nessuna parola. Perché a volte non servono. Sarà accolto da capitano, con una targa, con uno striscione in suo onore e le maglie coniate per lui esibite con orgoglio. Perché le bandiere vere a Udine non si ammainano mai.

Ci sono giocatori che passano e giocatori che anche se vanno via non passeranno mai di moda e per sempre rimarranno scolpiti nei cuori dei tifosi. Giampiero Pinzi è uno di questi.

E mentre a Udine si discute di Di Natale che a fine anno lascerà perché non trova più spazio, il vero Capitano per praticamente tutti i  tifosi è lui, il ‘Guerriero‘. Che tornerà al ‘Friuli‘ da avversario, ma sempre  “Uno di noi”. Che  sarà anche lo striscione che verrà esibito in suo onore sugli spalti. Ci sarà anche una targa e i tifosi sono invitati a indossare la maglietta che fu coniata per lui quando a settembre ci fu l’addio.

Che oggi appare ancora più incomprensibile di allora. Perché un club (non solo l’Udinese) dovrebbe capire che ci sono giocatori e giocatori. E le bandiere non si possono ammainare. Anche se in campo possono faticare a trovare spazio ci dev’essere sempre un posto per loro. Come leader dello spogliatoio e, magari, anche come futuro dirigente. Non sono molti a poter ambire a questo: Pinzi lo era ed è davvero incomprensibile come non sia sia potuto trovare un accordo per il rinnovo del contratto.

Per Totò Di Natale c’è stato sempre un trattamento diverso: Paròn Pozzo lo ha (giustamente) coccolato. Lo ha trattenuto anche quando Totò faceva i capricci (per due stagioni si ricorderà il tira e molla se restava o meno). Certamente i 208 gol sono un motivo valido per farlo, ma è anche vero che Di Natale non è mai entrato nei cuori così come Pinzi.

A settembre quando fu preferito per il suo ruolo Iturra molti si sono chiesti come sia stato possibile fare una scelta del genere. Senza nulla togliere alla simpatia del cileno, è parso subito chiaro che sia in campo, sia nello spogliatoio Pinzi poteva fare ancora la differenza.

Ma perché tanto affetto? Semplice, Pinzi incarna quello che la gente vuole da un giocatore. Cuore, valori, grinta, rispetto per la maglia, identificazione con i tifosi. Non serve molto a entrare nei cuori: a volte basta una gara giocata fino alla fine col cuore anche se stai perdendo 3-0, a volte basta una chiacchierata con la gente comune  a fine partita perché è da lì che provieni e non te lo vuoi dimenticare. A volte basta questo.

E non importa se i gol non sono tanti e i cartellini sì (memorabili per certi versi quelli presi nel suo derby personale con la Roma, ma imprendibile è quello preso col Liverpool ). Non importa se a 34 anni magari non puoi più pensare di essere titolare: è la presenza, il carisma che fa la differenza.

Le bandiere non si ammainano mai, in quanto simboli. Farlo significa passare su tutto, mentre ci sono delle cose incalpestabili. Pinzi torna domenica. Lui stesso sul suo profilo Twitter, senza parole, senza troppe cose da dire, ha inserito una foto che lo ritrae a combattere nella gara col Liverpool. Una delle tante battaglie.

Capitano o mio capitano, diceva lo studente salito sui banchi nella scena finale del bellissimo “Attimo fuggente”. Ecco sarebbe bello che tutti salissero in piedi domenica sui seggiolini per urlare silenziosamente  che i capitani veri non vengono dimenticati.

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