Pausa di riflessione

Pausa di riflessione

Sapete perché Bohemian Rhapsody dopo 40 anni di passaggi ha mantenuto tutta la sua originalità e la sua freschezza? Semplicemente perché è perfetta, geniale, si fa amare. Provate a farla cantare da cinque su qualunque palco e la gente verrà dietro, ne canterà ogni singola parola. Divertendosi per la spregiudicatezza, sorprendendosi per la teatralità.

Sapete perché l’Udinese dopo 20 anni di Serie A non riesce ad appassionare più nemmeno i suoi tifosi? Perché la gente bianconera si sente distante, a malapena cita la formazione quando lo speaker la esorta (non sempre è facile ricordarsi tanti stranieri e tanti nomi di passaggio). Non si diverte più, non si sente trascinata. L’Udinese è diventato un prodotto commerciale e come tale lo si prende, tra sponsor, palchi, lustrini e poca anima.

In campo ci va una squadra che dovrebbe appassionare, che anche se non eccelsa dovrebbe far battere i cuori per farla sentire meglio: invece, purtroppo, la sensazione è che ci sia una sorta di disinteresse, come quando si guarda un brutto film o si ascolta una canzone costruita solo in studio. Manca l’anima, manca quello che oggi qualcuno chiama X Factor.

L’Udinese che perde a Napoli è talmente prevedibile, come una musica costruita negli studi di ‹ Amici ›, che annoia. Modulo, giocatori, mentalità, non hanno nulla che possa far dire che c’è qualcosa di originale. Quando la squadra in maniera analoga lottava per salvarsi tanti anni fa (qualcuno di voi lettori non era nemmeno nato allora), la gente friulana si stringeva comunque ai colori. I giocatori avevano un  nome e forti o meno forti che fossero stati, mantenevano quel legame che ancora oggi li fa ricordare: nomi come quelli di Totò De Vitis, Giuseppe Catalano, Davide Zannoni, Agostino Jacobelli,  oggi non attrarrebbero i procuratori e, quindi, gli sponsor, ma avevano dalla loro un qualcosa che alla fine è fondamentale. Ci mettevano più cuore e meno tatticismi, più passione e meno autoscatti sui social. A volte non bastava, a volte erano più individualisti di altri, a volte solo ambiziosi, ma avevano qualcosa che oggi se la scordano.

E l’Udinese che non riesce nemmeno a riempire il nuovo stadio ha un peccato originale da cui non può sottrarsi: vendere l’anima al diavolo del commercio non  può risultare indolore. Certo per anni in cambio ha avuto una politica che l’ha saputa tenere ai vertici, ma una volta che anche altri si sono adeguati non ha saputo cavalcare i tempi,  riscoprendosi mediocre. Ma non tanto nei risultati, quanto nei contenuti.

Questa Udinese è figlia del suo tempo, ma non è certamente figlia dei suoi tifosi e questa è la cosa più grave da affrontare: allenamenti a porte chiuse, lucchetti e regole da prime donne l’hanno resa distante.

Forse si salverà (come sempre con l’auto di altrui demeriti), ma non riceverà clacson  in strada, non  verrà ricordata, non verrà incitata più di quanto lo si faccia per inerzia.

Qualcuno si dovrebbe preoccupare perché le nuove generazioni devono arrivare allo stadio accompagnate, piuttosto che scegliere di recarsi da soli come accadeva tanti anni fa. No, non è solo la società che è cambiata. E’ l’estremizzazione del calcio diventato industria, ad aver allontanato tutti.

L’Udinese che perde a Napoli è una musica opaca, artefatta, quasi prevedibile in tutte le sue note. Figlia di un club che ha perso quel’X Facotr che serve a trovare i giusti accordi, un club diviso tra più interessi, dove la parola ‹ commerciale › risuona prepotente in tutti gli anfratti.

La sosta faccia riflettere: la corsa salvezza è più che mai tesa, l’Udinese deve ritrovare prima di tutto la sua gente. Non si faccia l’errore di chiudersi ancora più a riccio per cercare antagonisti laddove non ce ne sono. Serve essere uniti, ma serve un rapporto più umano, più vicino, più fitto per ritrovare gli amici perduti.

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