Udinese: buona volontà ma…

Udinese: buona volontà ma…

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Iniziamo, come al solito, parlando d’altro. Illudendoci che quanto succede sui prati rullati d’Italia, e coinvolge l’Udinese calcio essepià, sia appunto solo calcio, solo calcio, solo calcio e perciò una bagattella.
Tredici anni fa ci salutava il guerriero rossoblu Signorini. Se lo portava via, come dopo qualche anno Stefano Borgonovo, quella malattia che trasforma déi greci in uomini attoniti. Ma solo nel fisico: mi rimarranno nel cuore le lacrime del capitano di fronte alla sua curva, poco prima di morire. Non lacrime di dolore, né di rassegnazione, ma di rabbia per non essere sugli spalti a saltare con i suoi tifosi.
Capitano: bella parola pregna di significato. Ho scritto qualche giorno fa delle amabili divergenze che mi dividono da alcuni tifosi “sempre e comunque totalmente dipendenti”. Ciò risale a qualche decina di mesi fa, quando mi permisi di dire che plaudo il signor Di Natale Antonio per le centinaia di reti fatte, ma la gratitudine la riservo ad altri (e più datati) giocatori. Apriti cielo! Mi riferivo anche al fatto che per scelta, dato che ad appositi affaticamenti muscolari e Babbo Natale ho smesso di credere (pur pesando quasi come oggi) frequentando la quinta elementare, il capitano diserta da qualche anno la trasferta nella sua Napoli. Credo l’ultima esibizione partenopea risalga al gennaio 2009 quando (di sabato pomeriggio) segnò anche un rigore per il 2-2 finale (capolavoro di Quagliarella, e rete mangiata da Pasquale a tempo quasi scaduto). Amen. Ma non mi si venga a chiedere firme sulla causa di beatificazione. Ognuno ha le proprie debolezze: non se la sente più di giocare contro gli azzurri per cui fece il raccattapalle, ne prendo atto. Fosse sceso in campo con quell’atteggiamento avremmo giocato in dieci. Zitti: niente ironie.
In una domenica nella quale la buona volontà messa in campo dall’Udinese ha fruttato l’ovvio e solito punteggio, l’assenza di un totem come Totò ha urlato forte e chiara. Non posso, non potevo pretendere che Colantuono si scoprisse Sacchi e giocasse aggressivo a Napoli, per cui capisco che abbia pensato di metter un uomo su Marekiaro Hamsìk allo scopo di annullarlo. Col risultato che nei partenopei avrà giocato meno lo slovacco, ma (pur in una serata di media vena) sono scesi ripetutamente con folate offensive degne dei loro schemi, che stanno a quelli bianconeri come un’equazione di primo grado sta ad un’imitazione dilettantesca d’opera di Jackson Pollock. Nel primo tempo tutto sommato l’Udinese ha tenuto botta, rischiando il giusto data l’incommensurabile differenza di spessore tecnico e tattico, concedendo ai domestici una mezza dozzina di occasioni (in un paio decisive parate di Orestone nostro). C’è voluto un colpo di biliardo di Gonzalo Higuaìn, nella ripresa, per girare la gara. Di lì in poi partita in discesa per gli uomini di Sarri, che hanno tenuto in apprensione l’Udinese con rapide ripartenze, rendendo al contempo meno serena (ma lo è mai stata, serena?) la sterile manovra bianca e nera.
Tutto qui? Sì. Tutto qui.
Un tiro in porta, capocciata credo di Widmer deviata in angolo da Reina con la difficoltà con cui Mayweather stenderebbe uno come me al primo secondo di un round di boxe; una mezz’oretta riservata ad Aguirre, mentre prima si cercava di coprire il copribile lasciando Cirillo in preda ad un inutile vagabondaggio lassù, solo e al freddo. Debbo dire che oggi ancor più del solito ho capito zero dello schieramento: Wague e non Pirìs contro i veloci corridori napoletani; Lodi a palleggiare in mezzo al centrocampo folto azzurro e aggressivo, risultando inguardabile; Badu perso alla causa della manovra per tenere a bada un avversario; Bruno Fernandes di professione mezzala offensivissima cui fanno fare tutto meno che quel che vorrebbe: largo sulla fascia è un paradigma di inutilità.
Risultato? Se prende un goal, e di fronte si trova una formazione organizzata, l’Udinese difficilmente riesce a recuperare. Perché non ha il cambio di passo, né la qualità necessaria per trasformare una gara di contenimento nell’assalto finale all’arma bianca. Lo so: commento ciclostilato, ma non è causa mia se questi vinciucchiano col Frosinone, pareggiano con il Sassuolo e senza far miracoli le prendono dalle grandi del campionato.
Settimana scorsa qualcuno ci tacciò di prevenuto pessimismo perché consideravamo la classifica udinese a rischio, sorriducchiando le testuali parole “non mi sembra una classifica da allarme rosso”. Oggi i punti di vantaggio sulla terzultima sono solamente uno, uno solo. E domenica arriva a pranzo la Samp-e-Doria, cliente bruttissimo perché con il paso-doble dei difensori bianchineri si rischiano polmoniti, causa le folate di Eder e Muriel. Ancora fiduciosi e tranquilli? Ne prenderei atto. Il calcio è bello per questo, no? (cit.)
Non infierisco. Rientro oggi da Londra con il palato ancor buono delle amicizie internazionali, delle degustazioni con colleghi di mezza Italia con cui siamo famiglia e non mai concorrenti; la difesa strenua delle qualità enoiche locali, l’assenza totale di mediocrità. A quella ci pensano i miei carissimi podòsferi: ormai guardo le gare dell’Udinese con l’occhio ennuyé del bevitore di assenzio, cosa che credo di averVi già detto; così come ho sostenuto mille volte di esser tanto scarsamente imparziale da smaniare per giocatori anche solo modestamente impostati. E di questi venticinque, ne vendessero venticinque mi farebbero passare i peggiori due secondi della mia vita. Sì, includo il capitano. E riallacciandomi al titolo, buona volontà ma il calcio è un’altra cosa; la serie A è un’altra cosa. L’Udinese, intesa come squadra con la U maiuscola, è un’altra cosa. Chi voleva soffrire dopo anni di grandi risultati è accontentato, perché quest’anno si andrà avanti così fino alla fine. Con Colantuono? Mah. La mia opzione alternativa se n’è andata, portando il Bologna già alla pari con noi (settimana scorsa l’ho già battezzata salva, la formazione petroniana). Il mercato offre ben poco. Staremo a vedere. Ma sia chiaro: la mediocrità scende in campo, non è solo né tanto in panca.

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