Udinese, tra il dire e il fare

Udinese, tra il dire e il fare

L’Udinese non sembra aver ancora cambiato politica. Ma soprattutto non sembra aver preso di petto il vero problema di fondo che perdura da anni, uno spogliatoio difficile, eterogeneo, fatto di stato gruppi, individualista

Tra il dire e il fare in casa Udinese c’è un mare di problemi da aggiustare. La rivoluzione che sembrava voler attuare Paròn Pozzo per ora ha travolto solo De Canio (‘colpevole’ di aver perso quattro gare su nove) e il diesse Giaretta, al quale di colpe specifiche non gliene diamo. Del resto se un dirigente come un direttore sportivo ha sbagliato, vuol dire che è mancato chi gli doveva stare sopra.

IL PROBLEMA DI FONDO Parliamoci chiaro: il problema di fondo di questa Udinese è uno e soltanto uno, ovvero uno spogliatoio eterogeneo, anarchico, individualista, portato a creare sotto gruppi e privo di leadership carismatiche e attaccate al senso della maglia.
L’anno scorso proprio Pozzo Sr lo aveva detto quando stava presentando Stefano Colantuono: serviva, a suo dire, un generale di ferro come il tecnico di Anzio per tenere a bada quello che aveva definito un gruppo ‘difficile‘. Si sa com’è andata.
Oggi si è scelto un altro generale, o almeno così è stato dipinto, che porta il nome di Beppe Iachini. Insomma si bada a tenere a bada il gruppo, piuttosto che perseguire un’idea di sviluppo che va dalla qualità dei giocatori fino, ovviamente, al gioco che attuano.

QUALITÀ E INDIVIDUALISMI Ha preso poi piede una strana idea, che lo stesso Iachini ha portato avanti in sede di presentazione: “questa squadra non meritava la classica finale che ha mostrato“, la sintesi del pensiero comune che aleggia in Piazzale Argentina. Ma come? Non sono i numeri a spiegare una squadra? Si rischia di sbagliare grossolanamente il giudizio se si parla di qualità solo come valore tecnico. Uno per uno questi giocatori attualmente in rosa non sono scarti, ma la qualità va ponderata con un giudizio che comprenda adattamento alla città, spirito di gruppo, ambizione, predisposizione al sacrificio e anche alla panchina. La brutta sensazione è che ci siano troppi personaggi che volteggiano attorno ai bianconeri e quando qualcuno non gioca, ecco scattare il malumore.

LA RIVOLUZIONE DOV’E’?  Il mercato non sembra andare nella direzione di una rivoluzione che porti volti nuovi e agguerriti, bensì in un’idea di cambiamento che porti altri stranieri che però siano alla pari di quelli che ci sono già (o anche inferiori come nel caso dell’oggetto misterioso Hamdi), in modo che non diventino prime donne in un gruppo che ne ha già molte, anche se obiettivamente motivi per pavoneggiarsi ne hanno pochi. Iachini avrà un compito durissimo se questa politica continuerà. Perché non è con il bastone che si raddrizza chi pensa a sé piuttosto che al bene comune. Non serve nemmeno la carota a essere onesti, ma serve piuttosto un progetto. Fino a qualche anno fa l’unica critica che si muoveva era che l’Udinese peccava di esperienza, troppi giovani che dovevano essere allevati e lanciati. Ma la cosa funzionava, del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Certo forse qualche tifoso si poteva attendere qualche conferma in più, invece delle cessioni non appena diventavano noti, ma questo è un altro discorso. Il progetto era chiaro.

IL PROGETTO DOV’E’? Oggi non c’è idea di progetto: va bene che le comproprietà non ci sono più e che la concorrenza si è agguerrita, ma è anche vero che l’Udinese sembra diventata una seconda scelta. E questa sensazione la percepiscono gli stessi giocatori, che quindi pensano alla loro carriera (spesso oramai arrivata al viale del tramonto) piuttosto che alla crescita in squadra. Anche l’anno prossimo ci saranno parecchi ultra trentenni in rosa e di arrivi mirati per adesso nemmeno l’ombra. El Arabi e Foulquier, annunciati da Gino Pozzo, fanno parte dell’accantonamento del Granada. Mancano soprattutto idee che portino a un arrivo massiccio di italiani. Che non sono più forti tecnicamente degli stranieri, ma hanno quelle qualità aggiuntive di cui sopra parlavamo. Sono loro che devono essere l’ossatura dello spogliatoio, ma oggi dove sono? I giovanissimi Meret e Scuffet (sempre che rimangano) non hanno il carisma per dettare legge, Lodi non è visto come leader, l’unico che rimane è Felipe.

Poco, troppo poco per correggere il problema di fondo che è emerso. Cambiare allenatori o dirigenti può servire a dare alla piazza il senso di rinnovamento, ma da qui ad agosto c’è molto altro da lavorare.

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