Anno di passione più che di transizione

Anno di passione più che di transizione

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Si conclude con il match che vedrà opposta domani pomeriggio l’Udinese al Sassuolo la stagione interna dei bianconeri friulani.
Esattamente un anno fa si chiudeva l’era-Guidolin, i lavori di ammodernamento dello stadio “Friuli” entravano nella fase di massima esecutività, e, date queste premesse, fin da allora si capiva che l’annata 2014-2015 da vivere in tutti i sensi sotto l’arco dei Rizzi avrebbe avuto caratteristiche tutte sue. La scelta del successore di un tecnico vincente come quello di Castelfranco rappresentava uno degli snodi piu’ importanti da cui ripartire, cosi’ lo sfogliare la margherita da parte dei Pozzo fini’ col dare l’investitura al giovane Andrea Stramaccioni reduce da un anno sabbatico dopo un’avventura interista sulla quale, proprio all’indomani del tracollo interno contro l’Udinese nel maggio 2013, vennero fatti scorrere i titoli di coda.
Il mister romano da parte sua cominciò come meglio non avrebbe potuto il suo cammino in Friuli: nella conferenza stampa di presentazione le sue indubbie capacità di instaurare una positiva dialettica con i media vennero subito a galla e tali si sarebbero confermate  lungo tutto l’arco di questa annata. Seguirono la fase di mercato con la costruzione di una Udinese anch’essa nuova che, nel solco della tradizione, si vedeva privata a centrocampo di due importanti tasselli come Basta e Pereyra; le operazioni in entrata furono invece bollate con la solita parsimonia in termini di indulgenza da parte delle testate giornalistiche nazionali, e con la sottolineatura di qualche ventata di novità da parte della stampa locale. Non particolarmente esaltanti le amichevoli estive;  piuttosto brillante fu invece l’esordio in Coppa Italia contro una non irresistibile Ternana, anche se apparve evidente come il primo vero banco di prova sarebbe stato il debutto in campionato contro l’Empoli. Per meta’ gara l’undici toscano tenne in scacco l’Udinese e, considerando l’arco degli interi 90 minuti, evidenziò pregi e difetti di quello che sarebbe stato il suo campionato: personalità e gioco invidiabili per una neopromossa, ma anche ingenuità che in un torneo come la serie A si pagano a caro prezzo. Peccati veniali che un goleador di razza come Totò Di Natale puni’ nella ripresa senza pietà, prima imbeccato da un Muriel ancora bianconero e poi da un difensore avversario, il francese Laurini, dopo uno sciagurato passaggio all’indietro verso il portiere Sepe. La striscia positiva allo stadio “Friuli”, per la gioia dei circa 10.000 sostenitori inglobati gioco forza in tribuna quando il resto dell’impianto era di fatto un cantiere a cielo aperto, era destinata a durare ancora un po’. Ne fecero le spese prima un Napoli presentatosi alla sfida contro le zebrette con un organico depotenziato in parte dalle scorie lasciate dalla prematura fuoriuscita dalla Champions, ed in parte dal turn-over spinto all’eccesso del proprio allenatore, e poi il Parma, il cui travaglio societario era, nel settembre dello scorso anno, solo all’inizio. Nel match contro gli emiliani Cyril Thereau pareva proporsi come spalla ideale di un capitano testardamente proteso verso il traguardo dei 200 gol in serie A.

Una settimana ancora, e nuovamente un match interno, contro un’altra neopromossa, il Cesena di Bisoli messo non molto bene in classifica. Questa è stata la partita che qualcuno ha definito un match spartiacque nel campionato bianconero: il sogno era un momentaneo aggancio della Juventus al vertice, un sogno che malgrado un primo tempo opaco pareva materializzarsi dopo la rete di Bruno Fernandes. Un sogno mandato in frantumi in zona Cesarini da un tuffo in area friulana degno del grande Dibiasi da parte del cesenate Rodriguez: rigore fantasma trasformato da Cascione e addio primato temporaneo. Nessuno poteva immaginarsi che questo fallito aggancio alle posizioni di vertice avrebbe coinciso con l’inizio di una fase altalenante, dal punto di vista delle prestazioni e dei risultati, da parte dell’Udinese. Venne si’ messa sotto l’Atalanta dopo un buon primo tempo e nulla piu’, ma poi il Genoa sbancò nettamente Udine malgrado una partenza ad handicap ed una rete dell’inossidabile Totò dopo nemmeno un minuto di gioco, in un pomeriggio d’autunno dove lacune tecniche, tattiche, fisiche e temperamentali dell’impianto stramaccioniano vennero al contrario messe a nudo dalla sagacia di un nocchiero navigato come Gian Piero Gasperini.

La parabola discendente delle prestazioni interne della squadra friulana era destinata a durare per un tempo ben piu’ lungo di quello previsto da tifosi ed addetti ai lavori. Se il capitano era destinato a toccare quota 200 contro il Chievo, in una prestazione che fruttò la miseria di un punto e segnò un altro preoccupante passo indietro dal punto di vista della difficoltà a proporsi in zona gol, e poi 201 nell’inutile vantaggio provvisorio poi ribaltato dall’Hellas Verona, la serie interna negativa proseguiva senza soluzione di continuità, con il gol-fantasma del romanista Astori. Il colpo di testa dell’ex cagliaritano (palla finita oltre la riga dopo la traversa oppure no?), se da una parte rendeva ormai inevitabile e necessario il ricorso all’”occhio di falco” a partire dalla prossima stagione, dall’altra regalava un gusto terribilmente amaro alla Befana del tifoso bianconero. Udinese a corrente alternata anche contro il Cagliari, a chiusura del girone d’andata. L’evanescenza dell’attacco friulano e una distrazione in difesa consentivano ai sardi di chiudere in vantaggio il primo tempo. Reazione rabbiosa all’inizio del secondo griffata da Allan e Thereau, poi consueta tendenza ad abbassarsi e a perdere metri di campo, nuova disattenzione finale con mano galeotta di Heurtaux, penalty per i rossoblu e altri due punti gettati al vento proprio sul filo di lana. Poi, il punto forse piu’ alto della gestione di Strama: pari imposto alla corazzata Juve, prova stratosferica di Allan che cancella un certo Pogba e che guarda caso, proprio in tempi attuali, sembra essere finito nelle mire di Madama per il rafforzamento di un centrocampo che nella prossima sessione di mercato potrebbe far registrare partenze eccellenti fra i torinesi. Ma anche dopo una prova cosi’ scintillante, il leit-motiv del campionato dell’Udinese era ormai individuato nella discontinuità di rendimento.

Nel segno di una perdurante –questa si’- assenza di alternative di gioco sul fronte bianconero, ad una Lazio che non era certo quella fenomenale ammirata in quasi tutto il girone di ritorno, il 15 febbraio bastò il rigore trasformato da Candreva per espugnare il “Friuli”. Un ex “fortino” che pareva letteralmente stregato quando un ex sempre nei cuori dei friulani, Fabio Quagliarella, portò avanti il Torino nella successiva esibizione interna degli uomini di Stramaccioni. Ma il veccho cuore granata diventò in quell’occasione vecchio cuore bianconero e, piu’ con la forza dei nervi che con la tecnica, grazie a Di Natale, ad un tocco di Kone sporcato da Molinaro ed alla prima rete in serie A del sorprendente difensore maliano Molla Wague, l’Udinese tornò a vincere dopo settimane. Ma era l’ennesimo fuoco di paglia. Un buon primo tempo al cospetto della Fiorentina contrassegnato dal vantaggio firmato ancora una volta da Wague rischiò di non bastare per evitare un nuovo stop interno, visto che ad inizio ripresa, nel giro di tre minuti, Mario Gomez, uno dei piu’ contestati e deludenti protagonisti della controversa stagione viola, firmò l’uno-due che lo fece assurgere al ruolo di eroe di giornata, complice una piu’ che distratta retroguardia dell’Udinese. L’orgoglio tutto greco di Panagiotis Kone evito’ un nuovo ko. Ma questo trend ad arrancare in casa venne reso ancor piu’ manifesto nella successiva gara interna.

L’abulia dei bianconeri ed un caldo micidiale, il primo della stagione, contribuirono a far grande il Palermo oltre i suoi meriti: 3-1 per i rosanero con Di Natale, sempre lui ed ancora lui, ultimo ad arrendersi. Poi la vittoria contro il Milan, scatto d’orgoglio di un’Udinese ferita, di fronte ad una compagine rossonera inesistente. Epica la prestazione di tre giorni piu’ tardi, contro l’altra milanese, l’Inter, che viene raggiunta sull’ 1-1 da un Di Natale infinito bravo ad agganciare nella classifica dei marcatori all-time di serie A Roberto Baggio, e che fatica a mantenere il successivo vantaggio malgrado un’Udinese ridotta in nove per le espulsioni di Domizzi nel primo tempo e di Badu nella ripresa. E si arriva alla storia d’oggi, con la sfida dello scorso 10 maggio contro la Sampdoria nella quale si rivedono spezzoni di tanti film interpretati dai bianconeri in questa stagione, piu’ di passione che di transizione per società, squadra e tifosi: gambe molli di fronte al caldo che avanza, scarsa pericolosità in zona gol, vantaggio avversario maturato al primo affondo serio ed agevolato da una certa leggerezza difensiva, resa incondizionata dopo il raddoppio degli uomini di Mihajlovic. Ed ora dulcis –ma nemmeno tanto- in fundo, dopo una stagione cosi’ altalenante, il Sassuolo per alzare il sipario su uno stadio “Friuli” ormai completato nella sua nuova configurazione per quanto attiene la Curva Nord ed i Distinti, da edificare per quanto concerne il settore ospiti. Uno stadio che sarà pronto nella stagione che verrà.

Chissà come questa stagione entrante potrà essere catalogata. Noi suggeriamo un termine che vuol essere un auspicio: di soddisfazione, per tutto l’ambiente. O forse, volendo scomodare le Scritture, ma senza dover essere tacciati di blasfemia, di resurrezione, che faccia da ideale seguito a questa dove si è assistito ad una “passione” piu’ che ad una transizione. Rinviamo i nostri affezionati lettori all’intervento della prossima settimana per vedere spiegate piu’ nel dettaglio le ragioni di questa nostra personale convinzione.

Sergio Salvaro@MondoUdinese

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