Di Natale: toccata e fuga a Masnago «Morosa lontana e andò via subito»

Di Natale: toccata e fuga a Masnago «Morosa lontana e andò via subito»

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ntonio Di Natale, o meglio Totò, da domenica mister 200 gol, nasce a Napoli il 13 ottobre 1977. Cresce calcisticamente nel San Nicola di Castello di Cisterna, periferia partenopea. Nel 1994 entra nel settore giovanile dell’Empoli, uno dei più fruttuosi d’Italia. Lì fa la conoscenza del grande calcio e anche della futura moglie, Ilenia.
Dissolvenza: vent’anni dopo, domenica scorsa , al 46’ del match contro il Chievo, ha toccato quota 200 centri in serie A. Flashback: da giovane, appena diventato professionista, passò da Masnago.

Stagione 1998/99, Varese neopromosso in serie C1. Un passaggio rapido, senza quasi lasciare traccia di quel talento e di quel carisma che lo hanno portato ad essere, per ora, il settimo marcatore nella storia del nostro campionato.
L’allora mister Giorgio Roselli, ora al Cosenza, ripensa al giovane Totò del Franco Ossola: «Ne sono passati parecchi di grandi giocatori per Varese in quegli anni. Ripenso a Possanzini, Bazzani, Pellissier. Totò arrivò, ma andò via molto presto: la verità è che lui aveva la fidanzata a Viareggio e voleva starle vicino. Quindi tornò praticamente subito in Toscana, al Viareggio, dove fece benissimo peraltro».
Difficile, anche per mister Roselli, riuscire a scorgere in così poco tempo le stimmate del campionissimo che è diventato nel tempo: «Penso che nessuno all’epoca potesse prevedere ciò che ha poi è successo, una carriera così. Si vedeva che aveva qualità pazzesche, questo sì: era rapido e molto tecnico, non a caso usciva dalla primavera dell’Empoli. Venne da noi in C1, ma a Varese non si è mai ambientato. Il direttore Capozucca era sempre bravo a portare a casa questi ragazzi: poi si è visto cosa ha combinato Antonio».

Una carriera passata a segnare per l’Empoli prima e per l’Udinese poi, senza vestire mai la maglia di una big. Una scelta coraggiosa, di cuore. Giusta o sbagliata? «Io direi proprio che è stata una scelta azzeccata – riprende Roselli – anche se avrebbe fatto benissimo in qualunque altro posto. La dimensione e l’ambiente di Udine sono diventati il suo punto forte, e con lui la squadra ha raggiunto traguardi davvero prestigiosi. Fu vicino alla Juventus qualche stagione fa, ma lui stesso decise di rimanere a Udine: per amore e per riconoscenza. Perché è una bandiera».
Nonostante i 200 gol in A, non è mai riuscito a fare la differenza in maglia azzurra, e mister Roselli ci spiega il perché: «Fino a qualche anno fa, in nazionale giocavano gli attaccanti delle grandi squadre: c’erano poche occasioni per gli altri. Poi per un giocatore abituato a fare il terminale offensivo all’Udinese, era complicato cambiare ruolo e modo di giocare. Era ed è in grado comunque di fare la seconda punta, ma non rende allo stesso modo».

Se di quel Varese ’98/99 l’allenatore in panchina era Roselli, quello in campo era Mauro Borghetti. Centrocampista centrale, capitano di corsa e di grinta, autentico leader. Di Natale se lo ricorda bene: «Si capiva che aveva potenzialità importanti, come tanti che passarono a Varese in quel periodo. A differenza di molti altri, lui si è ritagliato una grande carriera, con merito. Era già un giocatore molto tecnico, rapido, soprattutto furbissimo. Rimase con noi talmente poco tempo che mi viene anche strano affermare di aver giocato con lui».
La scelta di Udine come patria unica mette d’accordo anche Borghetti: «Ogni giocatore ha delle aspettative per la propria carriera: lui ha preferito la tranquillità al blasone l’Udinese alla Juventus. Ha costruito lì il suo habitat, che non ha ritrovato poi nemmeno in nazionale. A conti fatti, però, non può dire di non aver raggiunto traguardi importanti, anche se in bacheca non potrà vantare scudetti o Champions League. Ma 200 gol a Udine valgono come 350 segnati da qualsiasi altra parte».

(Tratto da La Provincia di Varese)

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