E ora, “Operazione ristrutturazione”

E ora, “Operazione ristrutturazione”

L’Udinese deve essere ristrutturata ampiamente, non solo come rosa, ma anche come politica per affrontare il futuro. Un ciclo si è chiuso, per aprirne un altro serve capire gli errori fatti recentemente

La gara col Carpi ha terminato un ciclo per l’Udinese e qualcuno potrebbe anche dire finalmente, visto l’epilogo del campionato: un ciclo lungo parecchi anni, con tanti successi ma anche con le ultime stagioni pericolosamente pericolanti. E’ finita l’ora di Di Natale e dei senatori italiani e su questo ci sarà da riflettere parecchio: non solo per i tanti gol del Capitano, ma anche per il contributo determinate che hanno dato nello spogliatoio, insegnando ai giovani stranieri cosa significasse stare a Udine.  La sensazione è che le ultime stagioni, contemporaneamente all’avvento di giocatori esperti e sempre stranieri, abbia pian piano tolto leadership ai vari senatori, che con l’età si sono trovati sempre più soli.

L’ultima stagione, specialmente, deve esser un monito. C’è chi ha scritto di rivoluzione da fare, c’è chi ha scritto di rifondare tutto. Ebbene l’Udinese ha bisogno di essere ristrutturata, non rivoluzionata: le rivoluzioni, da che mondo e mondo, non hanno mai portato nulla di buono se non la sensazione effimera di avere la pancia piena di succo di vendetta.

L’Udinese deve fare tesoro dei tanti errori, ripartire comprendendoli tutti e facendo qualche passo indietro, piuttosto che scattare in avanti senza aver ben chiaro dove si sta andando.
Pozzo ha scaricato di fatto le colpe di una stagione orribile sui dirigenti. Ma come, il primo dirigente è proprio lui, come fa a non aver almeno avallato le scelte? Piuttosto serve più collegamento con la proprietà e quello che accade, svolte è sembrata troppo distante.

ALLENATORE Gigi De Canio non si può valutare per nove giornate disputate, sarebbe riduttivo. Ma non essendoci altro tempo, serve capire. Il tecnico lucano ha dalla sua la salvezza che non era affatto scontata, l’appoggio della squadra e di gran parte del pubblico, ha rivalutato giocatori finiti nel cassetto, ha cercato di dare un’impronta di gioco.  Ma ha anche perso terribilmente con Torino e Carpi. La sensazione è che  Gino Pozzo, lo stratega del mercato, abbia già da tempo convincendo Stefano Pioli ad accettare il ruolo di ricostruttore, per aprire un nuovo ciclo che non deve avere troppi legami con il passato, con questo passato. Ma se ne saprà di più in settimana, De Canio anche dopo la gara col Carpi si è detto fiducioso di poter rimanere. Ma come detto un ciclo è finito e anche la squadra cambierà volto.
SQUADRA Correttivi ci saranno. Le nuove regole sulle rose a 25 chiedono scelte decise, anche per iniziare un ciclo.  Pensare a Meret titolare, una difesa che ritrovi magari Angella accanto a Samir e Felipe; cercare di trattenere Widmer, portare Verre, Jankto, e Biraghi a Udine, cercare una punta che sappia garantire sulla carta oltre 10 gol da alternare a Thereau (che va per i 34) e Zapata (tutto da scoprire dopo un anno difficile). Questi gli obiettivi primari e nemmeno irraggiungibili. Servirà come sempre prima vendere, poi si penserà al resto perché comunque sia a luglio ci saranno oltre 50 giocatori compresi i 30 rientri dai prestiti.
PUBBLICO Il marketing il giorno della partita ha fatto passi in avanti importanti, ma il club non si può dimenticare il contatto quotidiano, il pane della passione da queste parti. Serve ricominciare a fare le cene settimanali con i club, permettere ai pochi tifosi che frequentano il Bruseschi di poter avere un contatto con i loro beniamini, magari riprendere anche quel discorso tanto caro da queste parti che è il terzo tempo. Insomma non bastano i Club House o gli avvenimenti correlati alle partite per creare passione.
La Curva Nord col Torino ha lanciato una eguale indelebile: ‘noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo’, ma di certo non c’è stata sintonia totale con la politica di questi anni.
ITALIANI Poi servirà ripensare proprio la politica: si sente sempre più incessante l’esigenza di avere una squadra che se non identifica il territorio, abbia almeno una cooptazione nazionale. Serve ripartire dagli italiani non solo per la gente, ma per lo spogliatoio soprattutto. Un gruppo eterogeneo e senza leadership non può capire la realtà in cui si vive, sarà sempre un gruppo destinato all’anarchia. Senza identità non si farà altro che dare adito alle ambizioni personali.

Vi pare rivoluzionario tutto questo? Se sì, va bene, ma ci piacerebbe chiamarla ristutturazione: non tutto è da buttare, c’è da capire gli errori e cercare di ripartire assieme.

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