Le tigri di Marassi

Le tigri di Marassi

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Dopo i leoni di Anfield, ecco le tigri di Marassi. Quando il gioco si fa duro, nella savana del calcio, l’animale bianconero, ferito dal ko interno con il Verona, drighigna i denti, e mostra artigli che sanno graffiare, nel cuore di una bestia, la Sampdoria, scorbutica, possente, scaltra e selvaggia, proprio come il suo tecnico, Mihailovic. Il serbo ha plasmato un prodotto d’alta classifica, che sa giocare a ritmi elevati, e chi lo fa in italia riesce ad ergersi di molto al di sopra della melassa mediocre che caratterizza il campionato italico. La bestia di Stramaccioni, invece, ha perso la grinta e  l’istinto belluino che l’ha contraddistinta nelle prime 6 giornate di campionato, e che tante vittime avevano mietuto. Quella vista con il Verona domenica scorsa, era un micetto addormentato. Quella di Marassi è stata una tigre, che ha saputo rispondere colpo su colpo al leone sampdoriano.

Stramaccioni ha mostrato carattere. Bisogna riconoscerlo. Non possiede l’esperienza di Guidolin, ma d’altro canto, Guidolin non ha forse mai disposto del coraggio che Stramaccioni ha palesato in questo primo scorcio di stagione. Stravolgere una formazione titolare, ben aldila delle defezioni dettate dall’infermeria e dal giudice sportivo; lasciare in panchina senatori come Di natale e Domizzi, per lanciare Gejo e Vague, sono mosse che spruzzano testosterone e audacia. E siccome gli audaci sono spesso guidati dalla fortuna, le scelte del tecnico lo hanno premiato.

Stramaccioni è stato premiato, ancor prima del risultato, dalla prestazione. L’Udinese di Ieri avrebbe potuto anche perdere, ma il tecnico non ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Perchè perdere con questa Sampdoria, terza in classifica da Settembre e che aveva imposto il pari alla Juve sul suo campo, ci poteva stare. E’ forse questa la chiave di volta. Questa squadra con le “grandi” o comunque in partite proibitive, riesce a sfoderare il carattere da battaglia, e a centrare risultati insperati. Lazio,Napoli,Inter e Sampdoria, sono partite in cui la squadra di Stramaccioni ha totalizzato la bellezza di 10 punti su 12. Quando invece c’era da compiere il salto di qualità, l’Udinese ha sperperato punti, in casa, contro squadre abbordabili, in partite sviluppatesi in discesa (Cesena,Chievo,Verona). E’ nobile il carattere di questa squadra. Nel suo DNA si contano una concatenazione di molecole dall’imprinting d’alta classifica, dopo anni di qualificazioni europee, e forse si sente più a suo agio in sfide importanti, e in difficoltà contro avversari poco stimolanti. Problemi di testa, a cui Stramaccioni dovrà porre rimedio.

Ciò a cui dovrà insistere, invece, è il coraggio di sperimentare, e offrire fiducia a giocatori che fin’ora ne hanno avuta poca.

Gejo non era così scarso da non essere annoverato nel computo degli attaccanti. Vague si è dimostrato grezzo ma duro al pezzo, come un alpino di altri tempi. Un giovane che con la voglia compensa altre manchevolezze. I giovani hanno sempre rappresentato la forza di questa Udinese. I giovani, coloro che con una spallata hanno spesso spinto fuori (in panchina o verso le squadre blasonate) i vecchi titolari, mantenendo la fiamme bianconera calda e luminosa.

Appunti tecnici. La squadra a Genova è piaciuta per la sua compattezza, per il pressing portato in alto (come nel secondo tempo con l’Inter), per i palloni recuperati, e per i movimenti in profondità delle mezz’ali Badu e Kone. Prezioso anche il movimento a banda larga di Thereau, capace di svariare alle spalle di Gejo, spostandosi in orizzontale lungo tutta l’ampiezza del campo. Lo si è visto saltare l’uomo e allargarsi per crossare in mezzo per il piattone di Kone di poco alto. Poco dopo era Kone ad allargarsi nella stessa posizione, saltando l’uomo e crossando stavolta per il taglio di Gejo, ma in area c’era pure Thereau. La presenza di Gejo ha inoltre consentito al’Udinese di beneficiare di un punto di riferimento fisso la davanti, da foraggiare con continui cross dalle fasce. In tal senso, meglio Widmer di Pasquale, ma i rifornimenti non sono comunque mancati. Non è mancata baldanza nel fraseggio nella metacampo avversaria, nel primo tempo, ne ficcanti ripartenze nella ripresa, quando la Samp operava lo sforzo maggiore per conseguire il pari. Non sono mancate forse distrazioni, come in occasione del primo gol di Obiang, la cui libertà concessa ha evidenziato una non perfetta uscita di Karnezis, ma nemmeno la solidità difensiva nella ripresa, se è vero che i doriani, gol a parte, sono stati costretti a provare le conclusioni della domenica da fuori area, spesso velleitarie. Una dimostrazione di impotenza, quasi. Un leone, quello doriano, ingabbiato dall’organizzazione della tigre bianconera, albina, abilissima nel mimetizzarsi nella tundra della propria metà campo. Anzi, sono state le ripartenze udinese a graffiare maggiormente.

Una partita combattutissima, insomma, condotta con un ritmo elevato. Inglese, nello stile, nello stadio più inglese d’Italia. E proprio con una tipica azione inglese, cross di Widmer, stacco di testa di Gejo, l’Udinese stava per consumare il colpaccio che sarebbe stato anche meritato.

Ma va bene anche così. La squadra non è stata bellissima, non è stata spettacolare. Ha lasciato qualche piede buono in panchina (Guillherme,Di natale, Fernandes), ma ha disteso sul campo: garra, ritmo, gioco in verticale e contrasti guerrieri. I tifosi hanno ritrovato la squadra di inizio stagione, quella cattiva e felina. Stramaccioni ha ritrovato nuove certezze, e qualche interprete in più. Il problema, del tecnico, sarà ora quello di riuscire a mantenere tale spirito da savana anche contro gli scimpanzè di provincia che arrivano al Friuli, e che riescono spesso, urlando, a far scivolare l’Udinese sulle bucce di banana. L’Udinese deve rimanere tigre per ottenere risultati, anche con le piccole prede, non solo con le grosse taglie.

©Mondoudinese

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