Udinese, scatta la contestazione

Udinese, scatta la contestazione

La contestazione ben venga se fatta in maniera civile, ma non basta uno striscione. Per smuovere qualche animo apatico serve altro: in Spagna hanno inventato la “pañolada”, i fazzoletti bianchi sventolati in massa per protesta, qui tingiamoli di bianconero, mail significato dev’essere lo stesso. Per non essere complici, a volte, è meglio prendere le distanze il prima possibile da ciò che non si condivide.

di Redazione

Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano. Gino e Michele non volevano dei certo parlare dei tifosi dell’Udinese quando hanno coniato il titolo di uno dei loro libri più riusciti. Ma oggi calza a pennello per quanto sta accadendo a Udine. I tifosi in rivolta. Non a marzo inoltrato come l’anno passato, quando il buono (e bravo) Francesco Oddo si appellò  a loro a bordo campo allenamento dicendo “ma perché siete venuti solo adesso a contestare?” Frase che ha fatto leggerissimamente incazzare il club che di lì  a poco ha mandato via Oddo (incolpevole nonostante le sconfitte, anzi l’unico che tentava di dare un gioco a una squadra sconclusionata), chiamando il famoso e famigerato Tudor (nientepopodimeno) a salvare il salvabile. Il croato ci è riuscito con una grande dose di c… pardon di buona sorte, ma alla fine anche lui è stato cacciato per far spazio al ricercatissimo (peccato che nessuno avventura il suo numero dio cellulare ) Velasquez. Durato quel che ha potuto, commettendo tra i vari errori quello di aver fatto anche una preparazione a dir poco fantasiosa, basata sul modello spagnolo, il che significa che se non ha il Real Madrid o il Barcellona sono “volatili per diabetici” (citazione dal neo membro dell’Unesco Lino Banfi, alias Oronzo Canà). E oggi in campo l’Udinese, tra i mille problemi, ha anche quello di correre poco e male.

La storia, come sempre, si ripete. In modo diverso, ma è un continuum che tra l’ironia del destino che gli antichi greci non comprendevano e l’amarezza del presente che i tifosi capiscono eccome, ecco spuntare la prima vera contestazione. Umile, se vogliamo, visto che a Udine gli eccessi non esistono, ma pur sempre contestazione. Uno striscione eloquente sulla sede di Piazzale Argentina, anche se qualcuno malignamente dice che la vera sede sociale è a Londra dove Gino Pozzo, quello definito da un giornale “lo stratega del mercato bianconero“, tira tutte le fila. Probabilmente affidandosi a persone sbagliate, ma questa non è certamente una giustificazione, anzi un demerito.

L’Udinese sta inabissandosi, il Frosinone risorge, il Bologna sta per prendere Mihajlovic ovvero uno che ha le palle per risollevare anche un morto, la Spal è organizzata e ben costruita, idem Cagliari e Empoli. Il che significa che i bianconeri mai come quest’anno, privi di gioco, rischiano davvero la B. (Nicola non ha portato nessuna novità, se non le solite formazioni viste e che qualcuno malignamente apostrofa come “raccomandate”).

La contestazione aiuterà? Di certo è un modo per esternare il proprio disappunto, ma se poi come dopo la gara col Parma certe tifosi chiamano a salutare i loro “beniamini” (?!!), allora significa che qualcosa non funziona nemmeno nella parte sostenitrice.

In squadra regna il caos. Il “caso Behrami” dopo la sostituzione contro la Samp,  è solo la punta di un iceberg di uno spogliatoio eterogeneo dove i procuratori da tempo la fanno da padroni. Chi scrive sa benissimo quante telefonate ha ricevuto per “consigliare” questo o quello, scrivendo “quanto sia felice di Udine, ma che vorrebbe dimostrare il suo valore“. Succede ovunque, ma In  Friuli è forse amplificato da una costante mancanza di vertici. Anzi, i vertici ci sono e sono troppi. Da tempo immemore scriviamo che ci son o troppi generali e poca truppa, solo che chi comanda non riferisce ai massimi livelli quanto davvero avviene, nascondendo alcuni insignificanti particolari, come uno spogliatoio che tutto può sembrare tranne che unito. Lo si vede in campo, dove quello che De  Biasi invocava come mutuo soccorso, non esiste. Il giocatore commette un errore, chi gli sta vicino o la fanculizza oppure difficilmente va in soccorso coprendo lo spazio lasciato libero. Una questione annosa che va al di là di moduli e schemi e dove nessun allenatore può mettere mano visto che dovrebbe intervenire una figura più autorevole.

Ma a Udine tutto è delegato, la stanza dei bottoni è cosa da pochi, e qui si guarda al bilancio dove l’Udinese è campione d’Italia da anni, ma l’aspetto squisitamente sportivo è trascurato.

Oggi quindi lo striscione, dopo Fiorentina e Torino chissà. Di certo è che l’Udinese non si rende conto di quanto sta dilapidando in termini di tifo. Lo stadio appare pieno solo per le promozioni a un euro o giù di lì che la società propone, ma la vecchia guardia del tifo pian piano si arrende. Abbonati che da trent’anni andavano allo stadio non ci vanno più, vuoi anche per lo spezzatino che la Lega Calcio ha proposto, vuoi per le palle colossali che a Udine da anni propinano (quest’anno la squadra doveva essere quasi da Europa per qualche cervellone).

Rimane il bene  comune, ovvero lo stemma. Ma fin quando i giocatori hanno in testa prima il nome che portano dietro la maglia piuttosto che il simbolo che sta davanti, c’è poco da fare. Ma anche qui chiedere lumi a chi costruisce squadre pensando di risparmiare all’estero, perdendoci dappertutto. La Spal, citandone una a caso, sia da esempio, con Felipe accantonato e trattato a dir poco in maniera irriverente e oggi leader di una squadra che sa che deve salvarsi, ma lotta, gioca con cuore e anche bene se ci permettete.

La contestazione ben venga se fatta in maniera civile, ma non basta uno striscione. Per smuovere qualche animo apatico serve altro: in Spagna hanno inventato la “pañolada“, i fazzoletti bianchi sventolati in massa per protesta, qui tingiamoli di bianconero, ma il significato dev’essere lo stesso. Per non essere complici, a volte, è meglio prendere le distanze il prima possibile da ciò che non si condivide.

Anche perché, citando la frase finale del premio Oscar ” Mediterraneo”, “avranno fatto quello che hanno voluto, ma almeno non mi possono considerare dalla loro parte”.

 

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