Bagnoli: Di Natale e Toni immensi

Bagnoli: Di Natale e Toni immensi

Osvaldo Bagnoli, una vita per il calcio e nel calcio. Una carriera che si è incrociata anche con l’Udinese. Nel 1955 il tecnico campione d’Italia col Verona, era il terzino del Milan che ha perso al Moretti la gara-scudetto, rivelatasi poi effimera per i bianconeri che sono stati prima beffati nella corsa al titolo dai rossoneri e poi retrocessi a tavolino per una presunta combine: «Certe gare non le dimentichi. Ero appena arrivato in prima squadra dalle riserve rossonere: in quell’anno facevo l’ala destra, anche se non mi piace dirlo perché mi sono sempre considerato una mezzala! In realtà qualche allenatore mi ha fatto fare anche il libero, ovviamente dovevo adattarmi. Del resto con Schiaffino e Liedholm in  squadra era difficile farsi spazio! ». Com’è cominciata la sua carriera? « Ho iniziato a 14 anni, non come oggi quando i ragazzi arrivano a quell’età già stanchi del calcio! I primi calci li ho tirati  vicino alla Bovisa, nella Trionfale, poi  è arrivata la più blasonata Ausonia dove mi videro gli osservatori del Milan. Qui ho cominciato la carriera con Radice, Marchioro, Bean ». Da ragazzo qual era la passione? « Non ero milanista, nemmeno interista. Da ragazzino c’era mio cugino più grande che era tifoso della Juve e lui mi attaccò questa mania. Dopo, quando ho cominciato a giocare, le mie simpatie personali so sono legate  sole verso le squadre dove ho giocato ». Tante squadre, ma un unico amore. Vero? « Verona è la mia città d’adozione, la città dove vivo e che amo. Ho sposato una moglie splendida di questa città, ho sposato il posto ». Dell’esperienza a Udine cosa porta dentro? « Sono arrivato due volte in Friuli in realtà. La prima in Serie A nel 1960, la seconda in Serie C nel 1967, ma fatalità ha voluto che non sono riuscito mai ad esprimermi come volevo. Udine è però una città che ti fa innamorare. Sono stato bene, c’era il mare a 60 km. Ricordo che andavo spesso a Lignano ». Il Verona: cos’ha significato allenarlo?  « Era il mio sogno guidare i gialloblù. Tornare da tecnico per me era lavorare in casa.  Onestamente quando l’ho presa non pensavo di riuscire a costruire quanto fatto. Parte del successo, non lo nego, è stata trovare giocatori che andavano d’accordo e mi seguivano. Sapete, io ho fatto il giocatore, certe cose le capisco subito! ». Ci sono nomi ai quali è più legato? «Tutti i miei ragazzi sono stai eccezionali, ma ci sono due nomi che voglio fare: uno è Volpati, l’altro Tricella, due ragazzi splendidi oltre che giocatori bravi. Poi il segreto del successo va diviso anche con Emiliano Mascetti, il direttore sportivo. E’ lui che ha portato Di Gennaro, Bruni, Sacchetti. Un maestro ». Un ruolo, quello di direttore sportivo che si sta andando perdendo? « Non so se oggi i dirigenti siano più o meno bravi, come in tutte le situazioni ci sono gli uni e li altri. Però allora ce n’era qualcuno davvero in gamba ». Lo storico scudetto: quando ha cominciato davvero a crederci? «Non  pensavo di poterlo vincere, anche se si era arrivati due volte quarti. Ma in quell’anno avevamo cambiato solo i due stranieri, sostituendoli con Elkjaer e Briegel. Questi hanno fatto la differenza, ma solo a metà stagione iniziai a pensare davvero che potevamo farcela. Ricordo che cominciai a parlare del titolo a Natale. Nello spogliatoio dissi alcune parole ai giocatori: ’questo è un anno particolare, si possono raggiungere tutti i traguardi. Ma prima di tutto la salvezza!’». Sembrano parole dette sempre anche da Francesco Guidolin… «Vuol dire che ha imparato da me a parlare così evidentemente! L’abbiamo venduto solo per prendere Dirceu. Io però non ero d’accordo: il numero 10 lo volevo dare a lui, era il capitano, una brava persona oltre che un bravo giocatore. La sua carriera parla per lui ». bagnoli Bagnoli e l’Inter: ci sono rimpianti qui? « Nessun rammarico di non aver vinto in nerazzurro: ho bellissimi ricordi anche riguardo questa esperienza. Arrivammo secondi dietro al Milan al primo anno, una squadra piena di fenomeni quella rossonera. La seconda stagione qualcuno pensò che si poteva fare meglio anche se eravamo quarti. Però ho avuto la soddisfazione di sentire l’ex presidente Pellegrini dire che si è rammaricato di avermi esonerato. Mi ha messo sullo stesso piano di Trapattoni! ». Oggi il calcio le piace ancora? «Non mi diverto. Sapete, una vola si diceva ‹ vai e tira ›, adesso è importante solo il possesso palla. Tutti gli allenatori oggi puntano solo a questo, non si vedono invenzioni. Per me il segreto rimane fare un passaggio e segnare. Fin da ragazzino avevo insegnanti che mi dicevano che la sintesi dal calcio è il dribbling, oggi questa qualità non c’è più. Si arriva a fare anche 20 passaggi in un’azione prima di andare al tiro, lo torvo noioso ». Calcio che si è impoverito anche per colpa dei troppi stranieri non sempre all’altezza? « Quando parlo con gli amici tutti sono tutti concordi: qualche squadra va in campo anche con nove stranieri, troppi. Manca l’identificazione con la maglia, stanno venendo meno certi valori che considero importanti. Io come allenatore cercavo per prima cosa l’armonia nello spogliatoio, a volte mi chiedo come facciano gli allenatori di oggi a trovarla con tante lingue da parlare ». Come mai però i ragazzi non emergono? «Oggi i genitori sono invadenti con i ragazzini che giocano a pallone. A mio papà non gli dicevo nemmeno dove giocavo. Oggi quando vado a vedere un bambino la prima cosa che mi viene in mente da chiedere è se si sia divertito. Molti dimenticano che questa è la prima cosa che conta. Non mi sembra che si divertano però, non vedo felicità nei loro occhi dopo una partita. Forse hanno troppe pressioni. Noi alla loro età passavamo giornate a giocare, e questo verbo dovrebbe rimanere impresso ». Toni e Di natale, i due grandi vecchi del nostro calcio. Un aggettivo per definirli? «Immensi» Bagnoli, si ricorda ancora il derby del 1984 finito 3-5 per l’Hellas? « Come non poterlo ricordare! La partita era sentita allora. Lo stadio era pieno, quelle erano le squadre emergenti del nostro campionato. Vincevamo 3-0 nel primo tempo, potevamo segnare il quarto gol, poi invece ci fu la rimonta bianconera. E quando sembrava che stessimo crollando, riuscimmo a dare il colpo d’ala. Una pagina importante dl nostro calco quella. Del resto in quelle squadre c’erano campioni unici ». Quelli che mancano oggi, forse, a molti, così come mancano persone come il tecnico della Bovisa.

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