Fanesi: La mia Udinese è la mamma di quella di oggi!

Fanesi: La mia Udinese è la mamma di quella di oggi!

A volte un’ora al telefono trascorre come se fossero passati dieci minuti. Quando hai come interlocutore Pasquale (‘però i compagni di squadra mi chiamano ancora Sergio’) Fanesi il tempo scorre via senza accorgetene. Diventa relativo, confuso tra presente e passato. I rircordi portano al 1976, anno domini decisivo per il Friuli e l’Udinese. La quale stava iniziando la rinascita: “Era appena cominciata la gestione Sanson e Dal Cin, che venivano dal Chioggia”, ricorda l’ex difensore bianconero. “I contatti per portarmi a Udine sono rrivati grazie alle società, io giocavo nel Cesena. Mi hanno chiamato dicendomi che c’era l’interessamento e che sarebbe andato in porto. Dico la verità: Udine sapevo dov’era solo perché a fare il militare con me c’era Ascagni che mi raccontava dove si trovava! Accettai subito, mi sembrava giusto fare un’esperienza lontano da casa”. Da qui è cominciata la storia: “mi innamorai subito di Udine. Arrivai nell’anno del terremoto: eravamo ‘La di Moret’. Stavamo dormendo, ero assieme con il povero Bracchi. Ricordo che non riuscivamo ad aprire la porta per quanto oscillava. C’erano Sartori, Gustinetti,  eravamo un bel po’ e ci siamo davvero spaventati. I giorni seguenti ricordo che facevamo quello che potevamo per le strade per dare una mano”. Una storia di morte e rinascita che si concilia con quella dell’Udinese che stava mettendo le basi per tornare grande: “Quando arrivai, al primo anno c’era Fongaro come allenatore, siamo arrivati secondi, ma ne andava su una sola. Poi, l’anno successivo, arrivò Giacomini e lì abbiamo iniziato la risalita. Il segreto? Abbiamo seguito alla lettera quello che ci dceva Massimo. Il primo passo è stato la B, ma ill programma di Giacomini era di risalire in cinque anni: ce ne abbiamo messi due! In mezzo ci sono state la vittoria della Coopa Italia di C, l’Anglo Italiano che si giocava a Fontanafredda e poi la Mitropa Cup. Non ce n’era per nessuno! In trasferta ricordo che ci battevano le mani. A Palermo fuori dal pullman ci applaudivano”. Una Udinese che giocava all’avanguardia: “La zona allora non esisteva, noi giocavamo col libero e i due marcatori, ovvero io e Bonora. Non disdegnavo il fatto di propormi. Giocavamo col tridente: De Bernardi, Ulivieri e Vriz, una cosa stratosferica all’epoca. Ricordo che in B prendemmo solo 20 gol in campionato: Della Corna è rimasto imbattuto per parecchio, ma la vera forza era il gruppo. Eravamo amici, ci incontravamo a casa di ognuno. Eravamo una squadra unita. Il merito va a Giacomini che ha costruito tutto”. Giacomini ha raccontato che di qualche ‘giovanotto’ non si fidava. La sera era meglio controllare che le luci di casa fossero spente alle nove: “Non so se passava davvero a controllare la sera: so che aveva una mentalità aperta, o almeno quello faceva vedere! però è anche vero che c’era il ‘Ciuffo’ (Vagheggi, ndr) che si divertiva!”. Pasquale_FanesiProprio a Vagheggi e Sanson è legato un ricordo: “Dopo  la partita con la Samp, quando Claudio segnò in rovesciata, arrivò sanno negli spogliatoi, mise le mani in tasca e tirò fuori alcune banconote  da 50 mila lire. ‘Tosi’ – disse in veneto  – questo è il premio partita, vi voglio bene! Era in piedi sulla panca ed era contento come un bambino. Arrivava da Verona per giocare con noi, perché sapeva che portava bene. Eravamo una famiglia”. Sentendo certe storie, certi racconti, cresce la nostalgia per un calcio diverso: “Non è per parlare come vecchi, ma noi giocavamo di domenica in domenica per tenerci il posto di lavoro; la rosa era formata da 18 giocatori, il contratto te lo guadagnavi sul campo, la conferma dovevi meritartela. Oggi è tutto diverso. Guardare ai club: noi facevamo la guerra per andarci, eravamo da soli e ci piaceva stare con la gente. Oggi si deve chiamare il procuratore per avere un giocatore. Allora ci si divertiva. Io in questo calcio non mi riconosco più. Mi piace il calcio passionale, ricordo che dopo le gare in casa andavamo a casa di amici ai Rizzi per stare assieme”. Fanesi romagnolo DOC è uno che ama certe cose, come del resto le ha amate sempre anche Zaccheroni: “Siamo cresciuti assieme io e Zac: anche lui, quando ci incontriamo,  dice sempre che la cosa più bella di Udine è il piatto di pasta dietro la curva con i tifosi. Quando giocavo io in Italia c’era l’austerity: alcuni tifosi arrivavano con i il carretto allo stadio, la macchina con la crisi petrolifera era un lusso. Era una festa però, non uno sfogo come oggi. Era il relax dopo una settimana difficile. Adesso cosa vedi? Ultras che ricattano le società…” Il Friuli e Zaccheroni, un’altra pagina di calcio indelebile per il Friuli: “Alberto lo conosco bene: è stato sempre un pignolo, un perfezionista. Lui ti fa ripetere le cose anche mille cose. E’ maniacale nella preparazione. Questo gli ha fatto ottenere risultati, a Udine ha ottenuto il massimo  impostando il 3-4-3 per primo in Italia. Il tre davanti dell’Udinese erano unici, ha dato spettacolo, ha fatto sognare”. Ma era più forte l’Udinese di Fanesi o quella di Zac? “Sono due cose diverse: noi abbiamo avuto il piacere di riportare l’Udinese ai livelli he meritava. Loro la Serie A l’hanno perfezionata. Noi abbiamo dato l’input, ecco perché siamo ancora ricordati, siamo quelli he hanno riportato l’Udiense nel calcio che conta”. Il Friuli terra di sapori e colori, raccontata anche attraverso episodi di quotidianità: “Pensate, a Cesenatico ero astemio. A Udine, però, i tifosi in centro mi riconoscevano e mi invitavano per un  ‘tajut’: lì iniziai a bere vino, apprezzandolo, con Casarsa che mi faceva da spalla!”. Dal passato al presente: “Pensate, quando sono arrivato in Friuli Totò Di Natale aveva un anno! Il traguardo salvezza è ottenuto, la squadra di Stramaccioni ha fatto quello che doveva. Ha avuto periodi buoni, altri meno, non è stata costante. Del resto la politica è chiara: ogni anno la squadra piazza uno o due giocatori, ma si rinnova sempre. E’ questo  che ha fatto affermare l’Udinese come modello. Certo è che un allenatore dovendo sempre cambiare deve sposare la politica, non è mai facile ripartire sempre. Certi anni sono ottimi, altri si deve ricominciare, come accaduto oggi, ma è questa la forza dei Pozzo e di questa società. E’ la numero uno in Italia, dopo la Juve c’è l’Udinese ad avere le idee migliori, si veda lo stadio”. E propio nel nuovo impianto sarebbe bello rivedere in campo anche la squadra che ha fatto la storia riportando Udine dalla C alla A: “Due anni fa abbiamo giocato al Friuli. Mi ha fatto piacere davvero, sarebbe bellissimo però giocare nel nuovo stadio per onorarlo: in fondo noi siamo state le mamme di questa Udinese!”  

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