Il calcio visto dallo spazio

Il calcio visto dallo spazio

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Mercoledì sera, come milioni d’altri appassionati sono rimasto del tutto attonito, meravigliato, esiasiato nell’assistere alle due magìe del signor Messi Lìonel, calciatore rosarino, di professione profeta d’Eupalla. Un alieno.

Ho pensato se davvero ciò accadesse: se un alieno sbarcasse oggi sulla Terra, scendendo dal suo grottesco uovo-astronave (non mi scordo Robin Williams, sentendovi una familiarità col mio stato d’animo attuale) accolto da un presidente yankee tipo Jack Nicholson (cito il visionario Tim Burton). E se questi fosse invitato al Camp Nou, una sera di metà settimana in maggio? Dopo quasi ottanta minuti di calcio bloccato scorgerebbe un ragazzo piccolo, neanche tanto baciato dalla buonasorte fisica, ma che la fisica la sconvolge (e con lei il povero sventurato Boateng, che ormai mi immagino in analisi per recuperare da quella finta), nell’atto di sovvertire le meccaniche in campo, scompaginandole in tre minuti.

Tornando a casa, di fronte al capo Orson, se questi gli chiedesse cosa sia il calcio oggi, cosa porterebbe a testimonianza?

Quelli che difender a quattro piuttosto che a tre restringe gli spazi agli attaccanti avversari?

Quelli cheper marcare Messi bisogna giocare di sistema e non di singolo”?

Quelli che fanno figure da cioccolatai su dimensione intergalattica, ma alla richiesta di possibili soluzioni sbavano, ringhiano, rispondono “abbiamo vinto sette champions”?

Quelli che alla fine delle gare interpellano le statistiche per capire come mai la propria squadra non abbia vinto, scorgendo fra le possibili principali cause, che so, il chilometro globale corso in meno, o la minore prevalenza territoriale?

Non credo.

L’alieno, come chi Vi scrive, viene appunto da un pianeta lontano e di calcio non ne capisce poi granché. Me lo immagino romanticamente aggrappato alla giocata di un singolo, alla grazia di un movimento semplice ed allo stesso tempo irripetibile.

Racconterebbe dunque, almeno nei miei sogni di ragazzino mai sbocciato alla maturità, che il calcio è poesia; è un numero dièz vero (anziché un falso nueve) che riceve palla, punta l’area avversaria e in tre decimi di secondo fa credere di calciare sul palo opposto per chiudere invece, con gesto podosfericamente repentino, su quello del meritevole guardiano di porta, guadagnandosi la prima ovazione.

E gli narrerebbe ancora incantato, poi, che qualche giro di lancette più tardi quel ragazzo acquisisce palla dallo stesso lato del prato verde che sta calcando con meraviglia di tutti, guarda in faccia un colored berlinese suo avversario, il quale forse si illudeva di aver di fronte un Cerci qualsiasi (giocatore mono-movimento, il quale novantanove volte su cento rientra sul suo piede sinistro e calcia a giro sul palo non di competenza del portiere); dimentico, Boateng, che invece quella camiseta blaugrana porta appunto il dièz, e con la pesantezza tipica dell’impotenza si accascerebbe su sé stesso quando Messi finta, correndo leggero verso la porta. Non pago, Lionello da Rosario cerca lo sguardo di Neuer, decisamente il migliore nel suo ruolo su questo pianeta, sfidando il suo metro e novantacinque con uno scavino, una palla accarezzata da sotto che si deposita leggera come un soffio là dove nessuno può più nulla.

Questo avrebbe raccontato l’alieno.

Ed Orson, da capo comprensivo della sentinella spedita sulla Terra per capirne di più sulla varia umanità, si unirebbe allo stupore: del fatto, forse, che dal suo pianeta o da uno diverso, qualche altro “Orson” avrebbe spedito sulla Terra un alieno, chiedendogli di insegnare ai bambini di ogni età cosa significhi il divertimento nel gioco del calcio.

Perché i tre minuti di Messi sono l’enciclopedia dello sport che ci tiene legati allo status di gavanelli, con fierezza e senza vergogna sognando di essere, per centottanta secondi, quella cosa lì.

Un alieno.

Franco Canciani @MondoUdinese

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