Vite difficili, “campioni” tristi: 1 – Tiberio Mitri

Vite difficili, “campioni” tristi: 1 – Tiberio Mitri

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Ho chiesto, pietìto alla Direzione (incarnata dal “mio” Boss: un’avvenente ma decisa ragazza bionda che nulla ha a che spartire con questo angolo di perdenti, né con le redazioni dei giornali sportivi d’un tempo, che sapevano di vino da Trani e sigarette amare) un piccolo cantuccio, in cui sintetizzare, una volta la settimana, la figura e la vita di chi in fondo non ce l’ha fatta, per colpe proprie o forse perché hanno trovato di fronte a loro muri insormontabili, avversari invalicabili, dentro di sé la mancanza della scintilla, del particolare che distingue un campione da un Campione. Inizio da un pugile triestino. Molti tra Voi, giovani amici miei, nemmeno conosceranno il suo nome. Si chiamava Mitri Tiberio, era un mulo de Borgo e venne alla luce nel 1926. Alto, biondo, magro con gli occhi azzurri e un fascino indiscutibile, inizia a pugilare da giovane mentre lo accoglie un istituto per poveri. La barbarie nazista lo porta alla Risiera di San Sabba, da dove riesce a evitare la deportazione grazie alle autorità sportive nazionali; quelli che lo indicarono come orgoglio della fascista nazione, ora (per riconoscenza? per umana pietà?) lo salvano. Passa la guerra bastarda, ed alla fine degli anni ’40 questo mulo sembra baciato dalla buonasorte: elegante, efficace, dotato di un pugno che mio nonno (cui devo questo ricordo) definiva una faliscje, una scintilla tanto era veloce e pungente; vince, vince, campione d’Europa nella sua categoria (pesi medi, ove si vedono da sempre i più bei pugilatori, direbbe Rino Tommasi), sposa financo Miss Italia 1948, la concittadina Fulvia Franco. Tiberio vince, vince, ed attira le attenzioni della famiglia di Chicago, che lo invita a New York per combattere, per battere Jack LaMotta, Toro Scatenato, assoluto dominatore della scena ed imbattuto campione. La moglie ne approfitta per cercare fortuna a Hollywood. Si può cavar un mulo dal Borgo, non il Borgo da un mulo e Tiberio è geloso, ossessionato, si allena male e perde contro LaMotta, resistendogli però (primo in assoluto) tutte e quindici le riprese. Dice la leggenda che il Toro del Bronx, che sarebbe diventato suo amico (così come l’altra stella italo-americana del ring dell’epoca, Rocky Graziano) al termine del match lo avrebbe abbracciato dicendo “what a show we did, huh, buddy?” (che spettacolo abbiamo messo in scena, eh, amico?). Potrebbe essere un incidente di percorso, in realtà la parabola inizia a scendere. Mitri non si allena più con la stessa rabbia, intensità, voglia; riconquista l’alloro europeo contro Turpin, mandandolo giù dopo pochi giri di lancette ma cinque mesi dopo Humez, una bestia Ch’tis (gli indigeni del nord della Francia) con meno classe ma più pugna, lo batte e da lì la luce si spegne. Divorzia dalla moglie non accettando più (a suo dire) le di lei troppo disinvolte maniere, si risposa, ha un secondo figlio (dopo Alex avuto dalla Franco: entrambi moriranno in giovane età); accetterà alcuni ruoli secondari in film d’avventura, rifiuterà quello di un regista che lo adorava, Michelangelo Antonioni, dicendogli “mi el cornuto sul schermo no i lo fasso”. Nei primianni sessanta Mitri ha passato i trent’anni, tanta depressione, soldi che vanno e vengono e una carriera ormai in tutto declino. Qualche “amico” gli suggerisce che annusare un po’ di coca ogni tanto male non può fare, ed il poker è servito. La usa, la offre, ci finisce per un mese in gabbia. Scrive due libri, decisamente interessanti, ma piano piano scompare dalla circolazione.

tiberioMitri
Mitri in azione sul ring
Viene invitato alla prima del film “Toro Scatenato” di Scorsese, dove del suo incontro però non v’è traccia. Raggiunto da Gianni Minà all’uscita, il suo commento fu “ciò, i ga messo tanti de quei beduini, i podeva meterme anca mì”. I ragazzi degli anni ottanta come me se lo ricordano, poi, come proprietario di pizzeria nel capolavoro televisivo del trash “classe di ferro”; da lì in poi nulla. Fino al febbraio del 2001. Al telegiornale dicono che il treno Roma-Civitavecchia ha investito un vecchio, che in evidente stato confusionale stava camminando sulle rotaie. I documenti trovati sulla salma indicano si trattasse, dice lo speaker, di Mitri Tiberio, anni settantacinque, ex pugile. Ex pugile. Chi pratica la noble art non sara mai un ex (cito sempre mio nonno); il pugilato è eleganza, armonia e mai menare l’avversario, ma Mitri non superò mai l’ostacolo di un carattere impossibile e fu messo lui K.O. dalla vita. Prima la droga, poi la solitudine, infine l’Alzheimer e sempre e comunque l’oblìo. In Italia si parla spesso dei campioni (belli e) bravi, dei Patrizio Oliva, dei Nino Benvenuti, dei Duilio Loi e ovviamente del Gigante di Sequals. Ma Mitri non rientrava nel novero dei belli e bravi, né dei belli e dannati: lui era solo un dannato, e dannatamente solo. In un’intervista concessa al CorSera, poche settimane prima di salutare, alla sciocca domanda sul perché avesse sperperato tutto rispose “perché pensavo la vita durasse di meno”. Eh già, Tiberio: solo che la vita non dura poi così poco. Sono le nostre memorie, le generazioni che non trasmettono abbastanza a quelle successive, a produrre un effetto-morte-in-vita superiore a quello dell’effettiva tumulazione. Questo era Mitri Tiberio, mulo de Borgo: più elegante di Mohammed Alì, potente quanto Marvin Hagler, famoso come un Mario Rossi qualsiasi.

Franco Canciani @MondoUdinese

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