Allenatori, che passione (Di F.Canciani)

Allenatori, che passione (Di F.Canciani)

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Uso il termine incluso nel titolo nella sua duplice accezione. Passione, perché il gioco proposto da alcuni fra loro ha entusiasmato così tanti fra noi; passione, perché in certe stagioni i sostenitori hanno sentito un peso, derivante dalle cattive prestazioni proposte dai conducatori bianchi e neri, così simile ad un dolore fisico.

Sono decisamente l’ultimo giapponese sul lato sbagliato della barricata, lo accetto e non me ne lamento. Ma dal calcio le vittorie mi giungono solo come compendio. Sì: alla fine al novantesimo minuto più recupero, quel che conta è il risultato sul tabellone, ma quanto visto in precedenza nella gara, cambia, e di molto, la percezione che (almeno io!) ne traggo, il sapore che mi lascia in fondo alla gola: il secondo tempo di Liverpool ha dato gli stessi punti di quello col Torino in campionato, financo il medesimo punteggio, ma il pathos di quella gara non si può confondere con altre dal simile esito terminale.

E tutto ciò passa dalle gambe, dai piedi e dalle teste dei giocatori, cui però il trainer deve sapere dar non solo colla e schemi, ma soprattutto trasmettere un messaggio, una filosofia, una passione (è o non è la nostra forza?). Altrimenti resta un pessimo discente, ed i suoi discepoli una manica d’asinelli.

E guardandomi all’indietro ripenso all’allenatore con cui faccio di più all’amore, Giacomini Massimo da Udine, inventore del calcio totale all’italiana e vincitore di due campionati di fila, in cui perse sei gare solamente (e nessuna sul campo amico del Friuli). Da lì in poi molte delusioni, qualche anonimo passaggio, alcune perle che resteranno incastonate per sempre nel diadema che chiamiamo Udinese Calcio.

Deludenti furono alcuni solòni nazionali ed internazionali, che lasciarono pochi rimpianti e ancor meno tracce a Udine: Bora Milutinovic (con Marino Lombardo); Roy Hodgson; Azeglio Vicini; un Giampiero Ventura che rischiò la retrocessione (salvati da un rigore, inesistente, di Di Michele a Lecce); Gustavo Giagnoni, lontano dai vecchi fasti di Torino e Cagliari.

Alcuni furono forse trascurabili traghettatori, ovvero incaricati di un impegno troppo gravoso per loro: Dino D’Alessi che dignitosamente chiuse la prima stagione di A; Piero Fontana e poi Adriano Buffoni, calcio etereo e dimenticabile ancorché proposto da due signori della panca; Loris Dominissini e Nestor Sensini, chiamati in un momento di rottura prolungata nella seconda parte della stagione Champions iniziata da Serse Cosmi, partenza sprint e benzina finita a marzo; Alberto Malesani e Gianni de Biasi, troppo poche partite per poter proporre qualcosa di vagamente giudicabile. Di Marino Perani non ricordo quasi nemmeno la faccia, cacciato dopo dieci minuti per insanabili dissidi con la proprietà.

Altri ancora tutto sommato mostrarono solidità senza però quei picchi di entusiasmo contagioso che gli si sarebbe richiesto: parlo di Picchio De Sisti, che dopo l’operazione non tornò più quello di prima; di Nedo Sonetti, calcio realista che lasciava ai fronzoli la temperatura autunnale di Archangel’sk; Luis Vinicius Demenezes, vecchia gloria brasil-partenopea che riuscì nell’opera di demolire lo Zico-II (anche a causa di uno sciocco infortunio occorso al Galinho in amichevole a Brescia, che precluse alla stella carioca un campionato di soddisfazioni come il precedente). Rino Marchesi, il lord più di classe visto in panca a Udine, grande cultura calcistica ma anche lui parso a fine corsa, triste come il trench-à-la-Marlowe con cui lo ricordo pareggiare al Comunale di Torino, avverso la Juve, il 18 marzo 1989 (compivo i miei vent’anni). Adriano Fedele, l’uomo che non rise mai e che venne chiamato a più riprese da Pozzo (e più volte giubilato) per por rimedio a situazioni spinose. Albert(in)o Bigon, solidissimo padovano scudettato col Napoli, che ricordiamo tutti assieme alla rete dalla bandierina di Alessandro Orlando ed alla salvezza sul Brescia di Domini nello spareggio di Bologna. L’anno successivo fu esonerato e rimase inattivo, incassando i 750 milioni del suo biennale non scaduto. In un’intervista all’apposito quotidiano sportivo si definì “giardiniere più pagato d’Italia”. Finalmente Luigi De Canio e Pasquale Marino. Qualche bello sprazzo di calcio lo proposero anche, ma alla lunga pagarono una certa mancanza di personalità che non permise ad una rosa tutto sommato competitiva di brillare. Di Marino ricordo ancora la posizione anomala che faceva tenere al Niño Maravilla che battezzò tornante e non mai ponta, laterale d’attacco con licenza di far come gli piaceva, ruolo che gli si addice ancor oggi, ché infiniti lutti addusse in Liga e in Premier League.

Ci sono stati poi allenatori secondo me geniali, il cui gioco però mal si sposava con la realtà delle cose. È il caso di Bruno Mazzia, che l’Udinese del 1989 soffiò alle grandi squadre salvo scoprire che le sue formazioni proponevano scintille effimere e poco durevoli. Memorabili le millanta partite in cui si gettarono punti al vento nei minuti finali (Bologna, Bari in casa…) nonché una rimonta 3-0 a 3-3 contro la Sampdoria. Oppure il filosofo massese Corrado Orrico, una carriera intera da allenatore low cost in Toscana con i “picchi” di Udine (in cui proponeva una zona totale senza che i suoi giocatori capissero di cosa stesse parlando) e Internazionale, cove assieme (purtroppo) a Zac viene ricordato come uno dei peggiori allenatori della storia.

E gli storici: Enzino Ferrari, chiamato al capezzale di un’Udinese già defunta nel 1981, gettò nella mischia un manipolo di primavera dalle belle speranze e ancor migliori abilità (Gerolin, Miano, Papais…) salvandosi all’ultimo respiro. Avrebbero dovuto lasciargli una seconda stagione la squadra con Zico come stella, se la sarebbe meritata e gli esiti sarebbero stati diversi, per lui e per noi.

Giovanni Galeone, il Gale, uno dei miei preferiti (in panca, non quando ultimamente dà interpretazioni discutibili del calcio moderno che evidentemente non gli appartiene più), la sua Udinese 1994-95 fu una delle più attrezzate e belle. Salvò la stagione-Champions, fallì quella successiva e sparì.

Franco Scoglio, il Professore, litigò con Pozzo e se ne andò sbattendo la porta. Mitologico essere mezzo uomo e mezzo filosofo, cesellatore di definizioni entrate nell’uso comune (“ad min**iam) e di uomini prima che giocatori. Memorabile un rimprovero al povero Breda durante il ritiro precampionato, quando il biondo ex-Messina non passò palla nei tempi giusti. Franco lo fermò e gli disse “Bredaaa… Bredaaa…. Scegli uno o l’altro e dagli palla… sennò è come avere una biunna, una mora e decidere invece di toccarsi!

Lucianone Spalletti, più bravo che simpatico, capitanò una delle edizioni-splendor dell’Udinese recente. C’erano individualità eccezionali, c’era tanto Spalletti nella sua formazione ed una squadra che girava come un cronografo svizzero di marca. Se ne andò all’indomani della qualificazione alla prima Champions, lasciando l’amaro in bocca per un addio sancìto e mai consumato fino in fondo.

Francesco Guidolin, il Guido, un altro signore della panca. Sportivo, poco trascinatore ma grande tecnico, le sue squadre hanno mostrato gioco e spettacolo fino a quando è andato lui per primo in debito di ossigeno. Il suo talento e quello dei suoi giocatori salvarono una stagione anonima, due anni fa, qualificandosi per i preliminari con la vittoria 2-5 a San Siro contro l’Inter di Stramaccioni. Lì avrebbe dovuto fermarsi, per generosità ha deciso invece di proseguire una quarta stagione dagli esiti non catastrofici (mai lottato per la salvezza) ma sufficientemente cattivi da nascondere, se non altro in parte, l’entusiasmo provocato da quelle precedenti.

Ho lasciato per ultimo Alberto Zaccheroni. Il meldolese ha portato, riportato lo spettacolo a Udine. Con la sua Udinese il divertimento era assicurato. La difesa a tre permise a gente come Calori, Pierini e Bertotto di parere invalicabili, mentre da centrocampo in su era platino ed oro. Il trio splendor Oliver-Marcio-Paolo, e dietro gente come il Loca, Walem, Stroppa, garantivano messi di reti, nessuna mai banale. Un terzo posto vero, anno 1998, in un torneo competitivo come e più di quelli inglese e spagnolo, fu il suo regalo d’addìo assieme a Helveg, Bierhoff che lo raggiunsero al Milan dove vinse (fortunosamente) lo scudetto l’anno successivo. Se ripenso alle trasferte dal vivo o anche alla televisione in cui un pari era quasi una delusione, mi vengono ancora i brividi.

Tutto sommato, li ringrazio tutti, i miei allenatori. Qualcuno forse l’ho tralasciato, la mia memoria latita, specie quando qui a Chicago è quasi mezzanotte e sette ore mi dividono dal popolo della mia terra ove fra poco si andrà a lavorare. Io invece li seguo a ruota, mi farò le solite quattro ore di sonno e mi addormenterò con la bocca buona del calcio di quegli anni, del mio calcio.

Lo so: ho escluso dalla lista il mister più recente. Ne abbiamo parlato fin troppo, ora è tempo di lasciarlo andare. È il passato, tutto sommato passato senza grandi rimpianti, ed è un peccato. L’averlo taciuto è un gesto di estremo affetto verso un ragazzo giovane, che sarebbe altrimenti purtroppo finito fra gli impalpabili. Buona fortuna Strama.

Franco Canciani @MondoUdinese

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