Centopassi

Centopassi

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Ci sono stato, a Cìnisi, paese di dodicimila anime alle porte di Palermo. Mi ha stupito la sua assoluta conformità ad altri dieci, cento paesi simili. In Sicilia, in Friuli, ovunque.

Eppure quei centopassi che hanno cambiato alcune coscienze, in meglio in peggio, quelli sì sono originali e significativi. Centopassi fra la casa di un giornalista coraggioso, figlio di un asservito di certo potere, e quella di Tano Seduto, uno che (disse in processo) “vissi sempre per fare del bene. Se ho fatto bene, male è stato sempre a fin di bene”. Sì: il suo, di “bene”.

Dopo un precampionato decisamente incoraggiante, dopo la corsara esibizione allo Juventus Stadium, m’illusi d’aver ritrovato una squadra come piace a noi: veloce, grintosa, dura se serve e comunque pronta a lottare per portare a casa il risultato, consapevole di mezzi e limiti.

Contro il Palermo, bagnata nel peggiore dei modi la soirée di debutto al Friuli, quantomeno i bianchineri ce l’hanno messa tutta, evidenziando lacune di gioco, sì, e di attenzione ma comunque gettandosi su ogni palla come fosse l’ultima, fino alla fine.

Mi illudevo comunque ancora, ché la squadra fosse arrivata a bussare senza paura alla porta di Tano Seduto, percorso quel centinaio di metri che la divideva dalla verità.

Ed ecco la gara dell’Olimpico. E dai d’illusi smammai. La squadra sembrava sprofondata di nuovo nel baratro d’ignavia, impotenza, indolenza, inutilità evidenziata una quarantina di volte dai preliminari contro lo Slovan Liberec in poi. Centopassi, ripercorsi in un amen all’indietro, senza che ce ne accorgessimo. Facendoci pensare che quella strada la squadra non l’avesse mai fatta.

E ancor più male fa sentire il mister dire “beh, il primo goal un errore, il secondo un infortunio di gioco di Kone”. Eh no.

Prima che mitra Matri la spedisse sotto l’incrocio calciando da due metri, prima che sempre costui fosse invitato a raddoppiare dal prode affannoso villoso petto dell’albanese-greco (inconcepibile errore: a Udine lo speaker gli urla questa è Sparta, a Bari direbbero “vedi che ten’ a cap’ p’spart’ le recch’”), un’unica occasione capitata a Alì Adnan e poi poco o nulla. Basta?

A me no.

Non cito a caso Peppino Impastato, anche se il paragone suonerà blasfemo: voglio una squadra che vinca pareggi perda, ma sempre assumendosi rischi e responsabilità. Quelli determinati dal prestigio di un campionato, una maglia, una piazza.

Invece mi sembra i componenti la squadra si stiano riadagiando su vecchi e lenti valzer neanche poi tanto viennesi, quali bolliti ed anziani danzerini d’attacco d’una balera della bassa padana, dove anche un giro in più mentre cantano i Castellina Pasi può far la differenza sulle attenzioni attirate della Vedova Cutrofà.

Come l’anno scorso, come quello prima.

La Direttrice cerca di rendermi edotto sulle varie sfaccettature di un modulo non cònsono ai giocatori in campo, forte di ripetuti dialoghi tecnico-tattici con valenti esponenti della panca d’antàn. Io l’ascolto, la guardo con l’occhio appallato della vacca davanti al primo treno della sua vita.

Non m’intendo di moduli, ma capisco gli uomini. Comprendo le persone, dono o non dono sono fatto così e così morirò. E coloro i quali vengono schierati non stanno (di)mostrando di meritare non dico la maglia (discorso spinoso, vecchio e inconcludente) ma la categoria, quella Serie A di cui possono sicuramente far parte. Ma non giochicchiando in codesta maniera. Non sentendo l’altissimo dire “facciamo quaranta punti poi si vede”, e il mister “sappiamo che campionato ci aspetta”, e giù andare, in campo un manìpolo di confusionati podòsferi che non erano fenomeni a Torino, nemmeno brocchi oggi…

Anche un bimbo avrebbe capito che una piccola Lazio come questa, che volontariamente (out De Vrij, Biglia, Klose) tiene fuori Felipetto e Matri per motivi comprensibili solo al buon Pioli; questa Lazio in cui Keita Balde continuava a proiettare palle per nessuno in area, in cui Candreva dimostrava perché gli mancherà sempre quel passetto che porta un buon giocatore ad esser campione; insomma una Lazietta come codesta andava aggredita, sottomessa, fatta a pezzi.

Invece l’Udinese, a forza di chiamarsi provinciale si comporta e “gioca” da tale, senza nobiltà né spunto, senza costrutto ne sugo o polpa, solo un’imprecisa rete di passaggi prima di cederla a “loro” e rintanarsi indietro.

E questo è carattere. Anzi, non lo è. Noi non siamo sotàns, siamo un popolo coraggioso che viene definito tale solo per la poca voglia di litigare con il prossimo a divinis. Sento richieste di eterni peana contro il nuovo nome dello stadio: una sicura aberrazione, ma in fondo chissene, chiamatelo come Vi pare ché tanto per noi non cambia certo spirito o significati. Cacciate i piccioli al Comune (Honsell poteva anche trattare un po’ senza accontentarsi delle briciole) e prendeteVi il nome, è tutto quel che avrete di noi. Eppure se non si fanno fiaccolate in centro i tifosi sono sotàns, se i giornalisti non scrivono ogni giorno che modificare il nome è brutto sono servi di Pozzo, e così via. Invece il carattere si vede altrove: nel lavoro, nella dedizione, nella fantasia affiancata al coraggio di andare all’Olimpico e vendere cara la pelle.

E per questo ho cavato il buon Peppino dal cilindro, trentasette anni abbondanti dopo la sua uccisione; lui quei centopassi li aveva percorsi, tutti, più volte; a testa alta, a fronte in faccia al Tano dominante, col suo sorrisino sarcastico e l’innata ironia di chi sa che il destino gli sarebbe potuto essere baro cinico tragico. Senza paura.

Per lui, nascondersi dietro i sussurri delle barberie sperando in un umano pareggio non è cosa; per i bianchineri, andare a Roma senza tirare in porta, ché se va bene si fa zero a zero, nemmeno, amici miei. Non Vi nascondete, avete le possibilità di essere una buona squadra. Ma non così. Eupalla va lusingata ringraziata sedotta. Voi la annoiate. Anche lei.

Centopassi indietro. Sabato, ore diciotto: fatene un paio avanti. Ché poi sarà subito Milan.

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