C’era una volta il nordest

C’era una volta il nordest

Per ora la favola bianconera comincia con ‘c’era una volta il nordest’, ma sembra che stia per finire con ‘ora c’è questo’. Ai bianconeri il compito di scrivere un altro finale meno malinconico.

Il nordest calcistico, quello estremo, quello che si chiama Friuli per decenni è stato la culla di campioni che espatriavano dopo i piccoli fasti bianconeri degli anni ’50. Poi l’Udinese a cavallo degli anni ’80 si è ripresa, è tornata  a far sognare. Zico, il club targato una multinazionale come la Zanussi, ma è stato un bagliore effimero. La paura del buio, quindi l’avvento nel 1986 di Giampaolo Pozzo.

Inizialmente sembrava un ridimensionamento e l’ascensore tra la A e la B durato per quasi dieci anni ha consolidato questa tesi. Ma Pozzo una volta capiti i meccanismi giusti ha cambiato rotta. Prima i consigli di Fedele di smetterla di puntare su giocatori attempati e senza motivazioni, poi l’arrivo di uomini chiave  in società ha davvero rivoluzionato il club.

Certo la fortuna non è mancata: al primo anno di Zac la salvezza fu ampiamente conquistata, ma al secondo qualcosa si inceppò tanto che la famosa gara col Perugia fu un vero e proprio sparti acque. Per il tecnico e per il club. Zaccheroni salvò la panchina vincendo quella gara (Galeone era in tribuna trepidante di subentrare), l’Udinese da lì inanellò una serie di vittorie che la consacrarono. Vittorie che consentirono di vendere alcuni giocatori a peso d’oro e consolidare anche il progetto che da lì a poco portò varie qualificazioni europee.

Qualche intoppo con tre, quattro annate tribolate (su tutte quella con Ventura e quella con Cosmi), ma sempre un progetto da esibire che riportava presto i colori in auge.
L’unica critica davvero pressante che si muoveva era il fatto che non si trattenevano i migliori (innestando magari un paio di giocatori maturi) per fare il famoso salto di qualità.
Critiche rispedite puntualmente al mittente con i risultati e con la regola non scritta che non si può trattenere qualcuno contro voglia e dinanzi a offerte importanti.

Si va avanti bene, fino al 2013/14. Guidolin vede perdere parecchi giocatori, l’annata è complicata e a metà stagione la gara col Bologna è decisiva sia per il tecnico sia per la squadra che se non avesse fatto punti avrebbe davvero rischiato grosso. Alla fine è salvezza e forse in maniera superficiale si è dato la colpa della stagione a un ciclo tecnico che stava finendo. Mai giudizio fu così affrettato. Guidolin aveva sì qualche colpa, ma alla fine è rimasto solo e con una squadra impoverita.
Nell’estate 2014  Gino Pozzo perfeziona intanto l’acquisto del Watford, che veleggiava da tempo nella B inglese. Un’opportunità si è detto allora (e ancora oggi è la tesi imperante in Piazza Argentina).

Fatto sta che l’anno dopo si sceglie un giovane timoniere, Andrea Stramaccioni: uno che ha fatto benissimo nelle giovanili e viene da un’esperienza all’Inter tra luci e ombre. La sua Udinese parte a razzo, un girone d’andata buono, poi però gli infortuni a raffica non sono compensati a gennaio da arrivi necessari. Il tecnico deve fare con quello che ha e a salvezza virtualmente ottenuta la squadra a febbraio va virtualmente in vacanza.

Si cambia perché a sentire qualcuno serviva un generale di ferro: ecco dunque Stefano Colantuono. Lo scorso anno è inutile ricordarlo, se non per il fatto che anche il tecnico di Anzio ha sposato una difesa a tre che mai in carriera aveva fatto.

Così negli ultimi tre anni i gol presi salgono a oltre 170, la squadra vacilla e il progetto sembra sempre venire meno. I giovani vengono sostituiti da giocatori attempati e senza troppa qualità, la squadra è sempre la stessa, lo zoccolo duro di italiani va sempre più scemando, i senatori vengono addirittura considerati ‘colpevoli’ di essere un sotto gruppo anarchico in seno alla squadra.

Si cambia ancora imputando a tecnici e diesse le colpe. Si sceglie Beppe Iachini per rilanciare nuovamente un progetto che da fuori non sembra esserci, il tutto mentre il Watford al quarto anno di proprietà Pozzo è salito in Premier al secondo tentativo posizionandosi subito a metà classifica.
A Udine il tecnico ascolano riparte dalla difesa a tre e i risultati sono subito mediocri (eliminazione dalla Coppa Italia, sconfitta sonora alla prima di campionato a Roma).

Il mercato estivo ha portato qualche giovane, ma anche confermato in pratica l’ossatura passata. L’arrivo migliore sembra essere quel De Paul che dopo due anni bui tra Spagna e Argentina vuole rilanciarsi. Sembra di ricordare Ortega quando finì alla Samp: un giocatore decisamente molto tecnico, ma inserito in un contesto dove non può esprimersi come dovrebbe. Trequartista, mezzala, le discussioni in Friuli si basano oramai da tempo su come spostare una pedina, piuttosto che sul valore delle altre.

La storia è questa: cambierà? Il calcio è foriero di squadre date per spacciate e poi risorte improvvisamente. La sindrome di Oronzo Canà (‘mi avete preso per un coglione‘, ‘ma no sei un eroe‘) ha fatto epoca.
Ma oggi questa Udinese è davvero capace di ribaltare i pronostici?
Quanto davvero sta pesando il Watford nell’economia gestionale?
I giocatori, quasi tutti stranieri oramai, sono frutto di un progetto o di mera necessità di completare un organico?
Quanto stanno pesando gli adii di alcuni osservatori che hanno fatto epoca?

Domande che presto avranno risposta. Per ora la favola bianconera comincia con ‘c’era una volta il nordest’, ma sembra che stia per finire con ‘ora c’è questo’. Ai bianconeri il compito di scrivere un altro finale meno malinconico.

 

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