Chiedo scusa. A tutti.

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Chiedo scusa.

Alla Dirigenza, allo staff tecnico , ai valenti giocatori troppo presto da me etichettati come pedatòri.

Chiedo scusa ai tifosi, offesi dalla mia continua citazione delle precedenti gestioni societarie a dimostrare che nel blasone sociale non c’è scritto “Udinese calcio 1987” ma “Udinese calcio 1896” proprio perché già in tempi precedenti alla famiglia Pozzo, Vi do una notizia in anteprima, magari non c’era vita su Marte ma sicuramente calcio a Udine. Avete ragione Voi, e Vi chiedo scusa, meglio partecipare alla gara contro lo Slovan Liberec che vedere fianco a fianco Causio, Mauro, Zico e Miano vincere 2-0 in amichevole contro il Reàl di Santillana e Stielike.

Chiedo scusa, e lo dico senza rancori ne ironie, perché ho commesso un imperdonabile errore: esprimevo delle opinioni in quasi totale libertà, su queste frequenze, leggendo le prestazioni che in campo da tre anni divertono poco evidentemente solo me. Invece avrei dovuto guardare le cose in prospettiva, e se Théréau passeggia clochardément in campo devo ripensare a Margiotta, mentre quando Alì rimane cauto ad aspettare l’avversario senza incalzarlo mai, basterebbe rivedere sulla stessa fascia il primissimo Mauricio Pineda.

Vi chiedo scusa.

Ho sostenuto, continuando ad insistere, mi sono schierato a difesa del divertimento, io zingaro di “Amici miei”, io ca**aro di tante trasferte senza tessere-bancomat, io ragazzino arrampicato sull’erba di una curva oggi tecnologicamente e policromicamente distesa ad urlare con due amici “forza Zé Pasquale” ricevendone un “pollice all’insù” segno che aveva capito, ed apprezzato. E mi sono soffermato sulla pelouse, su quanto avveniva in campo. Sbagliando.

Poiché, stolido io, non mi accorgevo che l’Udinese era la stessa, identica e splendida fede che sboccia ogni anno, dopo anno, dopo anno. Ero, sono cambiato io.

Non sono più un ragazzino. Sono cresciuto che cantavano gli Schola Cantorum, i primi rossori con Sheila & B. Devotion, qualcosa di grandepiccolo ascoltando i Righeira. Soprattutto Marillion, Dire Straits, Bruce e Little Steven. Down to the River, quante volte all’autoradio e noi giù al fiume.

Evidentemente ed anagraficamente non posso appartenere a questi anni, come ogni persona cerco di adeguarmi ma come testimoniava Bryan Adams “erano quelli i giorni più belli della mia vita”. E ne ho parlato mille volte. La trasferta a Vicenza per lo spareggione contro il Parma, quelle piene di gioia nelle serie inferiori al seguito di sedici ragazzoni ed un mister dal gioco imprendibile e futuristico. Le punizioni di Zico, gli slalom di Manuel e Zé Paolo, ma anche la rete annullata a Platini a Tokyo contro l’Argentinos, il commentatore argentino che di fronte a Maradona che scarta l’intera formazione albionica faglia di parole e riesce solo a dire “ta, ta, ta” fino alla rete; l’urlo di Tardelli.

La vita, anche sportiva di ognuno di noi è una coppia di rette incidenti, che si incontrano come in un’infinita croce di Sant’Andrea. E per me, forse solamente per me, quel punto dopo il quale le rette che simboleggino la mia vita ed il mio calcio si allontanano irreparabilmente, ha due momenti vicini fra loro: la numerazione fissa sulle maglie, e la Kappa che produce le prime maglie stretch aderenti al corpo. Da lì in poi la mia affezione si affievolisce, fino a raggiungere i minimi storici odierni.

E non certo a causa del calcio! Sono io a non esser più un ragazzino, almeno anagraficamente. Tendenzialmente metterei ancora due maglioni a far da pali e calcerei un supertele nero e giallo, ma risulterei anacronistico. Urlerei ancora in curva gli slogan che sentivo trent’anni fa riecheggiare negli stadi, al ritmo dei tamburi, ma ascoltandomi intuirei di esser scaduto nel più triste dei manierismi. Le generazioni si rincorrono, io non avevo il diritto di dire a mio padre e mio nonno che veder giocare Ulivieri era più divertente che assistere alle sgroppate di Lorenzo Bettini, non ne ho nemmeno di sostenere la superiorità del 3-4-3 zaccheroniano rispetto al 3-5-2 di Colantuono.

Mi autodefinisco misàntropo, podosfanarchico, non allineato. Ma non riesco, per formazione culturale, a parlare “contro” qualcosa o qualcuno. Per cui, quando a chiosa dei miei pezzi leggo inflessibili commenti “pro” o “contro” l’attuale presidenza, m’intimidisco e scompaio. Avete ragione Voi, che citate le serate magiche di Barcellona (1-4) o il ritorno coi blaugrana. Piccolo inciso: spiegatemi anche perché si era deciso di disputare quelle gare con giganti del calibro di Vìdigal e Juàrez.

No. Niente polemiche. Solo scuse. Ma io non posso cambiare: non sono un tifoso, mi è per nulla indifferente la squadra biancanera che fa battere il mio cuor, ma se (non) gioca come domenica scorsa mi sento in dovere di dire che io, e sottolineo il pronome personale, prima persona singolare, non mi diverto. Più. Da tre anni. Perché qui sono cantore con qualche piccolo, minimo ma assicurato dovere di onestà intellettuale.

Se ciò non Vi piace, detto che ho ammesso qui e pubblicamente i miei infiniti limiti di comprensione e di affezione per questo o quel gerente societario, beh amici miei biacca e carbone il net è pieno di siti nei quali, come una biancanera pravda, si dice sempre e comunque una verità, vita, via. Quella che piace a Voi. In questo caso, non sono l’uomo per Voi, e vieppiù lo confesso senza un minimo di vergogna, anzi provandone un bel po’ per l’incapacità di adeguarmi.

Poi parlo con tante persone, operai imprenditori professionisti, e vedo nei loro occhi quella stessa scintilla infantile che mi sbocca quando sbrocco risfogliando l’album dei ricordi, rivedendomi bambino delirante per un terzino modestamente impostato. Allora, dico, sono fuori tempo, sono in errore, chiedo scusa. Ma lo sono, assieme a me, molte tante troppe persone.

Ecco fatto, signora Direttrice. La mia testa sul vassoio, se serve a progredire. Bravi i Pozzo, bravo Giaretta Rigotto Collavino; bravo Colantuono, bravi i venticinque giocatori della rosa e lo staff tutto, financo i magazzinieri. Scarso io, che pecco d’ingratitudine se chiedo, pietisco la miseria di un tiro in porta senza ricordare vent’anni di storia recente in massima serie. E mi ripeto, logorroico e pleonastico io: non sono ironico ne offensivo, né offeso o rintronato. Sono solo un po’ depresso perché vedo che la mia piccolissima storia a fianco di questa squadra, quando di mestiere studiavo sul sussidiario e facevo il tifoso alla domenica, conta nulla se paragonata alle recenti notti di gloria.

La storia dunque inizia con il Widzew Lodz. O quantomeno con un’Udinese-Juventus 0-2 a settembre 1986. Ne prendo atto, e cercherò (invano!) di non sconfinare più indietro nel tempo. Ho immerso il capo nella cenere. Spero basti. Buon proseguimento di campionato a tutti.

 

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