Colantuono ed il Pozzo dei desideri

Colantuono ed il Pozzo dei desideri

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Abbinare calcio e sogni è sciocco. Infantile. Inutile: in pratica un’idea che mi calza come un vestito tagliato su misura.

Credo sia difficile pensare a leggere un pezzo come questo, dopo le ultime sconfortanti prestazioni. Resta calcio d’agosto, ma da domenica si fa sul serio.

Ci pensano altri, ben più attrezzati colleghi (e soprattutto avvenenti colleghe) a discernere di moduli, tattiche, di chi si alleni a parte e chi invece stia bene, di chi rientri in gruppo e chi malmostosamente rumini il proprio essere ai margini (dicano anche a loro che lavorare, e bene, in allenamento è un dovere deontologicamente prescritto).

Periodicamente scrivo, per ricordare principalmente a me stesso, su cosa sia e debba essere il calcio. O meglio, su cosa debba essere l’Udinese calcio essepià. Per me. Forse per Voi, se lo vorrete leggere. Ché io mica mi offendo se non lo fate (piango solo un pochino. Solo un pochino…)

A me non interessa vincere ogni gara. Capisco che la mia assunzione suoni ipòcrita e falsamente sportiveggiante. Ma Vi ricordo che il termine succitato deriva dal greco, hypòkrites: significa “attore” ed io finta non so fare.

Non mi è mai interessata la vittoria in quanto tale. Se mi piace arrivare oltre il novantesimo con almeno una rete, nel tabellino bianconero, in più rispetto a quello avversario? Son mica scemo, claro que sì. Ma certe vittoriucce ottenute negli ultimi anni, risparmiando su energìe e spettacolo, dopo un iniziale sospiro di sollievo, mi lasciavano nell’animo poco più di niente.

So di essere anòmalo, mi autodefinisco podòsfanarchico, ma Vi garantisco l’orgoglio nel desiderare successi suggellati, garantiti, asseverati da un, chiamiamolo così, marchio di qualità. E ci si può arrivare, credetemi, solo in una maniera. Una sola, unica, splendida maniera.

Il gioco.

Lo farei vedere, a Stefano Colantuono, il metaforico Pozzo dei desideri  in cui negli anni ho gettato monete, quintali di monete di conio e corso diverso, onde ottenerne un sollevante appagamento di ciò che anelavo, ad occhi chiusi mentre lanciavo il dischetto metallico nelle sue profondità.

Questo piccolo, povero cantore di cose pallonare; che delira per un giocatore anche solo moderatamente impostato, che rimane assorto e sognante di fronte alla rabòna brasileira dell’ala destra (ma esistono ancora le ali?), che forse non conosce a menadito la differenza fra un modulo e l’altro ma apprezza, e se ne vanta, come pochi la disposizione d’animo del pedatòre sceso in campo per mostrare urbi et orbi come si giochi al pallone.

E chi deve scendere in campo, per farmi contento, chiederete Voi? Vabbé, ci provo.

Il portiere – uno, solido, vestito in maniera diversa dagli altri. Non pretendo un ragno alla Zamora, mi basta un buon paratore alla Orestìade Karnezis. Libera me a Brkic Kelavaque, divina Eupalla.

La difesa – a me piace sempre schierata a tre, stretta stretta e in totale controllo della situazione. Ciò accade solo se i tre difendenti si fidano l’un l’altro come di un fratello. Danìlo ha mostrato di poter dominare la valle da senatore affidabile, accanto a sé Wague e Tommasino il prode o Facundito Pirìs possono fare benissimo. Via che siano andati i gattoni di marmo, senatorialmente-a-vita premiato Spaccalavezzi, mi manca un buon quarto che supplìsca quando inevitabilmente uno del terzetto se ne starà fuori. Un Felipe dal Belo ci starebbe da Dio. Lo dico perché il buon Filipìn non ha mai sfigurato nelle squadre ove si è cimentato; ha un’eta (trent’anni) che lo preserva da colpi di testa, la maturità di chi accetterebbe la panca senza mugugno alcuno. Dulcis in fundo, proviene dal vivaio bianconero, per cui anche Tavecchio sarebbe servito.

Il centrocampo – punto dolente della squadra, ove dovrebbe risultare quello forte. Serve un pacchetto centrale con un interditore duro al punto giusto (Pinzi?), un metrònomo che potrebbe essere facilmente Guilherme (Iturra ancora mi è del tutto misterioso, dato che non seguo il Granada con assiduità), un Bruno Fernandes in edizione splendor (e non dimessa come l’anno passato). Da Tuttisanti Kone mi attendo un pronto rientro nei cànoni rossoblu, in termini di solidità e realizzazioni. Ai lati due cursori, ali prima ancora che laterali: Edenilson, Alì e Widmer sono reclutati alla causa; “Liverpool” Pasquale può subentrar senza problemi. Mi parlano di Schelotto, che male male non ha mai fatto. Sogno per me proibito è mettere di punta a tale centrocampo quello col diéz, che avrebbe il piedino e la visione per lanciare i compagni a rete. Vedremo, anche se questa moneta lanciata nel Pozzo pare la meno utile del lotto.

L’attacco – Il dieci di cui prima, e Théréau e Zapata, con Perica (?) come rincalzo, paiono il reparto meglio assortito. Ad essi si unisca Aguirre, l’introverso furore di Dio e parrebbe un bel mix di potenza, agilità, gioventù e maturità. Invece segna col contagocce. Preparazione dura (…)? Mira da assestare? Non so, di certo c’è che la porta la si dovrebbe vedere anche strapieni di acido lattico, cosa che accade per nulla o quasi. Totò dietro Théréau e Zapata (o Aguirre) sarebbe la monetina lanciata, ma come ripeto quasi impossibile: troppa la voglia di Di Natale di finalizzare l’azione.

Ma in fondo giochi chi vuole, chi deve, chi sembri più pronto al mister: la mia moneta più preziosa è legata solo e sempre ad un sentimento, una sensazione, un desiderio: giocare al calcio, divertirsi divertendo, segnare una rete in più dell’avversario ma puntare mai, nemmeno contro la squadra più forte, a costruire un fortino attorno al povero portiere in versione orsetto del Luna Park. In fondo credo anche la proprietà, sebbene apparentemente sempre più lontana mentalmente, non disdegnerebbe di venir di nuovo additata, come pochie stagioni or sono, ad esempio di giovanil baldanza, di scintillante gioco, di esplosiva verve realizzativa. Attendo, encore une fois, l’inizio della stagione, ribadisco che arriviamo al numero quarantaquattro, per capire se dopo due stagioni di minestra di brodo furbo (citazione per figli di mamme di corsa) possiamo finalmente servirci un’appetitosa ribollita.

Stefano Colantuono, questo è il mio whishing well. Venga, e ci getti la sua monetina, basta quella da un cent. Non mi sveli il suo desiderio, lo capirò da come i suoi eroi si batteranno in campo. E lo capirete ben anche Voi, amici miei biacca e carbone che di monetine in quel Pozzo ne avete gettate, e ne gettate ancora.

Franco Canciani @MondoUdinese

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