Doping, parrucconi, omertà: c’è Atletica ed atletica

Doping, parrucconi, omertà: c’è Atletica ed atletica

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Da qualche settimana avevo in pancia questo pezzo. Specificatamente dopo aver visto un’inchiesta televisiva della rete teutonica ARD, rigorosamente in tedesco, dove si adombrava l’ipotesi di doping, cioè di assunzione di sostanze vietate in prossimità o durante le competizioni, da parte di molte delle “medaglie d’oro” europee, mondiali, olimpiche negli anni che andavano dal 2003 al 2008. Come sempre la parte del leone, secondo la ricostruzione tedesca, la facevano le repubbliche ex-sovietiche, e discipline più afflitte quelle dei lanci.

Mi sono trattenuto. Perché? Semplicemente perché non c’erano conferme ufficiali, e stare ai si dice mi fa vomitare. Si dice, e lo ripeto, che l’Udinese di Zaccheroni vincesse perché bombata. Si dice, solo in base a valori medi d’ematocrito che avrebbero indotto i solòni farmacopèici a ipotizzare uso smodato di eritropoietine di esterna generazione. Prove? Analisi? Zero.

Mi sono trattenuto anche quando il Sunday Times citava una ricerca dell’Università tedesca di Tubingen (forse commissionata dalla stessa federazione internazionale): dodicimila campioni prelevati ad oltre 5000 atleti vincitori di gare internazionali fra Sidney 2000 e London 2012, e un terzo di essi era palesemente o molto probabilmente anomalo: ormoni, diuretici (usati per nascondere le tracce di assunzioni illecite), eritropoietina di seconda o terza generazione, microtrasfusioni: ce n’è per tutti. E in più: 146 medaglie (una cinquantina del metallo più prezioso) 48 delle quali quasi sicuramente viziate. Quelle russe? farlocche all’80%.

E la IAAF (la federazione internazionale d’atletica leggera)? S’arrabatta, ammette, s’indigna, ritratta, minimizza; nega d’avere opposto veti quando questi dati se ne uscirono dai tèutoni laboratori. In fondo, tutto il mondo diviene Belpaese quando da lì a quattro giorni si rieleggono i massimi vertici, e il quasi certo vincitore, il mezzofondista baronetto britanno Seb Coe promette severe organizzazioni anti-doping in cambio della sua elezione. A rispondergli ci vorrebbe il grande capo di 6-1-0 (Estiqaatsi)

La verità si sapeva, era certa da sempre. Ricordo Pierfrancesco Pavoni, buono sprinter romano anni ottanta, di pariolini origini e da sempre impegnato nella lotta alla disonestà, ritirarsi a ventott’anni per un fisico non più integro e per l’avvento, in campo europeo, della nuova leva velocistica greca, da lui ribattezzata “i barattopulos” con ovvio riferimento alle strategìe extra-allenatorie cui gli ellenici ricorsero. Lo scoprimmo ufficialmente una quindicina d’anni più tardi, prima delle loro mitiche Olimpiadi, quando una mezza dozzina  di atleti si dettero malati per non farsi pizzicare all’antidoping, e due fra loro, gli idoli locali Kenteris ed Ekaterini Thanou, simularono un incidente per sfuggire alla tagliola dei controlli.

Lo si sapeva anche prima. Quando da bimbo prima e ragazzino poi mi innamorai di questo sport che praticai in maniera pulita ma del tutto scadente in gioventù (beh, diciamo media, dài, mai vantarsi), lo feci di facce pulite e storie belle: Venanzio Ortis che batte il finnico (dopatissimo!) Vainio; Paolo Rosi che urla “Coovaaaa Coovaaa Coooovaaaa” quando Alberto vince ad Atene i diecimila mondiali con un finale da brividi, anche oggi ripensandoci a distanza di trentadue anni; Mennea e le sue lotte, con il grandissimo Borzov prima, con il cymru Alan Wells poi (e per lui neanche la soddisfazione dell’inno a Mosca, solo la bandiera IAAF e tanti applausi). Ricordo anche con curiosità la Kratochvilova, che pareva un uomo ma non fu mai pizzicata. Ancor oggi detiene (quasi quarant’anni dopo) un record mondiale (800 piani). L’altro (1500 metri) glielo tolse Marita Koch, tedescona dell’Est nemmeno lei colta sul fatto, ma riconosciuta dopata molti anni dopo.

Un giorno nel nostro campo d’allenamento arrivò un velocista austriaco, tale Andreas Berger, che rideva dei copertoni che tiravamo per far su muscoli, e ci disse in tedesco “esistono mezzi meno duri per allenarsi, ja?”. Strano ma vero: nel 1993 lo trovarono pieno di un ormone, il metilbutanone. Sarà per quello che la circonferenza delle sue cosce era pari a quella del mio torace…

Ho un timore: che questa piaga, di questo si tratta, non si estingua negli alti strati dell’agonismo internazionale , ma scenda giù fin nel più profondo tessuto amatoriale. Il confine fra un innocuo integratore ed un pernicioso rinforzino si sta sempre di più facendo sottile, così come il senso di sportiva decenza a difesa dell’agonismo inteso come pura espressione di sé stessi. Come nel ciclismo, altro sport che si fa fatica a seguire senza porsi delle domande. Quelle domande. Molte domande. E dove, notizia di settimana scorsa, i Carabinieri attendono alla fine di una corsa amatoriale i concorrenti per verificare la presenza di sostanze illecite nei loro effetti personali, causando numerose, comiche fughe in giro per i campi prima del rituale taglio del traguardo…

Amai profondamente lo sport. Amai l’atletica così come il basket, li praticai, li amai e lo farò sempre. Se ho avuto tentazioni? Sì. Ed offerte, anche, che facevano leva sull’orgoglio, sul senso di competizione, tipo “vuoi essere uno dei primi o il primo degli ultimi?”. Dissi no. Stupido? Forse. Ma fiero di non dover spiegare mai alle mie figlie perché mi sarei dovuto far chiamare anch’io  Barattopulos.

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