Essere allenatore

Essere allenatore

di cdtsistemi

Sorge spontaneo un dubbio dopo l’ennesima capriola dell’Udinese. Il dubbio ha un nome e un cognome, Andrea Stramaccioni. Lungi da me il proferire critiche maleducate o incivili, ma non serve aver allenato per capire che questa Udinese sta deludendo.

Sarebbe bello, e lo scrivo senza fare dietrologia, poter discorrere di calcio con il mister bianconero. Sarebbe bello poterlo fare liberamente, senza quei freni dati dalla diplomazia che ogni dipendente deve avere verso la propria azienda. Sarebbe bello per capire.

L’Udinese altalenava con Marino (ma dopo il primo anno), con Guidolin (ma dopo il primo anno) e ora anche con Stramaccioni (ma al primo anno). C’è da farsi venire la gastrite ad allenare una squadra come quella bianconera. Porto di mare, vetrina in esposizione, in un calcio che dipende dai procuratori nella misura in cui i bilanci non hanno equilibrio. La società di Pozzo si attrezza per diventare indipendente, ma finché gli stipendi lordi della squadra sono più alti dei diritti TV incassati hai poco da fare. Puoi alzare l’asticella dell’autonomia economica costruendo uno stadio di proprietà, ma anche in punta di piedi, se sei Calimero non puoi diventare un’aquila.

E così pare che nemmeno il miglior mercato degli ultimi quattro o cinque anni sia servito a risollevare l’Udinese dalla mediocrità vista l’anno scorso. Età media aumentata con giocatori dalla comprovata esperienza. Non era così l’anno scorso. La squadra era messa bene in campo, ma si sprecavano gli errori individuali, chi se ne doveva andare pareva poco motivato all’andata e improvvisamente ritrovato nel ritorno.

Povero Guidolin (non a livello reddituale eh…), portava la croce addosso e si prendeva colpe della squadra. Povero Stramaccioni (non a livello reddituale eh…), si infuria nello spogliatoio e poi va in sala stampa a dire le solite, ripetitive, parole scontate.

E così il dubbio Stramaccioni cambia e diventa “allenatore moderno” o “allenatore nel calcio moderno”. Eh sì, parrebbe che in un sistema dove i procuratori decidono assieme agli assistiti di non festeggiare dopo un gol, un allenatore possa ben poco. Figuriamoci cosa può in una società come l’Udinese, dove bisogna valorizzare.

I primi scricchiolii sono arrivati quando all’Udinese si è deciso di non fare tattica intensiva e si è smesso di punire i giocatori che si comportavano in maniera non consona (ultimo anno Guidolin II); altri segnali sono arrivati da Londra, dove un buon allenatore come Sannino rassegnava le dimissioni dalla squadra di Pozzo junior ai vertici della classifica per “incompatibilità tattico-ambientale”. Fino alle montagne russe di Stramaccioni: bravo a Milano, male in casa, bravo a Napoli in Coppa Italia, benissimo con la Juventus, male contro la Lazio. Fra errori nelle sostituzioni (non me ne voglia sua moglie, ma non serve aver allenato per esprimere delle critiche) e disposizioni tattiche ben preparate (paradossalmente anche con la Lazio), perfino al tecnico che ha riportato a Udine la meritocrazia non riesce di spezzare le catene di questo lassismo tutto nostro, colpevole, reiterato.

Fanno piacere le parole di Giarretta: “Avevamo perso già alla fine del primo tempo, qualcuno si aspettava che l’arbitro ci avrebbe fatto pareggiare”. L’omertà tipica delle società di calcio viene spezzata con esternazioni importanti, alle quali però non seguirà nulla. Nel post partita ho analizzato gli errori del tecnico (palesi) sui cambi e due scelte di formazione, ma poi ho considerato altro… Eh sì, la società è diventata moderata, i tempi di Pierpaolo Marino sono lontani. Tanto Udine è civile, qua la società ti coccola, si fischia poco la squadra, qua si va in giro senza problemi… pagano poco e ti vendono bene.

E lo stadio piano piano si spopola…

 

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