Fenomenologia del tifoso (bianconero?) – un anno dopo

Fenomenologia del tifoso (bianconero?) – un anno dopo

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Schiavo della mia pseudocultura ottantina parafraso un  notissimo film, pròdromico dei moderni cinepanettoni, e dopo un anno esatto mi dedico di nuovo all’attento studio, attività discreta che mi si confà, della fenomenologia legata ai sostenitori. Ai supporter. Sì, insomma, ai tifosi.

Mi sorprendo, è la parola giusta, a partecipare a discussioni sociali, con persone di diversa opinione ed estrazione: privo del tutto del dono della sintesi li sommergo di mappazzoni, cui proprio sembra io non riesca a rinunziare, ma alla fine inesorabile vengo sconfitto dalla logica di troppi fra loro, troppo diversi e soprattutto troppo convinti.

E allora, quelli che…

Quelli che l’Udinese è tutto – anzi tùto, tùto, tùto. Guai a contraddirli, anche se dicono che Muslimovic è più forte di Inzaghi (ipse dixit). Loro le partite le seguono, e tutte; il calcio lo capiscono come nessuno, della diagonale sono professori emeriti; qualsiasi gara venga citata, anche se si parla degli anni trenta quando i loro genitori erano Balilla e Piccole Italiane, beh essi c’erano e se lo ricordano bene. Inutile intavolare discussioni, se si sentono messi all’angolo da qualcuno che magari ha conosciuto schizzo Minaudo o genio Catalano procedono con il piano-B, citare di esser stato azzurro di calcio ed assumendo che nessuno fra noi ha mai toccato un pallone ci ammazzano. Sportivamente parlando.

Quelli che il proprietario deve andarsene – Li troviamo di solito assiepati ai piedi degli articoli inerenti i soggetti i più difformi. Li riconosciamo dall’improbabile nickname, da un provocatorio avatar e da una litanìa funebre che normalmente s’impernia sull’impegno scarso della proprietà a vantaggio di altre squadre del gruppo; si sentono appagati nel loro personalissimo luveviditejò quando il mai sentito prima Kazanovic viene prelevato dall’Atletico Kazzenger ma spedito in altra formazione. Se la formazione la guidassero loro, essa vincerebbe campionato, Champions ed Europa League contemporaneamente; Coppa Italia, Supercoppe varie, Trofeo Gàmper e Berlusconi; sono candidati al Nobel, all’Oscar, probabilmente se si mettessero d’impegno diverrebbero anche papi. In alternativa condividono foto di gatti, video divertenti e piatti stracolmi di cibo alla Sagra dello gnocco fritto di Roccacannuccia.

Quelli che la squadra non si discute, si ama – si contrappongono ai precedenti, invitandoli a tifare per altra squadra; non hanno cognizioni tecnico-tattiche ben precise ma ritengono di essersi guadagnati la gold card biancanera per anzianità. Chiunque abbia opinione diversa viene invitato al silenzio. Conoscono per nome tutti i giocatori delle ultime sedici annate, li seguono, li coccolano, possono produrre appositi selfie e magliette come premio per la loro devozione. Ammirevolmente votati alla causa, come detto anche con loro è difficile intavolare una discussione. Si vantano di non aver mai contestato la squadra, come quasi la coprofagìa calcistica fosse vanto e merito.

Quelli che si sfogano col calcio – La vita è difficile, per tutti ma in particolare per alcuni. La domenica (o quando il calendario infila la partita della squadra del cuore) si recano allo stadio con il cuore pesante, pronti a sfogare ogni frustrazione con improperi, bestemmie blasfeme ed offese sputate; obiettivi preferiti l’aLbitro, uno o due giocatori cui nella stagione dipingono un bersaglio sulla schiena, l’allenatore reo di scelte difformi dai loro desiderata. Protagonisti del terzo tempo al bar, dove spiegano con dovizia tattica di particolari come il mister avrebbe potuto girare la gara a proprio vantaggio. Rientrati in casa sono generalmente miti e docili agnellini nelle mani della vera padrona.

Quelli del complotto – per essi i risultati del campionato, delle coppe nazionali ed europee, delle massime manifestazioni per squadre nazionali sono decisi a tavolino da un misterioso comitato interno di stampo pluto-giudo-catto-masso-comunista, con sede in qualche grande hotel di Mosca o Londra. Ogni errore dell’arbitro è pilotato, teleguidato, ipnoticamente condotto da questo superno gruppo, per cui la lotta delle provinciali è inane, inutile e frustrata dal vantaggio ottenuto illecitamente dalle metropolitane. Bersaglio preferito, ovviamente, la Juventus contro la quale si scagliano anche quando questa vince con grande merito. Apoteosi la retrocessione dei torinesi nel 2006, assieme alle penalizzazioni di Milan e Fiorentina, altra squadra poco amata.

Quelli che Ultrà è un modo di vivere – decisamente fra i più interessanti. Si sentono gruppo elitario di tifosi, una cerchia chiusa con regole ferree di cui nessuno in effetti sa granché, tantomeno loro stessi; il motto generico è il mio tifo è violenza, ma un pugno non lo hanno mai tirato. Improvvido io, certe volte ho chiesto cosa significhi in effetti essere un ultrà, ricevendone una risposta laconica: “non lo sei, non potrai mai capire”. Avete ragione. Ma scarabocchiare con i Vostri motti le cabine elettriche e i muri delle case non è un gesto ultrà, ma solo una cosa sciocca. Eufemisticamente.

Quelli che siamo tutti noi – Le categorie qui sopra elencate sono generiche, scherzosamente messe assieme, nessuno si senta offeso. Vita da stadio lunga quarantaquattro stagioni, e quanti non ne abbiamo visti! Tutti noi, di volta in volta, siamo stati un po’ l’uno e un po’ l’altro, ed io, da cantore e già tifoso nel passato remoto e prossimo, me ne vanto. La fenomenologìa del tifoso, ché nel calcio si fa fatica a chiamare sostenitore, è proprio questa: la forma, sempre e comunque ibrida, con cui molti, forse tutti, fra noi zompettano senza accorgersene da una categoria all’altra. Ed io, detto senza ironie né piacionerie da vecchio centrista qualunquista vi amo tutti. Tutti. Siete la ragione per la quale, ogni santo giorno o quasi, mi metto qui e spedisco alla Direzione, fatta per due terzi da avvenenti ma decisissime valchirie, i miei spesso inutili pezzi. Che loro, con fare materno (anche se l’età gioca purtroppo a mio sfavore) e una pacca sulla spalla, instancabilmente pubblicano.

Ho promesso di non esagerare con le citazioni. Ma voglio ricordare ai più giovani una cantante pacifista cilena, Violeta Parra, la quale poco prima di morire compose un inno alla pace che ad oggi non ha eguali: gracias a la vida. Nella prima strofa, dice “Gracias a la vida, que me ha dado tanto/ Me dió dos luceros, que cuando los abro / Perfecto distingo, lo negro del blanco / Y en el alto cielo, su fondo estrellado / Y en las multitudes, el hombre que yo amo”. Grazie alla vita, che mi ha dato tanto, mi donò due astri che mi permettono di distinguere bianco e nero, nell’alto del cielo lo sfondo stellato, e fra molte persone quella che amo.

Io, anarchico misantropo vecchio brontolone, ho una famiglia che amo; una squadra cui tengo; dei tifosi che mi stringono il cuore con la loro passione. Anche quando ottusamente fischiano un allenamento. Vi amo, così come siete. E gli schiaffi che Vi riservo, qui e là, sono quelli di un fratello grato al cielo per esserVi vicino.

Franco Canciani @MondoUdinese

 

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