Fifa e… Arena

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No. Non ho ascoltato nel dettaglio le parole del riferimento societario dell’Udinese Calcio, Giampaolo Pozzo. Solo lette brevi sinossi. Quello che ha detto era abbastanza prevedibile sin dall’inizio, quando alcune parti della tifoseria biancanera si sono dette non allineate e coperte con la decisione di cedere il nome dello stadio allo sponsor di riferimento. Ovvio l’arrocco, a difesa della propria fede, intesa la sua, uscita anticipata dalle parole della sua Signora avverso quelle del politico Fontanini.

Il leit motiv è sempre, sempre, sempre lo stesso, basato sull’ingratitudine friulana nei confronti di una famiglia che ha dato tutto per l’Udinese ricevendone in cambio pochi abbonamenti, scarso affetto, critiche ingenerose.

Non entro nel merito, non mi interessa dato che secondo me les jeux sont fait e il nome, se non cambierà, sarà solo per una gentile concessione nei confronti dei minus habentes, aventi come unico scopo la richiesta della tessera del tifoso. Senza ironie.

Dico però solo che nel recente passato i sostenitori friulani hanno accusato senza colpo ferire una serie di botte mortali: e questa non è responsabilità della società ma di loro stessi e di chi li dovrebbe rappresentare. Sono d’accordo infatti con i rappresentanti dei tifosi quando chiedono di non esser lasciati soli in fronte alla società allorquando dovessero andar a discutere di questa teoricamente spinosa questione; ma ciò viene dal fatto che in codesto passato non remoto al solito di fronte all’inconveniente si è bestemmiato, si è commentato acidamente sui siti sociali ben attenti a rimaner nascosti dietro un anonimo nickname, poi si è gettata la spugna senza nemmeno badare alla gran dignità di Faber.

Esempio? I preliminari di Champions. Due. In due anni. Alla Lazio hanno fatto i caroselli per averli raggiunti in questo 2015, l’Udinese ne ha messi in fila appunto due, battendosi con squadre più titolate e attrezzate di lei. Ma nel dettaglio, capisco l’eliminazione contro l’Arsenal anche se pensare di andare all’Emirates schierando il buon Neuton Piccoli come difensore titolare grida vendetta; lo Sporting Braga, però, andava cacciato a calci dal Friuli. A mente limpida, dopo anni di somatizzazione, dopo anni in cui si è massacrato il cucchiaio di Maicosuel si deve ammettere che a quel punto non ci si doveva arrivare. 1-1 all’andata, 1-0 dopo 45′ del ritorno è una situazione che non può né deve essere ribaltata. Invece la tensione, effettivi forse non all’altezza, preparazione sbagliata portarono i portoghesi ai gironi di Champions.

E lo Slovan Liberec? L’anno successivo ai preliminari di Europa League l’Udinese in tenuta e versione grigia è riuscita a prenderne tre al Rocco dai prodi europei dell’est, ed al ritorno con Lazzari riusciva al massimo a strappare un pareggino inutile. Avanti sarebbero andati loro.

E i campionati? Non è vero che solo gli ultimi due sono andati mediocremente: l’Udinese ha avuto annate sì, altre no. Ricordo l’incapacità di vincere nella stagione Cosmi-Sensini-Dominissini-Galeone; il valzer Marino-DeBiasi, il buon Malesani che ne fa una bene e tre no… Insomma se mi permettete nulla di miracoloso. Eccellente gestione, discreti risultati sportivi. Esempio da seguire per altre società, nulla di più.

Tutto ciò per dire che la società non sta sbagliando, se non nei tempi e metodi di comunicazione con la tifoseria, perché l’ha sempre considerata coperta ed allineata dietro le ampie spalle dei Pozzo. Le contestazioni sono sempre state inutili nel calcio: a me fan sorridere i giocatori che vanno sotto la curva a prendersi insulti, gli striscioni contro un presidente che si trasformano in ovazioni il giorno successivo, quando costui acquista la grande punta cilena o ecuadoriana; i cori contro, gli scioperi del tifo. Tutti sterili pugni-sulle-ginocchia quando sappiamo che tanto alternativa non c’è, e quindi ci si farà piacere tutto.

In questi frangenti, poi, entrano in campo due grandi filoni di quelli che.

Quelli che conoscono il marketing come le loro tasche, parlano di esempi internazionali, snocciolano numeri come fossero il ministro dell’economia tedesco senza capire che Udine è una realtà diversa e non globalizzabile, come pochissime altre al mondo, in cui l’identità vale più del progresso (anche se difesa, questa identità, a colpi di aquile patriarcali sul sito sociale e non una parola di più).

Quelli che invece dicotomicamente suddividono l’uditorio in Pozzo-sì e Sei-contro-Pozzo. Sciocca e semplicistica banalizzazione di una discussione nella quale democraticamente ed obiettivamente ognuno può dire la propria, anzi deve farlo. Non sopporto i cori russi e neanche chi dice “vi meritate qualche anno di B”. A costoro ribatto che ci siamo fatti la B, e la C; l’Omegna e il Sant’Angelo, il CRDA e il Valdagno Marzotto; il Taranto e il Licata. Quando ancora non eravamo umili cantori delle cose biacca e carbone. Forse manca a loro questa gavetta, loro che in fondo in fondo ammireranno anche qualche squadra di nome, ché se l’Udinese scendesse di categoria si troverebbero col pennacchio rossonerazzurro (o peggio) attaccato alla terrazza, per festeggiare qualche finale di Champions da questi grandi idoli raggiunta.

Non ci sono vittime, né carnefici, in questa paradossale situazione. La società continua a considerare l’Udinese cosa sua ed in fondo così è, includendo oggi anche lo stadio, dal punto di vista della gestione finanziaria e sportiva. Ai tifosi, né carnefici né vittime, rimprovero di aver asseverato questo dogma per troppi anni. Oggi è tardi, domani con tutta probabilità il mega-scudo dello sponsor di prammatica sarà issato sulla facciata dello stadio, anzi dell’Arena. E, ne sono certo, dopo due mesi nessuno ci farà più caso. Perché a Udine siamo così. Queste cose lasciano il tempo che trovano. In particolare questa è sgradevole, ma non di certo una ferita mortale al tessuto della città.

Ultimissimo inciso: leggo pochissime righe, così come avvenuto l’anno scorso, su come la disfatta della Lazietta a Leverkusen sprofondi il calcio italiano nella serie B europea, come posizione generale e finanziaria. Faceva comodo sparare sulla piccola Udinese, rea di devastare il glorioso ranking italico con improvvide eliminazioni, si diceva “dovrebbero mettere in Champions per legge le squadre più forti”. Due errori: primo, è più forte chi in classifica arriva davanti. Secondo, quando questo è successo queste corazzate a tre colori hanno rimediato sonori schiaffoni da blasonate formazioni come appunto il Bayer (fuori dai grandi giochi da quindici anni) e l’anno passato dal Bilbao (il Napoli). Meditino, i tifosi metropolitani.

Franco Canciani @MondoUdinese

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