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Scrivo queste righe la sera del diciannove di luglio. Okay: domenica torrida, post-amichevole “così così”, per me però è una giornata generalmente molto difficile. Perché? Diverse ragioni, non solamente una.

Intanto ricorre(rebbe) il 93esimo compleanno di mio nonno Giordano. Andatosene trentadue anni fa. Come me, fu un totale anarchico, nella vita come nel calcio: deportato… Pardòn, mandato in vacanza dal regime del Ventennio, durissimo contestatore, ma innamorato (come chi Vi scrive) del gesto tecnico in sé, della parata spettacolare, del pubblico straboccante di un Moretti mai sufficientemente capiente da contenere agilmente tutti gli entusiasti tifosi.

Pecos Bill Virgili, Raggio di Luna Selmosson, e Pinardi, balotine Feruglio, Zorzi da Passòns e saracinesca Romano, dalle parole di nonno diventano immagini reali di bimbo prima, adolescente poi. Scompare, nonno, sfortunatamente solo quattro mesi prima che un aereo battente bandiera bianconera recàpiti il buon Arturo Coìmbra, in arte Campione; e anche la stagione di Surjak ed Edinho, del suo giocatore preferito Franco Causio e di Massimo Mauro, la vide a spizzichi, minato già dal mal di cuore che se lo portò via sessantenne. Mi fece innamorare del calcio come e più di mio papà, sono certo da lassù guarderà con curiosità il nuovo stadio ed i multicolori seggiolini, trovando qualcosa su cui ridire ma di certo, come fece per anni, rinnovando la professione totale di fiducia nella squadra che briosamente chiamiamo abbonamento.

Il diciannove luglio, poi, è anche il tristissimo anniversario della strage di Via d’Amelio, in cui perse la vita, assieme a quattro uomini ed una donna di scorta, Paolo Borsellino. Non c’entra con il calcio, lo so, e non voglio essere retorico né patetico. Pensavo ieri, però, ad un discorso che Borsellino fece durante, credo, una fiaccolata di commemorazione per il collega ed amico d’infanzia Giovanni Falcone. In esso, il giudice antimafia tratteggiava il dovere civico che il suo ruolo imponeva: non mai compromessi, ignoranza ed indifferenza, ma piuttosto coraggiosa presa di posizione che rimandasse alla libertà.

Io non sono probabilmente nessuno, né mai ho preteso di diventare punto di riferimento per alcuno. Ma nei quasi quattro anni di percorrenza online, nei quali mi si è data l’occasione di scrivere la mia, ho sempre cercato di raccontare un punto di vista: il mio, niente di più niente di meno. Non intrattengo rapporti di conoscenza o meglio (peggio?) amicizia, con alcuno nell’entourage bianconero di oggi, al massimo qualche frequentazione con ex-pedatòri o cestisti che bazzicarono a Udine negli anni passati, per cui non faccio cronaca. Mi accontento di offrire una sponda ed uno spunto a chi, magari, si è stancato di leggere le cose come sono e stanno.

Ma facendo ciò non ho mai risparmiato lodi, se ve n’era ragione, né rincrescimenti. Anche a personaggi bianchineri che tutto sommato consideravo miei. Un esempio? Presi a chiamare Francesco Guidolin, dopo le infelici parole del dopo-Genoa, Braveheart (numquam pronuntiavi mendacium, in sostanza “dico sempre la verità”), alienandomi le simpatìe del gruppo deciso a difesa del mister di Castelfranco; scrissi una lettera aperta a Stramaccioni in cui esprimevo il rincrescimento per la maniera drastica in cui gli si è dato il benservito, dopo una stagione nella quale non certo gli risparmiai i fendenti per un calcio rimasto troppo, direi quasi sempre, solo nella sua testa e mai sulla pelouse verde del campo da pallone.

E Colantuono? Dal primo momento ho significato, non certo io solo, come fosse diametralmente opposto dal mio modo di vedere ed amare il calcio. Eppure quando alcune testate lo hanno pubblicamente attaccato sul rinvio a giudizio per l’affaire calcioscommesse, ne ho preso le parti senza indugio alcuno. Tre gradi di giudizio: il nostro Paese ce li offre, e noi siamo tenuti a rispettarli. E la gogna mediatica è spesso irreversibile, anche se esercitata da provincialissimi giornali a diffusione ancor più che locale.

Se però debbo esser onesto, con Voi e con me, ho troppo, direi quasi sempre, indulto, amici miei bianchi e neri, nel difendere l’Udinese calcio. Perché in fondo (in fondo) all’anima (argomento d’acerrima discussione con mio nonno…) vive, sopravvive il supporter che seguiva la squadra nelle trasferte più improbabili, di cui dicemmo e probabilmente diremo ancora. Posso esser severo, poi come ad un figlio intelligente e un po’ discolo si rifila un ceffone ed un abbraccio, con la promessa che certe cose non si ripetano più… Fino alla prossima volta.

Con questo spirito, mio, nel bene e nel male mi accingo ad affrontare la stagione che ci attende. Venti e più consecutive di serie A, ma come spesso ci ripetiamo mi sono divertito da matti in serie C ed annojato profondamente in massima categoria. Intanto abbiamo uno stadio nuovo di zecca, con seggiolini furbescamente multicolori ed un numero crescente di sostenitori che stanno confermando la loro intenzione di fede, abbonandosi al seggiolino che più corrisponde loro. Intanto la squadra sta prendendo forma, imballata sì ma in possesso di connotazioni identitarie più forti dell’anno passato, e di quello prima. Alcuni tasselli mancano, altri sono di troppo e verranno ceduti; alcune gare si vinceranno, altre meno. C’è bisogno, sempre e comunque, di ritornare la squadra dal DNA aggredente che fummo in un passato neanche troppo remoto.

Saranno fieri di me nonno Giordano e Paolo Borsellino? Ho tenuto fede alla promessa di libertà e podo-anarchia? Non credo. Ma giuro loro, e giuro a Voi, che ci sto provando. Non ci riuscissi, addio alle mie groupies e fatevene una ragione: basta la salute.

 

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