I “ragazzi del calcio” a difesa di un nuovo Piave?

I “ragazzi del calcio” a difesa di un nuovo Piave?

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Lo so. Sin dalle prime due parole, “lo so”, son conscio che la totalità di Voi che mi leggerete sino in fondo sarà in assoluto disaccordo con me. Pazienza, me ne farò una ragione. E d’altra parte non ci si autodefinisce podosfanarchici per nulla.

L’Udinese acquista un valente ancorché maturo brasileño, tale Marquinho ex Roma e mezza dozzina d’altre squadre, ultima fra le quali la prestigiosa formazione con sede a Judda in Arabia Saudita. Prestigiosa senza ironie, mi pare abbia anche partecipato a qualche mondiale per club, per quanto questo possa valere (Mazembe, Mazembe…). Ovvia la distonìa che colpisce immediata l’apparato muscolare del tifo bianconero: quelli che sono tecnici, e si chiedono dove possa essere schierato il neo-arrivato, davanti o in mezzo, a destra, a sinistra, in centro, in cielo… Quelli che leggono attentamente Wikipedia, scoprendo che Marco Antônio da due anni è in prestito, lontano da Roma, e ne deducono nefaste doti pipponiche a nocumento delle prestazioni udinesi; quelli, e sono la maggioranza, che si chiedono perché l’Udinese allontani gli italiani giovani e forti, per prendere un trentenne brasiliano, dopo un trentunenne cileno. E citano Verre, Battocchio, Angella (siamo d’accordo), Faraoni (meno)… La litanìa che si arricchisce ogni giorno di qualcuno che ha combinato poco nella carriera, ma di certo è meglio di quello che la famiglia Pozzo ha procurato più di recente. Ovvio, alla prima rete del verdeoro e conseguente cors(ett)a sotto la curva (finite le epoche delle galoppate lunghissime di Zico, Balbo, Sosa con annessa arrampicata: oggi lo stadio versione bombòn propone spalti vicinissimi), li vedremo lì, i calcio-luterani, urlanti deliranti occhi rovesciati all’indietro, pietendo che il bacio lanciato alla folla sia dedicato proprio a loro, che a Marquinho “ci avevo sempre creduto, véh”.

Ma oggi no: oggi è il momento di sfoderare, sciorinare il migliore soprannome, l’avatar più fantasioso e provocatorio e lanciarsi nella difesa oltranzista e sine dubio della pura razza pedatòria italica.

Sono un uomo di mondo: non ho fatto tre anni di militare a Cuneo come De Curtis, solo quindici mesi ad Udine ma negli ultimi tre lustri, ne ho passato uno e mezzo in giro per cinquantatré paesi. L’italianità la sento, sì; mi commuovo quando sento Mameli guardando la premiazione di una gara di curling trionfata dai tricolori peninsulari; ma il calcio è diventata una macchietta, mi ricorda un po’ la serietà multietnica di “faccetta nera”.

Ovvio: anche in altri paesi si cerca la difesa del nazionale contro l’invasione forèsta (friulanamente intesa come straniera, non c’entrano riferimenti pressapochisti e razzisti sulle origini di alcuni coloured giunti dalle nostre parti); paesi, tipo Belgio e Inghilterra, ove il colonialismo ha portato una naturale fusione fra dominanti e dominati avente però radici ottuagenarie, centenarie, plurisecolari. L’Italia è da sempre spinta alla preferenza di alcuni gruppi etnico-sociali su altri. O ci dimentichiamo di quando molti tifosi rimproveravano la mancanza di giocatori autòctoni a vantaggio di meridionali (siamo gli italiani più a nord o quasi)? E ora tocca agli stranieri. Ci fosse un’Unione Intergalattica, griderebbero, costoro, al predominio di calciatori marziani a dispetto delle schiere di valenti giovani terrestri, più bravi e preparati, solo perché quelli che vengono dal pianeta rosso hanno come procuratore un certo venusiano che sfornava pizze su Alpha Centauri…

E come una serie di piccoli ragazzi del 1999, si schierano a difesa del calcistico Piave all’unìsono urlo di “non passa lo straniero (zum zum)”.

Siccome quando non capisco cerco di informarmi, ne ho parlato con chi di calcio capisce più di me. Sperando di esserne illuminato, uscendo dalla discussione telefonica con un depressissimo “vabbè, prendo atto”.

Dicono che sia difficile mettere insieme giocatori provenienti da cinque continenti (Marcello Lippi direbbe “anche da sei” perché lui è convinto dell’esistenza di Atlantide), più semplice coagulare persone italiche che sanno dove sia Udine. Stiamo sempre parlando di giuoco del calcio; un allenatore è ben pagato per affrontare queste situazioni, esistono fior di interpreti che aiutano l’inserimento dei ragazzi, non credo arrivare a Udine, con tutto il rispetto, da Gela o da Caràcas cambi di molto le cose. E’ questione di personalità, di carattere e voglia di riuscire.

Dicono che gli stranieri vengono a Udine con il solo scopo di puntare alle squadre che contano, le cosiddette metropolitane. Invece un ragazzo di Formia viene a Udine perché da sempre ha sognato di trasferirsi in Frìuli (sì, l’accento messo sulla “ì” come succede nel 70% della penisola).

Dicono che non vi è rispetto né tutela verso i vivai italiani. Non capisco perché un ragazzo che gioca nella Real Cannuccese con buoni risultati debba per forza venir trasferito in massima serie. Giochi per il suo divertimento, l’Udinese di turno deciderà se prendere lui o un ghanese.

Io penso un paio d’altre cose.

Intanto, è ovvio che un calciatore che venga a giocare in Serie A costituisca una specie di assegno in bianco per la famiglia, specie se di umili origini; Maicosuel e la mamma con la casa dei sogni finalmente acquistata; Adebayor e il fratello esoso; il signor Capone, che ne “al bar dello sport” fa tredici e financo “‘o cuggino della suocera” pretende la sua fetta di torta. Lo capisco, un po’, per i giocatori che vengono da paesi non certo agiati. Ma in Italia siamo ormai giunti ad un livello tale per cui il sogno del padre non è più un figlio laureato, ma uno calciante; una “nuora” letterina o velina;  il bar del paese che si raduna attorno alla tivù per seguire i due minuti concessi al ragazzo nell’amichevole del mercoledì trasmessa dalla rete della società di prammatica.

Il problema, cari genitori, è che se Vostro figlio non sarà uno dei cinquecento bravissimi di massima serie, dovrà probabilmente trovarsi un lavoro dato che dalla categoria cadetta scendendo giù fino alla quarta serie, come direbbe il buon Dapporto (padre): “bambole, non c’è una lira”.

Per cui io continuo a godermi il calcio in quanto tale, senza santiàre se in campo ci vanno undici stranieri che parlano ventuno lingue diverse, ché c’è sempre l’ottuso che ne parla una sola. Perché Jean-Marc Bosmàn nel 1995 cambiò la vita di tutti noi. Spero poco Vi gioverà, amici miei biacca e carbone nazionale, sapere che il buon Bosman vive in povertà, con la mamma, nel paesino di Awans, a nordovest di Liegi. A giugno gli hanno tolto anche l’assegno sociale, per cui cara gli costò la causa che vinse per potersi trasferire, pensate Voi, nella prestigiosa e Ch’tissienne cittadina di Dunkerque, cuore della regione Nord-Pas de Calais.

Detto tutto, forse nulla ma ora chiudo. Nella certezza di averVi non poi così sodali, questa volta. Spero solo capiate che il mondo, per come noi, generazione della mille lire e non mai dell’euro, lo intendevamo, non esiste più. Tantomeno esiste più il nostro calcio. Quello di oggi è ‘sta roba qui, e credetemi vedere etnìe diverse giocare sul campo sotto le stesse insegne, magari quelle bianchenere, a me non dispiace.

Franco Canciani @MondoUdinese

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