L’ Udinese dei talenti: “morti” a vent’anni?

L’ Udinese dei talenti: “morti” a vent’anni?

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Da queste frequenze già altri hanno parlato dei talenti acquisiti e perduti dall’Udinese  nel corso degli anni, diciamo gli ultimi venti.

Alcuni fra loro, diciamocelo chiaramente, erano bidoni alla Luis Silvio: per i più giovani, costui era un buon pedatore di fascia che arrivò in Italia nel 1980, all’apertura delle frontiere. Gli osservatori della neopromossa Pistoiese lo visionarono in patria, giocava credo nel Ponte Preta (o era il Portuguesa?); dicono le leggende, la partita cui presenziarono i validi addetti italiani era stata addomesticata per mostrare il buon Danuello quasi fosse un nuovo Garrincha. Giunto in Toscana si rivelò per quel che era e di lui si persero presto le tracce, aiutati anche dalla retrocessione degli arancioneri in cadetteria (all’epoca in B non si potevano schierare foresti e Bosman era ancora di là dal divenire famoso).

Altri bianconeri carneadi hanno fatto una buona carriera altrove, come Adil Ramzi che in Olanda trovò la propria dimensione (anche nel PSV) dopo che per l’Udinese divenì una grossa plusvalenza.

Ecco la parola magica: plusvalenza. Tralasciando le modalità d’acquisizione dei pedatòri, la base di partenza per un buon affare non esula quasi mai dal prezzo d’acquisto del giocatore. Si fidano, i Pozzo, e molto della rete di osservatori messa in’opera sull’intero territorio mondiale, ma non a tal punto da far follìe per acquisire le prestazioni di un calciatore pseudo-sconosciuto.

Credo la gaffe di G. P. Pozzo sui criteri di scelta (non legati alle carrette del mare che giornalmente attraccano in Sicilia, colme di disperazione) fosse in realtà un lapsus freudiano, e lo dico in punta di penna e chiedendo ospitalità per il paradosso, pratica a me cara ma spesso maldigerita e fraintesa: forse certe volte GPP si guarda in giro, in ritiro, e vede questa manica di ragazzini di speranze più o meno belle, mentre si baloccano con un pallone nuovo nuovo, con sciami di sostenitori che li inneggiano a prescindere, e magari  un dubbio gli spunterà… Avremo fatto bene a raccattare tanti ragazzi in giro per il mondo, sradicandoli dalle loro famiglie per magari scaricarli dopo un mese?

Sì. Perché è la dura legge del gol, se vuoi cercare di diventare qualcuno devi rischiare, e Udine tutto sommato (pur non essendo una grande piazza intesa come popolazione residente, o forse proprio per questo) permette loro di crescere e se il caso di sbagliare senza sentire boati di disapprovazione.

Ovviamente parlo di quelli che almeno il campo ufficiale lo vedono. Gli altri? La gavetta continuerà, in Italia o altrove; alcuni continueranno a giocare ad un certo livello, altri scadranno nel dilettantismo, altri ancora magari faranno carte spero non false per potersi ritrasferire nella propria patria, vicini alla casa natale, da cui ci hanno provato a staccarsi senza troppo successo.

Mi resta un sospiro, che passo metaforicamente sia a chi questi virgulti deve cercare di far sbocciare che a loro stessi, ai ragazzini che si incontrano al Friuli senza parlare magari una lingua comune: nel calcio si può diventare Zico o Luis Silvio, Amoroso o Patrik Fredholm, che ha finalmente trovato la sua dimensione lavorando come addetto all’export in una grande e prestigiosa cantina vinicola friulana; ma la vita per loro non finisce, non saranno morti a vent’anni se non riusciranno ad ottenere un numero ed un nome su una maglia. Il loro dovere, perché sono giovani e non vetero-anarchici come noi, è di sognare e di far del tutto per alimentare la propria ambizione. Se poi questa collimerà anche con quella dei sostenitori della squadra in cui militano, ci alzeremo in piedi applaudendoli. Altrimenti, li applaudiremo lo stesso, magari con qualche bonaria critica sul fatto che, se l’Udinese ha pensato a loro, forse al loro posto ci saremmo potuti essere noi.

Franco Canciani @MondoUdinese

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