La lunga estate calda (Di F. Canciani)

La lunga estate calda (Di F. Canciani)

Non ci nascondiamo dietro un dito: il calciomercato piace a tutti. Sento lontane e vicine voci amiche esclamare “non è vero! Mondo falso, calciomercato di vacche non avrai il mio scalpo”… Ma poi, nelle segrete stanze, scrutiamo attenti e meditabondi i siti di settore, sfogliamo le pagine accaldate dell’ennesimo giornale sportivo, ci facciamo tentare e alla fine diamo crédito alla voce dell’informatissimo amico del bar, che le sa tutte.

Mio fratello non è più figlio unico, come quello di Rino Gaetano ché era “convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone”. Oggi ciò s’avvera solo per la prematura scomparsa di Long John, altrimenti oramai vale tutto.

Estati calde: ricordo l’82, forse l’83, quando pareva fatta per Bruno Giordano in maglia bianconera e il quotidiano locale gia fotomontava la faccia del centrattacco sulla maglia a rigone centrale. Non se ne fece nulla, ma sognammo. Così come quando si parlò di Zico, vicenda culminata con un lieto fine grazie alla sagacia di Dal Cin, all’arrivo di Cerezo ed ai consigli impartiti da Giulio Andreotti all’avvocato Federico Sordillo, all’epoca gran visir del calcio nostrano.

E oggi?

Oggi i mezzi di comunicazione, la loro velocità, il livello rapidissimo di permanenza di una singola notizia sulla pagina di fronte del sito di riferimento, la fame atavica di tutti quanti noi di news sulla più piccola vicenda della più insignificante, insomma tutto un complesso di cose fa sì che io (e non solo) mi trovi all’interno di una jungla podosferica da cui spesso si vede a malapena la luce in fondo ad un tunnel di illazioni, al grido di “speriamo che Costa non si dimetta da DS del Tuttocuoio”, oppure “Bravo il Mainz che firma Niederlechner con un quadriennale”.

Parlando sul serio, ore ed ore a decidere se Tévez va o resta, se cede al cuore o al taccuino, se Marotta mollerà dai quindici milioni di richiesta per il cartellino dell’Apache; E Ibra che (?) torna a Milano, assieme a (?) Jackson Martinez, e l’Inter che ne acquista venti fortissimi, anzi dieci molto forti; no forse trenta medi, o meglio nessuno.

È, quello estivo, il campionato in cui ognuno ha ragione e nessuno torto; è la stagione dove almeno una dozzina di formazioni vincono lo scudetto d’estate, dimentiche, esse ed i tifosi, che alla fine come Lambert ne resterà solo uno, gli altri saranno primi fra gli ultimi anche arrivassero secondi in classement.

E l’Udinese? Principessa assoluta del mercato, indiscussa e inviolabile se non a colpi di bonifico. Ultimamente vedo battute a vuoto dalle controparti, con denari versati tardi, sconti richiesti e spesso ottenuti, formule acrobatiche per consentire ad un pedatore di modica impostazione di giungere al proprio scopo e indossare finalmente l’agognata maglia dai colori ics e ipsilon, quelli che sognava fin da bambino. E pazienza se sarà la decima volta che pronuncia questa bellissima sentenza, parte variabile essendo solo la policromia delle casacche.

Se accogliamo l’istanza secondo cui l’Udinese sarebbe una bottega, il problema sta diventando la sua vetrina. Nel recente passato ogni anno almeno quattro, cinque eroi bianchi e neri diventavano apparentemente indispensabili nelle rose acquirenti. Oggi invece lo screencase bianconero mostra lacune, derivanti dalla difficoltà contestuale di valorizzarne le presunte doti. Se sia stata causa della conduzione tecnica del profeta di San Giovanni, o della difficoltà d’ambientamento, della giovane età, delle locuste o piuttosto del fatto che la qualità della stoffa offerta dalle stelline in crescita allo staff tecnico sia risultata poco significativa, non è dato al momento saperlo: i numeri saranno impietosi e nei prossimi cinque anni ammireremo colui il quale, nelle schiere acquisite recentemente dall’Udinese pescando nei campionati più remoti, si sarà ritagliato una carriera di prima fascia.

Tutto ciò e siamo solo a metà giugno. Ancora formalmente primavera: una lunga estate calda di trattative, di nuovi volti ma soprattutto di chiacchiere inutili alle porte, e tutti noi, umili operai della vigna di Laudisa e Pedullà, siamo già pronti a sparare la più grossa.

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