Le parole che Vi ho già detto

Le parole che Vi ho già detto

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Settimana strana, ma usuale, tutto sommato ovvia. Inizio da un off-topic: Saluto con affetto Ivan Basso, un gran ciclista con un neo legato alla fantomatica sacchetta di sangue denominata Birillo e custodita dal famigerato professor Fuentes. Ha superato un tumore ai testicoli, e con lucidità ha scelto di togliersi di mezzo oggi che la sua stella non brilla più (cit.). Onore, Ivan, sarai un grandissimo direttore sportivo.

La sosta-nazionale è opportuna per qualche squadra che tirerà il fiato, ne risentiranno formazioni come Napoli e Viola che sono in piena corsa verso il cielo. Certo: sentire Conte agghiacciato dalla duplice Azerbaigian-Norvegia ci fa capire a che livello siamo arrivati. Temere gli ex-sovietici perché da dicembre con il croato Prosinecki alla guida non perdono è emblematico. Vedremo.

Il campionato? Gli déi rossoneri cascano, di nuovo e miseramente. Domenica sera penso si sia compreso come per l’ennesima volta il mercato estivo del Milan, la corazzata guidata dal condor Galliani, quest’anno più di sempre ricco e sfarzoso, abbia partorito un’altra mezza squadra. Senz’anima, con poca qualità; affidata all’estro del giapponese Honda, sparito dopo cinque gare della scorsa annata; alle reti di Luiz Adriano e Bacca, disinnescati anche da senatori ormai completamente statici come Domizzi; al rientro di Balotelli, il cui campionato inizia e (per ora) finisce al 4’ di Udinese-Milan con la bella punizione, ma soprattutto dopo chilometri di peana al figlio ritrovato si aréna quando nel dopopartita se ne esce con dichiarazioni inutili ed arroganti su quanto lui sia abile, e cattivi tutti gli altri. Il reparto difensivo? Affidarsi ad un ragazzo pagato quasi un milione e mezzo per ogni anno d’età, per quanto bravo sia, è rischioso se al suo fianco anziché Thiago Silva o Baresi si pone un colombiano già udinese che ha come rateo di errore per gare giocate 100%; o un brasiliano lasciato andare dal Paris senza rimpianti e oggi apertamente imbolsito. La serata contro il Napoli, in mancanza di Romagnoli, si sono schierati Zapata e Rodrigo Ely, che sarà anche bravissimo ma un conto è giocare dietro con Varese e Avellino, altra cosa è vestire il rossonero. Come se nel 1985 si fosse schierata la coppia Baresi-Amodio. O Garuti.

Mihajlovic? Si è convinto di esser molto bravo: è ormai triste prigioniero del personaggio duro, schietto, citatore di Che Guevara ed altre figure bellicose; ha creduto, forse crede, forse anzi glielo hanno fatto credere, che il suo carisma indiscusso potesse surrogare mancanze tecniche della sua formazione; tatticamente spesso lascia a desiderare. I quattro capitoni recapitati da Insigne e compagni, sèguito della sconfitta di Genova, hanno riportato a terra la navicella rossonera sollevata al Friuli oltre i propri meriti da un’Udinese decisamente inesistente. L’ultima rete degli sterili milanesi, che segnano meno dei bianchineri friulani, è la testata di Zapata. Credo i friulo-veneto-rossoneri non saltellino più; spero il rientro negli uffici, lunedì passato, sia stato meno traumatico di quanto io pensi. Quattro è un numero difficile da digerire. Ciao.

L’Udinese? Un malato immaginato. Senza qualità, schiava delle proprie lacune e punìta dalla dea Eupalla forse oltre i propri enormi demeriti. Continuo a pensare (e me ne prendo responsabilità) che Colantuono sia l’allenatore migliore per questa società; il peggiore possibile per squadra, contenuti e sostenitori.

Perché? Perché Stefano Colantuono a Bergamo andò in sede a dire che non avrebbe avuto nulla da ridire se fosse stato accantonato, pensandolo veramente; e a Udine fa propri tutti i desiderata di chi lo ha assunto, senza strabordare con dichiarazioni in alcun modo fuori schema. Tanto da riprendere chi non si allineasse dietro le indicazioni di una salvezza senza colpi di testa. Come me, per esempio, che avrei quale unico ed ultimo fine, guardando una gara di calcio dei bianchineri, divertirsi e smetterla di uscire a bocca asciutta ed amara.

Contestualmente, l’Anziate paladino del lanciolungo non potrà mai entrare, comportandosi così, nel cuore dei tifosi: non bastano un paio di vittorie per celare una crisi che, tolto l’episodio-Juventus (confermato poi dalla crisi prolungata dei campioni d’Italia) nasce nel precampionato, con le sconfitte di fronte al Bastia e nella familiada di Granada. Deve, Colantuono, far dimenticare l’affaire Pinzi, quando fu ben contento delle scelte societarie che liquidarono uno dei senatori dello spogliatoio e (a caso?) nei rapporti coi tifosi a vantaggio di un giocatore professionale, certo, ma rifiutato da Flores e Sandoval (assieme ad Insua). Deve, Colantuono, far dimenticare un’involuzione di gioco solo parzialmente spiegabile con la poca qualità dei giocatori da schierare.

La dirigenza, triste e solitaria, sembra abbia fatto (di certo involontariamente) di tutto per creare una frattura netta con la tifoseria. La quale qualche collega sicuramente meglio informato e preparato di me considera anestetizzata, forse perché a differenza di quelle d’altre piazze non si reca in sede a bruciare auto, minacciare giocatori, scarabocchiare muri. Semplicemente attendono Pinzi fuori dallo stadio, da omoni duri piangono assieme a Giampiero e si fanno assicurare che la famiglia resterà con loro e poi, massima protesta, stampano mille magliette che vanno “bruciate” in due secondi, celebrative di un amore sportivo che non smetterà mai. Il cordone ombelicale fra la famiglia Pozzo e i sostenitori sembra spezzato. Non so da chi, non m’interessa. E le proteste eleganti mandano ai matti chi probabilmente preferirebbe panoladas, slogan offensivi (vedi ultrà rossoneri Vs Galliani) per poter sostenere l’ingratitudine.

Sentimento, per altro, sostenuto da molti tifosi che accusano “gli altri” di non ricordare anni bui, prima dell’era-Pozzo. A costoro, da vecchio voglio sommessamente ricordare una cosa.

Prima di Pozzo fu Mazza. E prima dell’ultimo Mazza, fu il Lamberto che portò a Udine Causio, Surjak, Edinho ed un altro brasiliano che di nome faceva Arturo. Il primissimo Pozzo, poi, fu quello che veramente investiva miliardi su miliardi, recando a Udine senatori bolliti come Collovati (già Celestino V, ma meno nobile, dell’Udinese), Graziani, Chierico, Danièl Bertoni, Ricardo Gallego Redondo. Quando capì come fare, trasformò la società in un’attività del tutto autosufficiente. Oggi credo paghino, come dicevo, una serie di concause ad iniziare dallo smantellamento dell’iniziale rete di osservatori, i quali stanno facendo la fortuna di altre società.

È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio. È solo calcio…

E quindi fateci divertire, perdio! Nell’intervallo di domenica un caro collega mi chiedeva cosa desiderassi per la ripresa. Mi sorpresi a risponder “un tiro in porta”. Immagine sconsolata di una situazione apparentemente irrecuperabile.

Piccola parentesi: leggo sulla carta stampata competente e qualificata che l’Udinese sarebbe squadra operaia, termine usato in maniera del tutto detrimentale come emblema di partite pessime. A costoro, che la tuta da operaio l’hanno forse mai indossata (ma io sì, con orgoglio lo rivendico), mi permetto di far notare, come ho già fatto da questo canale, che l’operaio è spessissimo abile professionale valente cesellatore di cose materiali, autogestore del proprio angolo di reparto, primo cervello a disposizione dei creativi della propria azienda. L’Udinese di ‘sti tempi ricorda più un Gassman in versione nobile decaduto, quello che pensa di essere ancora un principe e ruba la biada al cavallo per campare; e non un nobile, wertmuelleriano Giancarlo Giannini, fierissimo difensore della propria posizione, per quanto umile. Sì: l’Udinese non ha capito di essere scarsa. Altrimenti gare come quella di domenica passata le vincerebbe.

Perché di questo passo l’Udinese farà i punti necessari a salvarsi, magari a tre o quattro partite dalla fine del campionato. Basta? Boh. A me di vedere lo stadio pieno di tifosi della Juventus frega nulla. Ho provato, lo dicevo discorrendo sulle reti sociali con amici reali e virtuali, gran piacere nel vedere una mezz’oretta di Crystal Palace contro West Bromwich Albion, due squadre di secondo piano ma ugualmente in grado di offrire sprazzi spettacolari (specie i rossoblu di Cabaye, Yannick Bolasie e Will Zaha). Serve mica troppo, basta giocare al calcio. Beh, ho detto una bestialità: troppi bianchineri non hanno sinora dimostrato di essere in grado di assolvere questo basilare compito. Si parla di Palladino o Paolucci come rinforzi davanti: credo questo sia sintomatico. Ma ne sarebbero felici i vessilliferi dell’italianità delle squadre. A proposito: quanti italiani giocano nelle prime tre, quattro formazioni del campionato ad iniziare dalla Fiorentina?
(Foto Zimbio)

Franco Canciani @MondoUdinese

 

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