Libars di scugnì là… (Di F. Canciani)

Libars di scugnì là… (Di F. Canciani)

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Invoco la clemenza della corte e di tutti Voi, amici bianchi e neri che comunque ci leggete, speranzosi di trovare uno spunto che confermi come la vostra fiducia nella formazione che fa battere forte il cuor non sia mal riposta.

Clemenza perché ancora una volta palrerò di chi se n’è partito alla ventura, e stavolta per breve e sommesso che sia, il mio sospiro si alza, si leva cercando la dignità di urlo.

Ceno con un parente del mio socio: Galliano, classe 1926, cui abbiamo portato in dono alcuni oggetti donati generosamente dall’AUC per mano del presidente Muraro, ed una maglietta numero 97, quella di Meret (rivignanese DOC, come Galliano è canadese di Teor) e gli occhi si fanno subito lucidi.

Porterà le bandiere alla Famée furlane, terrà per sé la maglietta firmata dal compaesano per poterla incorniciare, ma dopo la commozione e le foto di rito il groppo in gola si scioglie nella sua solita determinazione, nel cipiglio di chi è arrivato in Canada cinquant’anni e più or sono, viaggiando in una nave a vapore e su un treno senza nemmeno il tetto, e tollera poco la mancanza di impegno e rappresentatività dei cosiddetti eroi bianconeri.

Mi chiede, Galliano, nel suo anglofriulano che contraddistingue chi si arpiona alla Piccola Patria con le unghie ed i denti “ma come avete fatto a prendere quello lì, come si chiama? Ecco, Stramaccioni? Qui abbiamo capito subito che non andava, nel girone di ritorno spegnevamo la televisione…” gli spiego, cerco di spiegare e convincere anche me stesso che la scelta fu dettata dalla ricerca di un volto, di una personalità forte abbastanza da rappresentare il progetto, tanto caro ai dirigenti udinesi ma sempre più oggetto misterioso per i tifosi…

E la risposta alla mia scellerata intemerata pro-Strama? “valà, un altro goddamn campionato, e con questo qui per come parla andrà anche peggio. Ma si danno da fare? Ne prendono qualcuno o come sempre….?

Cade, il discorso sull’Udinese calcio; il cantore che vi scrive vinto, distrutto ammazzato dalla logica di un friulano vero, che beve un buon bicchiere e non mai due, che continua a lavorare perché non sa fare altro e quando guida la sua Buick mi dà la paga, per come si districa sulle sei corsie della Market street.

In cauda venenum, il pezzo nasce dalla fine. Da quando il mio socio riceve un regalo questa volta per lui commovente: una riproduzione, opera sempre del Garlatti, della grande immagine in rame battuto che appare nella sede della Famée, raffigurante un nostro emigrante mentre inizia un viaggio di sola andata, valigia di cartone e spago, spalle alla disperazione ed alle poche cose che conosce, e sotto riportato l’amaro motto, che in italiano suonerebbe “liberi di dover andarsene”.

Ad Alessandro le lacrime, a me monta la carogna in spalla.

Perché penso a cosa deve rappresentare l’Udinesecalcioessepià. Més que un club, un segno di appartenenza ed aggregazione verso quelli che hanno dovuto sentirsi liberi di emigrare. Non una manica di ignavi tiratori di calci ad una sfera di plastica, nella neanche troppo recondita speranza di far passare la nottata e vedremo domani cosa ci riserva il futuro.

Il futuro è oggi, e se c’è un futuro in Friuli è anche per merito di tutti coloro i quali lo hanno alimentato da fuori, ne hanno ricostituito le energie e le finanze lasciando sudore e lacrime sui muri in costruzione, nelle fornaci e nelle forge, tornendo edificando martellandosi uccidendosi di fatica. Ed i loro figli, e i loro nipoti sono orgoglio di Toronto, Zurigo, Colonia Caroya o Manchester, ed anche un po’ nostro.

Non sono nella posizione di poter dare consigli alla scafata dirigenza friulana, che lancia nomi nelle fauci della stampa, baby, probabilmente mirando ad altro (beh: l’interesse per Calleri lo avevamo annunciato proprio qui due settimane fa… Abbiamo pur sempre le nostre fonti!); ma ogni volta che esco dall’Italia e vedo, che so, la CN Tower (costruita da friulani) a Toronto penso a quale mancanza di rispetto siano stati i 41 punti della scorsa stagione. Non solo a loro erano dovute delle scuse; ma chiunque senta nei colori bianconeri la calda avvolgenza di una spira stringente d’appartenenza, meritava una spiegazione meno stringata del solito “è andata così, ci siamo salvati… E cosa pretendete? Siamo solo l’udinese”.

E se vorrà, al signor Colantuono lo spiegherò io: quel cipiglio che oggi mi sono sentito correre addosso e mi ha fatto vergognare, io che non c’entro nulla, di averli resi insoddisfatti con un buon 60% di gare al di sotto della dignità. Il signor allenatore in cambio mi spieghi quali sono i paletti di cui parla nelle sue belle e partecipate chiacchierate con i giornali sportivi nazionali di riferimento, lo faccia a beneficio di chi non capisce i sottintesi, per proprio limite, come il sottoscritto. I paletti che vedo io sono laterali, segnano un percorso fatto di rispetto dignità e partecipazione; quelli societari non mi interessano. Di fronte al loro il cielo come limite unico ed ultimativo, da raggiungere o quantomeno tentare. Certo: un professionista può fregarsene di cosa pensano poche centinaia, forse qualche migliaio, di sostenitori bianconeri nel mondo (oltreché di quelli di Udine). Ma interessa a me, e se si azzarderà a metter in campo la squadra come magari sa essere gradito a qualcuno di importante, a dispetto della sensibilità e dei desideri degli sportivissimi supporter che si ritrova, beh si prepari e mi chiami Aniello. Tomaso Aniello. Libars di scugnì là. E jò, libar di scugnì dì.

Franco Canciani @MondoUdinese.it

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