L’identità perduta

L’identità perduta

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Spiegare il perché sono stati fatti solo 10 mila abbonati e poco più non è, in fondo, una cosa complicata: perché crisi, tv, inflazione da calcio contribuiscono, ma non sono solo questi i motivi di un distacco sempre più marcato tra il pubblico bianconero e il club.
Avere uno stadio ammirato dal mondo e non riuscire nemmeno a raggiungere la quota di soci dell’ultimo anno in cui pioggia, intemperie e visuale per i falchi la facevano da padrone è un fallimento.

Un fallimento che risuona con i cori del pubblico presente con l’Empoli: cori di rabbia alla fine, meditati prima. Inneggianti a Pinzi, la bandiera che se n’è andata per lasciar posto a un Iturra che sarà anche un corridore, ma quanti se ne trovano nelle serie minori di giocatori così?
Inneggianti a un nome, quello dello stadio, che identifica tutti: ‘Friuli‘, breve, semplice, significativo.
Alla fine ancora più mirati, verso Paròn Pozzo, reo di aver speso tanto per un Watford che vola in Premier, e poco per rinforzare una squadra, quella bianconera, che già nelle ultime due stagioni non aveva di certo brillato, anzi.

Se dobbiamo cercare un perché alla fine ci sono fatti 10 mila abbonati, non occorre andare lontano: lo stadio da solo non basta, non basterà mai. Sono quattro mura, ma la sensazione è che sia una sorta di mausoleo dello stesso Pozzo. A cui va il merito di averlo fatto, ma che non vorremmo che rimanesse il suo monumento. Uno stadio, così come una casa, dev’essere arredato, ma non di opere commerciali. Perché la gente comune di ristoranti, sky box, eventi vari ne farebbe anche a meno se in campo vedesse una squadra che la identifica. Si badi bene che non necessariamente dev’essere una squadra vincente, ma che sia la porta bandiera dei valori di questa terra.  Forum Julii significa lotta, sudore, sacrificio, forte senso di appartenenza, cadute e risalite. Insomma tanta sofferenza, ma non importa: è l’essere parte di questa antica casata con l’Aquila come simbolo che è importante.

Qui se ne sono viste  troppe: i colori della maglia diventati arlecchino per andare incontro a un concorso, undici stranieri oramai fissi in campo, il nucleo di giocatori nostrani sempre più esiguo, giocatori stessi che vengono a Udine perché qui gli è stato garantito il trampolino di lancio verso altri lidi. Perfino il marchio è stato modificato negli anni. Insomma se ne sono digerite tante, ma a volte nel voler tirare troppo la corda questa si spezza.

La disaffezione è evidente. E ciò non toglie che manca passione. Quella rimarrà sempre: nei bar, nelle osterie, tra amici, l’Udinese (anzi, l’Udin) sono sempre al centro dei discorsi. Ma seguirla facendo sacrifici e in cambio ottenere un’operazione infinita di marketing non piace. Non piacerà.

Hai voglia a dire che il Watford e il Granada servono a far crescere l’Udinese: quanti giocatori andati via hanno fatto il percorso inverso? Angella (sì, sempre lui) non sarebbe stato utile in una difesa che da due anni è un colabrodo? Lo stesso dicasi per Murillo, acquistato dal club bianconero, solo per essere girato all’Inter dopo anni di Granada. Ma ce ne sono altri.
Qualcuno sostiene che con i se non si va avanti, che qui abbiamo il meglio. Sarà, ma da quando sono  partiti Sanchez, Isla, Asamaoh, non sono stati rimpiazzati a dovere e lo dicono i numeri.
Si è scelto, per esempio, di andare a prendere Zapata in prestito piuttosto che stringere per Quagliarella lo scorso inverno. Il primo rimarrà se tutto va bene due anni, il secondo avrebbe giocato qui fino a fine carriera, ovvero almeno altri 4 anni. E avrebbe portato fiducia nell’ambiente, al di là del risultato finale.

Essere gelosi di quanto speso al Watford (40 milioni) è umano. ‘Sì ma la Premier necessita investimenti per reggere il confronto’. Ok, ma chi ha chiesto di avere club satellite in Premier? Un conto è avere una squadra B dove far giocare quelli che non trovano spazio, un conto è essere ambiziosi da più parti. Non è pensabile poterlo fare, qualcuno dev’essere sacrificato.

Il male oscuro è qui. E queste scelte, in fondo, si riflettono su una squadra che è senza identità. Sparare oggi su Colantuono è come quando si criticava aspramente Stramaccioni o Guidolin. L’Udinese non è loro vittima, l’Udinese è vittima di un sistema commerciale che sta allontanando la gente friulana e sta creando un’eterogeneità pericolosa.

Il calcio moderno è questo, Pozzo è un imprenditore, è la risposta che solitamente si sente: d’accordo, ma guadagnare non significa non rispettare la specificità dello sport. Che rimane tale sempre e comunque. Sudore, sacrificio e unità d’intenti con i tifosi, che non sono dodicesimo uomo solo quando serve. (Getty Images)

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