Lo possiamo chiamare ancora calcio?

Lo possiamo chiamare ancora calcio?

Riforme, stranieri, proprietà esotiche, regole che cambiano. Il vecchio calcio fatto di sudore, maglie appesantite dalla pioggia e dal fango, giocatori che si conquistavano il contratto anno per anno è finito da un pezzo. Ma cosa abbiamo perso e cosa guadagnato? A voi la risposta

Si dice spesso, citando J.P. Sartre,  che il calcio è metafora di vita. Ebbene, è qualcosa in più potremmo dire. Molti, tra voi lettori, sapranno infatti che la nascita del ‘football’ è vecchia del 1863,  quando la Football Association (la federazione calcistica inglese, che è la più antica del mondo) si riunì a Londra per decidere  le regole.

Molti tra voi lettori, non sapranno però che la riunione che decretò nascita e regole avvenne presso la Freemason’s Tavern – che i Massoni di Londra usavano per i loro ricevimenti e i loro pranzi – in Great Queen Street (di fronte alla Freemason’s Hall che era ed è il quartiere generale della Grande Loggia Unita d’Inghilterra). Ivi si tennero sei incontri durante i quali fu compilata la prima versione delle regole del calcio, dopo che a Cambridge erano già state discusse le prime bozze.

Come mai fu scelto proprio questo luogo? Per prima cosa provate a pensare perché tifate per una ‘squadra’, poi magari perché il calcio d’inizio viene dato in mezzo a un  cerchio disegnato da un ‘compasso’: il simbolo della Squadra e Compasso è uno dei più noti emblemi della Massoneria. Insieme con il Libro della Legge Sacra, la Squadra e il Compasso compongono le Grandi Luci della Libera Muratorìa. Ecco qual è la pietra angolare del gioco. Da qui comincia tutto. Poi ci sono i valori comuni di libertà, fratellanza ed uguaglianza che devono essere portati a simbolo, dal greco σύμβολον e dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “getto”), “mettere insieme” due parti distinte.

Insomma tutto inizia a prendere forma pian piano. E questo gioco comincia a non apparire più tanto tale, quanto piuttosto il simbolo perduto che deve riunire alcuni ideali. Attraverso il calcio si lotta.

CALCIO E LOTTA. E di esempi ce ne sono molti. L’Argentinos Juniors (in cui giocò anche Diego Armando Maradona), per esempio, fu fondato nel 1904 con il nome di Mártires de Chicago, in omaggio agli anarchici ingiustamente condannati a morte del 1886 a Chicago. D’altra parte, anche il Chacarita Juniors nacque in una biblioteca anarchica di Buenos Aires, ed i suoi colori – bianco, rosso e nero – indicherebbero la purezza e gli ideali politici libertari dei fondatori. Oggi, tra le due tifoserie, esiste un solido rapporto di amicizia fondato sul comune ideale anarchico che è alla radice della storia dei due club.

L’Independiente è un altro esempio di come le lotte sociali si legarono a quell’epoca al calcio, giacché i fondatori scelsero questo nome in quanto erano in contrasto con i loro datori di lavoro e si dichiararono Independientes de Patronal. Nel 1908 nacque anche il Club Atlético Libertários Unidos, il cui nome potrebbe dimostrare che alcuni anarchici o simpatizzanti furono tra i suoi fondatori, tesi avvalorata dai colori sociali: rosso e nero (un’altra versione dice che il nome deriverebbe dalla via in cui avvenne l’atto di nascita della squadra. Ma come spiegare i colori sociali?). Anche il piccolo club El Porvenir ebbe alcuni anarchici tra i suoi fondatori.

Una delle squadre più seguite in Croazia, l’Hayduk Spalato, ha probabilmente avuto tra i suoi fondatori alcuni anarchici, dal momento che il primo nome scelto fu Anarkho.

In Germania, la squadra storicamente è più orientata a sinistra è il Fußball-Club St. Pauli von 1910. Si tratta di una polisportiva ubicata nell’omonimo quartiere di Amburgo, Il cui attuale presidente, Corny Littman, è stato il primo (unico?) presidente del calcio tedesco ad essersi dichiarato omosessuale.

Tra gli anni ’80- ’90, il St.Pauli è stata la prima società a vietare l’ingresso nel proprio stadio ai tifosi di estrema destra. Anche la sua tifoseria, ovviamente, è esplicitamente legata al comunismo, al socialismo, all’anarchismo e all’antifascismo. Club e tifoseria si sono inoltre sempre dichiarati nemici del razzismo, promovendo iniziative comuni per diffondere la cultura antirazzista.

Il motto del F.C. St. Pauli è: «Not established since 19», ad evidenziare la sua posizione antitetica rispetto a tutto ciò che è parte integrante del “sistema”.

Ma come, direte voi lettori, Massoneria e Anarchia insieme? Sì almeno a cavallo tra ‘800 e ‘900, guarda caso quando molte squadre nacquero. A fronte di un’apparente incompatibilità fra Massoneria e Anarchia, ecco molti nomi illustri dell’anarchismo che sono transitati per le Logge: Proudhon, Bakunin, Ferrer, oltre agli italiani Andrea Costa e Errico Malatesta.

E perché si gioca in undici, poi? Il numero Undici, insieme al 22 è un numero maestro e rappresenta la potenza, la giustizia e il potere acquisito per meriti e valori in senso positivo e la paura e la decadenza morale, in senso negativo. Caratterizzato dalla uguale presenza sia di proprietà maschili che femminili è sovente associato a segreti, legami e vincoli.
Undici esoterico, ma non solo: le prime squadre nascevano dalle università che avevano classi di dieci alunni, a cui nelle partite si aggiungeva il maestro. Il capitano divenne da qui il discendente in campo proprio del maestro.

Insomma, il calcio è per le masse, anche grazie alle sue origini nascoste.

Origini che come la modernità spesso vuol vengono dimenticate. La storia, quella che ha dato passione, quella che ha acceso gli animi, viene travolta da quello che gli inglesi chiamano ‘business’, ma altro non è che commercializzazione selvaggia del gioco.

MOVIOLA. La chiamano VAR, sembra un nome di una brigata della seconda guerra mondiale, in realtà è solo spostare quegli inutili uomini colorati (ex neri) che qualcuno ha deciso di posizionare un po’ ovunque nel campo, da dietro la porta a vicino alle panchine, per sostarli in una cabina davanti a una tv. Si gusteranno meglio lo spettacolo e dovranno dire se  c’è un rigore o un fuorigioco. Peccato che anche da casa, sempre davanti alla tv, spesso anche il più acerrimo tifoso nutre qualche dubbio se effettivamente il contatto c’è stato, o se il giocatore superava la palla. A meno di parzialità che sa di corruzione morale (tifo populista), non dovrebbe cambiare nulla. O meglio far credere di cambiare tutto, per poi avere sempre qualcosa da dire, da discutere. Altrimenti i giornali che fanno per una settimana?

RIFORME, QUESTE SCONOSCIUTE. Ah già possono parlare di mercato, con giocatori che in Italia (causa crisi oramai cronica) non arriveranno mai nemmeno se tutti i cinesi si trasferissero nel Belpaese (a Lampedusa già tremano), oppure parlare di riforme, che sono probabili come l’approdo dell’uomo su Marte entro il 2020.

L’Udinese in questo calcio però ci sta bene, inutile negarlo. La sua crescita è coincisa proprio con l’avvento del marketing (pubblicità selvaggia, per chi ama ancora l’Italiano), con uno stadio gioiello, ma marchiato a sangue come una mucca. Con una squadra che se ne frega dei vivai, ma preferisce avere undici stranieri in nome del calcio gestito dai procuratori e dalle convenienze.

Per cui rassegniamoci: il calcio sarà sempre più un Grande Fratello che terrà incollati gli spettatori come nel film di Peter Weir per vedere giorno dopo giorno cosa combina Icardi o il Balotelli di turno.

La passione, quella che ha mosso i padri fondatori, quella che ha mosso le messe per rivendicare diritti attraverso la sfera mondiale è tempo passato. Udine che scende in piazza a metà ani 50 con 25 mila persone per dire no a una ingiusta retrocessione, Udine che scende in piazza contro l’ingiustizia che si perpetuava verso Zico, Udine che riempie con 50 mila persone lo stadio per il solo gusto di vedere Zac e i suoi combattere con gli Arcieri è passato. Piaccia o meno.

Personalmente i rimpianti sono tanti. E forse, anche il pensare che poco più di 11 mila abbonati in uno stadio come il ‘Friuli’ sono pochi non è una critica. Perché il resto è fatto di promozioni o tifosi avversari.

La domanda vera è però: è questo il calcio che volevamo? Se sì, tutto ok. Godetevelo e giocatevelo alla PlayStation pensando di essere Samir, De Paul o chi volete. Se no ponetevi la domanda se come tifosi non si poteva fare di più per evitare che i magnate del pallone si divorassero pure quello.

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