L’ultima marlboro (Di F.Canciani)

L’ultima marlboro (Di F.Canciani)

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Sette mesi fa, esattamente sette mesi fa ci lasciava uno dei più grandi e sottovalutati poeti della mia generazione. E se noi siamo quelli che hanno perso, con le liriche e la musica di Giuseppe Mango da Lagonegro la sconfitta aveva almeno una colonna sonora bellissima.

Ho recentemente letto cosa scriveva, a dieci giorni dalla sua morte (sul palco di un concerto benefico a Policoro, a casa sua), la moglie di Pino, Laura Valente. E fra tante toccanti parole citava cosa Mango solesse dire: per uno spettacolo ben riuscito ci vuole un bell’inizio, un picco centrale, un finale degno di nota.

Mango lo conobbi nel 1985: io, sedicenne un po’ sulle sue, lo ascoltai una sera d’estate mentre cantava ad un festival sul primo canale della Rai, e distintamente ricordo l’incipit della canzone più famosa. “per averti pagherei un milione e anche più / anche l’ultima Marlboro darei…”. e chi, fra noi, non aveva nel cuore qualcuna da ultima Marlboro?

Oggi questa non può andare all’Udinese. Non fraintendetemi: mi fido. Della società, del pugnace conducatore, dell’attaccamento alla maglia di chi è rimasto e chi arriva. Ma lo spettacolo offerto dalle maglie bianchenere negli ultimi trenta mesi, obiettivamente, non avrebbe chance alcuna di soddisfare i criteri semplici e lineari enunciati dal cantautore lucano. Partenze anonime, svolgimento senza picchi, finali buttati via stile contoalla-rovescia verso il rompete le righe. Mille, mille speranze, cosa credete? Anch’io ne nutro. Anzi mille e una. Ma attendendo tempi migliori mi sono interrogato, aldilà di presunte colpe e supposte responsabilità, di progetti embrionali e mal seguiti, su quale sia l’interessenza fra le prestazioni delle ultime stagioni e i trainer responsabili della direzione tecnica delle squadre.

Guidolin? Sofferente, lui, e di conseguenza la sua squadra sul campo. La prima stagione-champions è stata differente, per la presenza sulla pelouse di un manìpolo di campioni veri, due dei quali hanno appena sollevato al cielo di Santiago del Chile la coppa di campioni del Sudamerica. Da lì in poi, come detto, occhi bassi, sorrisi pochi anche in concomitanza con le vittorie. Culmine sintomatico la stagione precedente quella passata, un a sportivissima agonìa in particolare per chi, come chi Vi scrive, aveva quel mister nel cuore e avrebbe voluto saperlo pedalante in salita, non più aggrappato ad una panchina triste ed indigesta.

Stramaccioni? A distanza di qualche settimana dalla giubilazione non risponde al telefono nemmeno agli amici che lo sostennero, ammantato di nerazzurro e da questi colori appena scaricato, e vorrebbero quantomeno sapere come sta. E nemmeno a noi, bianchineri, che magari avremmo solamente potuto dirgli che il modo ci aveva offeso; ora possiamo invece dirgli che è rimasto vittima dello stramaccionismo, di quel modo un po’ piacione ed un po’ irrituale di vivere il calcio, che lo ha portato a scordarsi quale fosse la ragione di un (tutto sommato) ben pagato impiego: condurre tecnicamente e tatticamente un manipolo di ragazzotti neanche poi tanto volenterosi, sui campi di tutta Italia ed in particolare al sorgendo Friuli, al conseguimento della loro soddisfazione e del nostro divertimento.

È andato in confusione, Andrea da San Giovanni; ha perso il filo del discorso troppo presto, si è perso lui stesso nei meandri della sua mente e dell’incapacità (mica solo sua!) d’interagire con il roster bianconero disciplinandone le prestazioni in campo. Per un po’ Deki è sembrato mediare, da recentissimo ex-giocatore; è parso riuscire a scuotere i quattordici schierati in diverse occasioni, migliorando al rientro dopo l’intervallo le prestazioni, sebbene mai risultando esaltanti. Poi, da un certo punto in avanti, Stankovic ha quasi rinunciato, pensando forse agli affari suoi ed al proprio futuro. Lo capii, senza rumors interni, quando Stramaccioni si presentò di lunedì ad una folta platea di giornalisti per condurre una chiacchierata tecnico-tattico-(molto) personale. E Dejan preferì l’impegno serbo per l’acquisizione del patentino di allenatore…

E Colantuono? Dei tre personaggi in cerca di fama bianconera pare il più lineare. Un gladiatore, senza molti fronzoli; più Gattuso che Pirlo; più Pasquale Bruno che Alex Nesta; più Horst Hrubesch che Butragueno, il romano ha capito l’antìfona e si è inserito alla perfezione nei meccanismi societari (a differenza del predecessore, che lo fece più a parole che nei fatti). Ogni risposta data malcela la soddisfazione n’importe quoi in ciò che i dirigenti gli offriranno. Una punta? Se arriva, e se è centrale, bene ma anche senza è uguale. Rosa? Se troviamo di meglio bene, ma anche senza acquisti è uguale. Ha incentrato la comunicazione sull’amore per la maglia, sulla creazione del fortino-Friuli, sull’ostacolo da superare gettandovi oltre il cuore e i polmoni. Da lui questo si può attendere: agonismo, calcio fisico, centodieci per cento gettato sul prato. Di certo, mi sbilancio, sarà un pelino meno agevole vincere a Udine, e si eviteranno le passeggiate avversarie che hanno caratterizzato le gare (ad esempio) di Palermo e Samp-e-Doria, mica Reàl e Barça. Bel calcio? Boh.

D’altra parte, non possiamo pretendere da un ex-rocciosissimo terzinone ed attuale sergent’allenatore di scoprirsi nuovo Ancelotti a cinquantadue anni.

Della distanza che esiste fra il mio calcio ed il suo (ed ha ragione a prescindere lui) ho detto, e dirò nel dettaglio domani: ad oggi posso ribadire, citando l’amico Mango, che l’ultima Marlboro me la tengo nel taschino. Metaforica, ché non fumo più da dieci secoli, non reale come quella che avrei offerto a tante lei che popolarono i miei glitterosi ottanta. Sappiate, amici miei biacca e carbone, che starà lì, alla sinistra del mio petto, dove risiede l’organo che mi dà vita ogni giorno, e dormono i ricordi che ogni giorno mi danno speranza.

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