Meritocrazia

Meritocrazia

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Siamo entrati nell’inverno, con il suo freddo e la sua umidità, ma nel giardino dell’Udinese è fiorita una gemma, si chiama meritocrazia.

Da ormai due anni non si vedeva più, tanto che pareva fosse estinta in terra friulana. Inaspettata, ieri è timidamente fiorita. L’ultima volta fu quando Totò Di Natale, non uno qualunque, venne messo fuori rosa per motivi disciplinari all’indomani della sfuriata contro un preparatore atletico. Allora c’era Guidolin e Larini, e il duo non guardava in faccia a nessuno. Già Domizzi tempo prima aveva pagato caro uno sfogo verso il compagno di squadra Armero. Quello fu l’anno in cui emersero Angella e Faraoni, nonché la prima versione di Fabbrini, quella volenterosa e umile.

Guidolin aveva sempre risposto ai cali di tensione con quel bellissimo fiore che è la meritocrazia, e ne erano uscite annate fenomenali. La prima per spettacolarità, la terza per l’apporto di chi solitamente sedeva in panchina. Fu la meritocrazia che portò l’Udinese a vincere 4.0 sul Cagliari, privi di cinque titolari. Gente come Pasquale, Angella, Faraoni e il Fabbrini di allora ce la misero tutta e ne uscì una signora partita.

Poi il nulla, l’inverno, il deserto: foto di calciatori in discoteca con tanto di bottiglia in mano prima di Udinese Inter, interviste sullo stile “se non gioco allora meglio andare”, oppure “voglio la Roma, voglio qua, voglio là”. Tante presenze di gente demotivata (sarebbe bello usare i termini più appropriati, ma la moderazione è uno stile da mantenere, sempre) che ha causato sconfitte su sconfitte. Senatori offesi, interviste degne dei programmi pomeridiani della D’Urso e tanti giovani senza mezzi lanciati e poi scordati, dimenticati, mandati altrove. Sempre passati avanti a chi avrebbe meritato molto di più.

Ci volevano Stramaccioni e Stankovic per tornare a vedere una squadra di calcio. Domenica pomeriggio, sul campo del Marassi, si è rivisto giocare a calcio, si è rivista la foga, la voglia, il sudore. Il gol di Gejio non è soltanto bello, è emblematico: Kone che crossa un pallone che pareva perso, Gejio che si butta fidandosi del compagno, difensore superato e gol.

La squadra è stata finalmente muscolare, al di là del modulo, un 3511 che pareva più un 442 per il baricentro finalmente alto del pressing e per un Pasquale che nel primo tempo ha corso come un maratoneta.

La meritocrazia fa selezione, non guarda in faccia a nessuno, come il risultato di calcio. Non conta se subisci per 89 minuti e poi segni al 90esimo in contropiede. Il calcio è questo, e senza la meritocrazia non è nulla. E’ cancro sportivo, noia, programmazione che sa tanto di vetrina fine a se stessa. Perché è la vittoria che aumenta il valore dei giocatori. Abbiamo svenduto Pereyra, col senno di poi; lo abbiamo svenduto perché quella squadra vinceva poco. Lo sapeva Guidolin, che si è fatto da parte quando non poteva più portare avanti il suo credo. Lo sa Stramaccioni: non poteva rispondere in altra maniera dopo la sconfitta interna contro il Verona.

La meritocrazia è sorella della competenza, vanno a braccetto. Quando Guidolin mise fuori Sanchez e Totò in quell’avvio sciagurato di vari anni fa, portò poi l’Udinese al quarto posto finale. La gente degli stadi d’Italia si alzava ed applaudiva quella squadra che per spettacolo era seconda solo al Barcellona di Guardiola. Ieri Stramaccioni ha messo dentro combattenti, li ha messi a fare quello che sanno fare meglio. Ed è andata come è andata: contro Cesena e Sampdoria abbiamo fatto 6 gol senza Di Natale… mica poco no?!

Se il pareggio contro il Chievo vale meno di una sconfitta, il pareggio contro la Sampdoria vale più di una vittoria, perché segna la strada da perseguire: lavoro, silenzio e sudore.

Bravo Stramaccioni, bravo Gejio, bravo Kone e un bravo particolare a Pasquale. Che nel secondo tempo sì, non ne aveva più e si è fatto superare da De Silvestri, ma che da varie settimane porta avanti la carretta nonostante l’età, che da una vita (professionale) si fa sempre trovare pronto, senza mai una parola fuori posto.

Ora sta alla società adattarsi al new deal di Stramaccioni, iniziato, inciampato e ripreso con un colpo di reni orgoglioso e fiero. Se qualche giocatore si sente demotivato, venga pure ceduto. Si richiami Angella, si reintegri Faraoni.

L’ho detto, lo ripeto ed è l’unico punto su cui contrasto il pensiero dell’allenatore: la squadra quest’anno c’è. L’Europa è alla portata!

Buon calcio a tutti

 

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