Non c’è progetto senza rispetto

Non c’è progetto senza rispetto

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Permettetemi prima di iniziare a dissertar di calcio con la consueta “ignoranza”, di accorarmi alquanto per la novantunesima primavera iniziata dal Maestro Supremo di Porto Empedocle. Chi lo conosce solo per il proverbiale “Montalbano, sono” che il suo personaggio più celebre, interpretato da Luca Zingaretti, pronuncia presentandosi, si è perso quasi cinquant’anni di eccellente televisione. Già: prima della fiction c’erano originali e sceneggiati con Warner Bentivegna, i fratelli De Filippo, e Vannucchi, Occhini, Tedeschi… E Alberto Manzi, ché non è mai troppo tardi. Accanto a questo tanto tiàtro, tiàtro, tiàtro nell’accezione nobile e palcoscenica del termine, non in quella beceruccia della natìa Trinacria. Ci sentiamo alle centouno, caro ed unico Maestro. Niente auguri, solo un gigantesco grazie.

Scrivere al lunedì mattina, subito dopo una gara mediamente utile dell’apposita Nazionale, non è mai facile se ci si deve dedicare ad una squadra di club tutto sommato non di primissima fascia, ahimé per scelta interna e non certo per meriti altrui. Quando mi è stato notificato che l’incombenza sarebbe potuta toccare a me, il latore non si è reso conto che per me scrivere qui è un piacere, un onore ed una gratificazione tale per cui, nella speranza di non annoiare, cercherò di aiutarVi ed aiutarmi a tirare le fila di tre convulsissimi mesi bianchi e neri.

Intendiamoci, nulla di trascendentale: a parte l’anno passato, infatti, gli inizi udinesi sono sempre stati agonisticamente traumatici. Ma qualcosa è cambiato da quando la squadra ha intrapresa la poco desiderabile abitudine di farsi cacciar fuori dalle coppe europee ai preliminari. Eventualmente indigesti.

A questo, si è affiancato un progressivo scollamento fra chi l’Udinese la deve fare e chi invece la sostiene. Prima l’acquisizione di un club spagnolo, poi di uno inglese, e quest’anno… Beh nemmeno ripetiamo la serie di poco delicati gesti che infiniti lutti addusse ai tifosi in biacca e carbone.

Non ritornerò su quanto detto e ridetto, tranquilli. Solo che tutto ciò che circonda la banda di Colantuono si sta omologando con il mondo calcistico 3.0, che fa suonare la parola “rispetto” che la Fifa (o la Uefa? Boh) vuole sulle patch delle maglie come un’ipocrita copertura di ben altre meccaniche.

Io ci credevo di più l’anno passato: Dopo le molte lamentele seguite al declino spirituale (inteso come snàit alla friulana) di Francesco Guidolin, l’assunzione di un giovane comunicatore con tutto da dimostrare come Andrea Stramaccioni (tralasciando le modalità che portarono a tale firma) pareva preludere al vero, primo ed essenziale progetto-Udinese. Invece tutti sappiamo com’è andata: e non mi sento di dare troppe responsabilità alla società, visto che il “tecnico” romano ha dato il peggio di sé a partire dalla decima di andata, terminando la stagione con un filotto di sconfitte senza attenuante alcuna e riuscendo nell’esiziale impresa di motivare i propri beniamini, nella particolare statistica delle sei sfide contro le tre retrocesse, a vincerne una (29 settembre, nel pieno del filotto iniziale), pareggiarne due e perdere tutte e tre le trasferte.

Il cambio è stato sostanzialmente ineccepibile, seppur con una forma che denotò una sensibilità, nei confronti dello Strama, quantomeno latitante. Ci si sarebbe però atteso l’ingaggio di un altro tecnico di belle speranze, chessò, un Donadoni o addirittura un Di Francesco. Invece (pare con abboccamenti iniziati addirittura l’inverno scorso, voce non confermata né confermabile per ovvie ragioni) è stato assunto Stefano Colantuono, roccioso ex difensore anziate dai trascorsi facilmente comprensibili.

L’allontanamento di costui durante la passata stagione non fa testo: l’Atalanta è stata, fatta eccezione per le tre retrocesse, l’unica squadra a far peggio dell’Udinese nella sua drammatica edizione stramaccioniana, a testimonianza di una qualità scadente di gioco e interpreti. Dall’altra parte l’exploit di quella precedente, in cui ottenne 50 punti e una serie importante di gare sontuose.

Per il resto medietas, una specie di Gunny Highway del calcio che individua il problema e lo risolve, ma non chiedetegli di eccedere oltremisura gli obiettivi prefissati.

L’annata è iniziata tutto sommato bene: la squadra corre, lotta, gioca un calcio guardabile (conquista enorme dopo un paio d’anni di pododepressione); ha espugnato lo stédium di Torino e perso la prima, storica gara di campionato nel rinnovato Logan Arena contro un Palermo barricadero ed un’imprecisione al tiro quella sì problema atavico bianco e nero. A me pare che lo staff tecnico abbia fatto le cose per bene: la tenuta atletica c’è, altrettanto la brillantezza dei giocatori più leggeri (ovvio che gente come Zapata va attesa un po’ di più); in campo i giocatori non passeggiano, sentono presente la pressione psicofisica dello scarsicrinito mister laziale e mettono in campo quello che possono. Ovvio: i tifosi udinesi sono abituati ad un livello tecnico medio di livello immensamente più alto: se pensiamo che nella disgraziata stagione dei tre punti su 33 sotto la direzione-Marino in campo ci andavano Pepe, Quagliarella, Totò, Sànchez, Isla, Handanovic, il roster attuale impallidisce. E non menziono per decenza le rose di Zaccheroni e Spalletti. Verranno, da questo punto di vista, tempi migliori.

Dunque? Dunque l’ultima strofa, la più dolente, la dedico all’esercente. La società ha deciso, e scelto, di stupire con effetti tutt’altro che speciali. Venduti i giocatori-bandiera (Coda, Pinzi); acquisiti altri calciatori che facevano fatica nei propri campionati, prontamente (ma nemmeno così rapidamente) ceduti (Bubnijc, Lazzari, Nàldo). E pensare che ogni stagione finiva con le stesse parole di Giampaolo Pozzo “quest’anno che viene (sic) mi voglio divertire”; evidentemente (e lo capisco!) si diverte ad agosto, quando la plétora di dirigenti col cappello in mano gli bussano alla porta per coprirlo d’oro in cambio dei virgulti più meritevoli.Meno da settembre a maggio. Eppure il tifoso friulano si accontenta, magari un po’ sbraita ma in fondo si fa piacere tutto e di più. Andrebbe trattato meglio; la parola “rispetto” dovrebbe valere vieppiù verso di questi: invece se qualcuno, sia esso giornalista opinionista uomo della strada o politico, si permette di obiettare, ecco la risposta, piccata offesa dura, verbale o affidata alle lettere aperte, da parte della famiglia “regnante”. Una strategia della tensione che non porta utili a nessuno. Meglio sarebbe una frase distensiva, un paio di pacche sulle spalle, qualche spiegazione onesta e non manifestamente inverosimile e un giro di tagli a sancìre la rinnovata alleanza.

L’Italia sta vinciucchiando con la Bulgaria, ed è subito Lazio. Belva ferita, mortificata da una dirigenza beata nella promozione della Salernitana in serie cadetta ma responsabile di un preliminare di Champions gettato alle ortiche contro il Leverkusen. Una vittoria risicata, immeritatissima, all’andata aveva illuso i biancocelesti, pronti al fortino difensivo in Renania/Palatinato; invece tre pere e a casa. E ancor peggio quattro schiaffi dal piccolo Chievo dei miracoli (delle prime due giornate, vedremo fra qualche mese) che da domenica godrà di un sessantasei in più nel motore. Poteva essere la sfida di Giampiero contro i colori del suo cuore, invece per la seconda volta in tre giornate andrà allo stédium. Così è la vita. Così, però, non siamo noi. E non sono i tifosi: mettetevelo in testa.

Franco Canciani @MondoUdinese

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