Soldi, bugie e calcio italiano

Soldi, bugie e calcio italiano

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Forbes. Detto così questo nome potrebbe rimandare, che so, ad un attrezzo usato per tagliare carta, stoffe o altri materiali. Invece no.

Questa rivista americana è infatti la bibbia economica per chi vuole sapere quale azienda, ente, persona conta nel mondo oppure invece pretende, detto all’americana (nel senso di far finta) di esserci millantando chissà quali meraviglie e venendo inesorabilmente sbugiardato.

Recentemente tale rivista ha stilato la classifica dei cinquanta marchi sportivi più importanti al mondo, basandosi su fatturati, indotti, merchandising, diritti televisivi eccetera. La serie più importante è nettamente quella statunitense di football americano, la NFL, che in toto accumula cinque bei miliardi di dollari, ma il club sportivo che singolarmente la fa da padrone è il Real Madrid con 3,260 miliardi di dollari. A brevissima distanza i Dallas Cowboys (NFL, football) e i miei New York Yankees (MLB, baseball) con qualche decina di milione in meno. Quarto il Barça, quinto il Manchester United, poi solo club americani.

Per trovare il primo marchio italiano si scende al 32esimo posto, dove la magica e mitica Ferrari accumula 1,352 miliardi, in soldoni circa un terzo delle principali entità sportive di cui sopra.

Quel che appare esemplificativo, spietato, sintomatico è che mentre le formazioni di soccer europee stanno contraendo i propri budget, quelle statunitensi sono in esplosiva espansione, una media del 31% (Ma i Cowboys quasi del 40%), per cui il prossimo anno vi sarà il prevedibile sorpasso. E se le major europee, principalmente inglesi, spagnole e il Bayern Monaco, sorridono un po’ meno, per nulla si debbono sentire bene le formazioni principali di Italia e Francia. Questi risultati infatti testimoniano di una rottura prolungata delle nostre valenti metropolitane: anche la fortissima Juventus, infatti, sta facendo cassa cedendo ben tre dei propri pezzi forti in una sola campagna di calciomercato (Pirlo, Tévez, Vidàl) per tacer della barca di milioni incassata dal bravissimo Marotta dopo aver spedito alla perfida Albione il prode Ogbonna. All’Inter Mancini, peraltro suo solito costume, chiede ancora rinforzi dopo aver giubilato Xerdan Shaqiri di cui aveva preteso l’invernale acquisizione “n’importe quoi“; il Milan ha speso 45 buoni milioni per l’accoppiata Bacca-Bertolacci, buoni giocatori ma non certamente crack à la Tévez; a Roma si attende di cedere per poi acquistare. E peggio secondo me va a Parigi, dove gli investimenti si possono allineare a quelli di grandi inglesi e spagnole, senza ottenerne in cambio significativi successi fuori dalle mura patrie. Insomma la finale raggiunta dalla Juventus, l’anno passato, accanto a tre mostri sacri europei assume, ad oggi, contorni di eccezionalità assoluta.

Ed in tutto questo, l’Udinese come si pone? Secondo me alla grandissima.

Taccio del Watford di cui non mi interessa alcunché, ché chi parla sempre e solo della squadra londinese, storpiandone financo il nome, ritenendola unico interesse della famiglia Pozzo dà solamente fiato alla propria ossessione: se l’Udinese avesse acquisito gente come Prodl il tifoso friulano medio avrebbe esclamato “chica**è questo?”. E’ un austriaco, per la cronaca. Anche bravino.

Dico che l’Udinese si sta ponendo a un centimetro dal sopravanzare le squadre che lotteranno per le posizioni immediatamente a ridosso della zona Champions. Perché? Semplice.

Detto che ad oggi qualcosa alla squadra manca, ma altresì che forse giocatori come Edenìlson e  Verre sono stati sottovalutati perché poco conosciuti, ed ammesso anche che campioni alla Sànchez non ce ne sono mica, delle formazioni “alla portata” vedo messo bene il Torino di Cairo, che acquista e (soprattutto) cede con sagacia ed intelligenza. Il Verona sta investendo su gente come Toni (e va bene), Màrquez o Pazzini con contratti pluriennali; i felsinei Saputo e Tacopina sembrano veri zii d’America, ma di questi fenomeni ne abbiamo visti troppi e fossi rossoblù prima di gioire aspetterei qualche mese; del Genoa preferisco non dire, così come della Samp-e-Doria. Anzi, data la personale antipatia che nutro verso i colori blucerchionati, qualcosa dirò, e va perfettamente in concordia con quanto sancisce la classifica di Forbes. La signorilissima famiglia Garrone avrebbe versato, per cedere il team genovese, fra quote capitale garantite, debiti saldati, leasing risolti e premio a vendere (…, 2,9 mln) circa 65 milioni di euro. Certo: oggi l’entourage del vulcanico neo-presidente afferma che l’aumento del fatturato e il taglio degli stipendi porterà nel 2016 ad un’assoluta solidità societaria. Tanto solida, la Samp-e Doria, che Ferrero avrebbe posto sotto l’ègida (scudo finanziario vero e proprio) della Sport Spettacolo, la holding controllante la Samp, anche tre sue società cinematografiche, per una delle quali (la Eleven finance) la suddetta holding blucerchiata avrebbe assorbito il passivo di 420,000 euro. Mica male.

Se il buongiorno si vede dal serotino e carinziano impegno di due giorni fa, amici miei biacca e carbone, mi tengo Giampaolo e Gino. Tutta la vita. La filosofia “pochi, maledetti e subito” mi si attaglia come non mai. Non saremo mai nella top-50 di Forbes: okay, lo accetterò perché mi basterà non apparire nella classifica delle società insolventi al Tribunale di Udine. Cosa, oggi (date un’occhiata alla lista delle squadre scomparse o in via di dissoluzione) tutt’altro che rara ed impronosticabile.

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