Udinese e campionato… Qualcosa è cambiato. Qualcosa no.

Udinese e campionato… Qualcosa è cambiato. Qualcosa no.

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Una giornata. Solo la prima giornata. Poco? Tanto? Lo so: mercato ancora aperto, calcio di fine agosto, rodaggio, sottovalutazione e cantieri aperti. Però una vittoria o una sconfitta hanno le stesse importanze e conseguenze a fine estate o a primavera inoltrata.

Càpita che l’Inter di Mancini, (direi) al solito in superiorità numerica, cava dalla manica l’asso-Jovetic al 90’ minuto, ma il trainer si dice ancora insoddisfatto degli effettivi a disposizione.

Càpita che il Milan, dopo un’estate di dispendiose acquisizioni, si trovi ad esser demolita dalla pragmatica Viola del l’ex juventino Paulo Sousa. Affidarsi all’ex stopper dell’Avellino e ad un costosissimo ventenne (responsabile del rigore del decisivo 0-2), oltre ad alcune discutibili scelte di Mihajlovic, rende secondo me inutile l’acquisizione di Balotelli se a centrocampo non mireranno un Witsel qualsiasi per dare ordine e geometria ad una congerie di disordinati pedatòri.

Càpita, soprattutto, che l’Udinese esce corsara, finalmente!, dallo Juventus stèdium. Mi sarebbe piaciuto ascoltare dalle parole dei domestici, tecnici giocatori opinionisti tifosi, una parola buona per i propri beniamini ed una per i vincenti la partita. Invece, al solito, no.

Miele per i rosanero locali: potevano vincere sei a zero, Udinese un tiro un gol, dominio assoluto, sedici infortunati, sconfitta casuale. Fiele per i bianchineri: catenaccio anni ottanta, peggiore squadra uscita dal precampionato, solo un caso l’errore di Lichtsteiner, se la rigiocano mille volte la pèrdono in mille occasioni. Stesse parole: dal tecnico, ai tifosi, ai giornalisti (giustamente?) appositamente asserviti alla squadra che, da cinque anni o forse da ottanta, domina le scene nazionali (meno quelle europee e mondiali). Alcune penne potrebbero essere incluse nell’ottimo libro di Marco Travaglio, “Slurp”, che ripercorre le servilissime veline offerte da tutti i giornali al potente di turno, n’importe quoi la provenienza politica.

Tipica reazione della formazione capeggiata dalla famiglia Agnelli, direi. Specie da parte dei tifosi. Che, beati loro!, a perdere non sono abituati. D’altra parte hanno punteggiato di “se” anche la sconfitta in finale di Champions contro i blaugrana catalani. A sentir molti fra loro, avrebbero potuto vincere. Qualsiasi imparziale spettatore od opinionista, però, ha notato una differenza abissale di classe, organizzazione, qualità e concretezza fra le due formazioni in campo. Ogni risultato diverso da quello effettivamente scaturito sarebbe stato bugiardo. E no, amici miei tifosi della squadra a strisce di Torino, non ho tifato contro (né a favore) della Juventus in quella gara. Me la sono guardata come se in finale ci fossero arrivate Reàl e Bayern.

A proposito: la Juventus pareggiò (meritandosi la finale) a Madrid giocando esattamente come l’Udinese a Torino. Soffrendo il primo tempo, pareggiando e rischiando di vincerla nel finale. Allora, però, il cento per cento degli apposito scriventi di cui sopra si allineò coperta dietro la parola “impresa”. Amen.

E quindi insulti, augùri di pronta retrocessione per i pretoriani di Colantuono, réi (ai loro occhi) di lesa maestà, in sostanza commenti poco illuminati. Ci teniamo i tre punti e ringraziamo. Mi spiace per i tanti tifosi juventini dai natali friulani, delusi anziché no dal risultato ma soprattutto dall’impossibilità di sfottere chi, anziché scegliersi una squadra (forte) cui tenere, dalla squadra si sono fatti scegliere. Come tanti fra noi.

Invece, specialmente per i “loro” addetti ai lavori, sarebbe stato più utile analizzare a fondo le ragioni della débacle: le scelte improvvide e poco illuminate del mister Allegri; la mancanza totale non degli assenti ma dei ceduti, soprattutto l’impossibilità di sviluppare un gioco degno di tal nome e del titolo quadruplo di campioni Nazionali.

Poco male: succede due volte l’anno di incrociarsi e già oggi hanno acquisito un buon giocatore, arrivato secondo me con un paio d’anni di ritardo. Cuadrado non cambierà le loro meccaniche di gioco, anche se probabilmente aumenterà l’imprevedibilità.

Ma tutto questo è visto e rivisto: la Juventus ai loro occhi non perde mai, semmai risulta non vincente. Àuguro loro una felice corsa europea, dato che in sede nazionale non avranno rivali.

Cambiato è, invece, qualcosa in casa biancanera. Cari amici biacca e carbone, avrete ben ragione se sottolineerete che l’Udinese ha badato a difendersi per un’ora buona, quasi rinunciando ad offendere il portiere avversario; ma quella mezz’ora finale, con Zapatòn a tener occupati i difendenti avversari assieme all’ineffabile Cirillo, cresciuto a marroni nella natìa Privas sul Rodano alpino, e pronto a scodellar in rete un bel suggerimento della freccia nera Edenìlson mi è rimasta negli occhi e nel cuore.

Avrebbero preferito anche gli juventini, d’altra parte, un’Udinese aperta e disposta a farsi infilare in controfuga dai domestici, magari una due tre volte. A noi invece è piaciuta così. Una voglia di soffrire venuta da dentro, un’ordinata e attenta difesa che invece arriva da lontano, da schemi provati e riprovati in allenamento. E capisco che forse (ma delle mie mancanze ho detto e riscritto anche domenica sera) giudico l’anziate Stefano troppo severamente.

Francesco Guidolin è (stato?) un grande educatore; ha individuato le doti precipue di gente come Isla e Sànchez che il predecessore sfruttava al minimo in posizioni spesso non ortodosse per le loro caratteristiche; la domenica però spesso si lasciava andare e travolgere dagli eventi della gara, dalle poche o tante contrarietà che la partita portava, dalla propria incapacità spesso di leggere cambi in corsa. Per questo sognavo per lui una nazionale under, ove lavorare con i giovani selezionandone i migliori e i più preparati.

Andrea Stramaccioni è un teorico del calcio, a livelli raramente visti a queste latitudini di povertà culturale e spirituale. Allenare, però, è altra cosa. Si illuse quando un’Internazionale sontuosissima violò, prima al mondo, lo Juventus Stadium qualche stagione fa; si illuse quando i Pozzo gli dettero una chance, che sfruttò nel peggiore dei modi. Ma non per colpa sua: lui, ad oggi, per allenare non pare tagliato. Punto.

E qui arrivo al cambiamento, che ho inteso ed in cui credo a prescindere dagli esiti di questo campionato: Stefano Colantuono legge le gare, gli uomini, le situazioni con la freddezza e la determinazione di chi ha dovuto mangiare pane e cicoria (cit.), calcisticamente parlando, per emergere in un mondo competitivo e selettivo, in cui di certo non si attende la crescita delle risorse umane. Si mangia la linea laterale diecimila volte a gara, spesso farebbe lo stesso con la testa di qualche suo pedatòre, reo ai suoi occhi di non essersi attenuto a rigide ancorché logiche disposizioni. L’Udinese potrà perdere quante gare meriterà, quest’anno, ma la sensazione sempre più asseverata è che l’avversario, per uscire vincente dal campo, dovrà demolire un fortino fatto di determinazione, dedizione e impegno.

La qualità? Quella deve provenire dai giocatori. Qualcosa secondo me ancora manca, e invece del nome di uno stadio faremmo meglio a parlare del fatto che mancante Guilherme, a centrocampo Iturra fa perdere quel po’ di fosforo che almeno qualche nostro giocatore deve mettere in campo. Vada contro la Juventus a Torino, ove l’interdizione è la mission principale; in casa col Palermo, però, preferirei vedere il prode corinthiano giostrare la sfera. Lo so, e lo sapete che Guglielmo è una mia scommessa. Ma quest’anno appare obiettivamente motivato e migliorato rispetto alla depressione della scorsa stagione.

Alla gara contro i rosanero originali l’ardua sentenza: l’anno passato Dybala, Chochev e Vazquez passeggiarono al cantiere Friuli; quest’anno sarà comunque altra musica. Perché a Nordest qualcosa è cambiato. Qualcosa di nuovo si vede, anzi d’antico. (getty Images)

Franco Canciani @MondoUdinese

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