Udinese: la descrizione. In un attimo

Udinese: la descrizione. In un attimo

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Inizio con un tristissimo pensiero. Quando se ne va il figlio di qualcuno che si conosce, ci amminchiamo sempre un po’. Se chi ci lascia ha sette anni, l’età della nostra figlia più piccola, il dolore è quasi insopportabile. Anche se la malattia lo aveva minato dalla nascita, questo momento si sperava spostato in là, molto, molto in là. Buon viaggio, Matteo, adesso Tu Te la ridi con gli angeli bianchi e neri, ci vediamo dopo.

L’Udinese, va. Meglio così.

Finito il ritiro, si parte con la preparazione pre-campionato. Ci sono state indicazioni buone, altre meno positive. Come ogni anno, forse meglio degli ultimi due minàti dall’eliminazione europea contro la Dinamo di ‘Ndostà, e dalla scorsa prestagione dove onestamente si brillava poco anche contro i dilettanti della pedemontana ennese.

Mi è piaciuto l’atteggiamento: fatto salvo per il naufragio globale del primo tempo al Téghil, quando il Bastia ci ha fatti blu come la loro maglietta, uniti vinceremu ed hanno vinto, l’Udinese ha mostrato nessun timore reverenziale. Sabato sera hanno subìto in mezz’ora tre reti in fotocopia, che hanno mandato ai matti chi come me ama alla follìa il basket: palla al portatore (playmaker), l’ala si sposta basso (verso il play) poi scatta altissimo a ricevere il lancio. Elementare, Watson, anche per chi come Edenìlson (spaesato da quel lato del campo) e Domizzi, appesantito anziché no li hanno salutati da lontano, impossibile per loro tenere testa agli avversari dal punto di vista psico-fisico.

Contro tutte le formazioni incontrate l’Udinese ha tenuto bene il campo, anche quando l’avversario era obiettivamente superiore. La difesa continua a preoccuparmi, ma questo fil rouge negativo si stende da decenni sulla verde pelouse friulana. A centrocampo la nota lietissima, specie per chi, come me, ne era rimasto devastato di delusione l’anno passato, è Guilherme: ha preso in mano il medio terreno con personalità, il piede l’ha sempre avuto anche l’anno scorso nel quale tutti i bianchineri giocarono a cjapanò, la velocità non gliela si può chiedere, ma credo, spero almeno, sia la stagione della consacrazione del ragazzo di Santo André. Al suo posto potrebbe giocare Iturra: ingiudicabile sinora, farraginoso ma volenteroso, il Patrick Hernàndez cileno potrà far bene quando capirà dov’è finito e conoscerà meglio i suoi compagni di squadra. Peccato sia stato ceduto Verre (una delle partenze che ho capito meno).

Le fasce sono risultate la sorpresa più grande: Edenìlson e Alì Adnan si sono mostrati giocatori di classe, personalità e volontà, fisicamente ben sviluppati e pronti all’uso in tempo zero. Assieme a Widmer, alla mascotte Giovannino Pasquale, ed a Pirìs (se servirà) potranno sfornare infinite corse e innumerevoli traversoni quando in centro ci sarà lo sportelloso Duvàn.

In attacco mi ha sorpreso decisamente il timidissimo Aguirre: il furore di Dio ha mostrato voglia e tecnica da sparger nei solchi ubertosi e friulani come fecondi semi, pròdromi di partite (si spera) più appassionanti della scorsa psico-stagione. Più semplicemente Rodrigo si è mostrato giocatore prontissimo all’uso. Esempio ne siano le due diversissime reti della ripresa lignanese: punizione di classe pura il primo; rapace opportunismo il secondo, quando è sbucato dietro i difensori còrsi infilandola di testa. Continua così, bad boy uruguayo!

Questa settimana vedrà le legioni bianchenere schierate prima in un triangolare di rifinitura contro la Società Polisportiva Ars et Labor, ma quella di F’ràra, non mica dalla vicina Cordovado. A fine settimana invece i colantuonici volano in Andalusìa per disputare il trofeo Topolino (invento, ma sicuramente ce ne sarà uno) contro il Granada cieffe del mister Ramòn Sandovàl. Mi fa sempre un certo effetto disputare gare in stadi che si chiamano come un personaggio finto-spagnolo di Lino Banfi (Los Càrmenes mi ricorda Filomeña dell’omonima canzone da “vieni avanti cretino”), contro allenatori che invece, non sapendo assolutamente chi siano (mah sì, viene dal Gijòn!), vedrei benissimo a cantare “esperanza d’escobàr” con Armando-Maurizio De Razza. Cambio discorso, ma per me non sarà mai un derby. Trovo sgradevole che tale nobilissimo termine, riservato a squadre concittadine o quantomeno divise da un’acerrima rivalità, venga usato per definire gare fra società appartenenti ai medesimi gruppi (tipo quelle, per intenderci, che coinvolgono amiche di sponsor, auto o compagnie aeree). Triestina, sì; Verona, sì. Watford? Granada? Ma và.

Non credo che tempo e opportunità ci conducano armi e bagagli all’ombra dell’Alhambra, ove i saladini pugnaci difesero il proprio sultanato dalle offensive cristiane. Pazienza, speriamo nella diretta televisiva. Certo: una telefonata dell’apposito addetto della società che ci chiede l’email onde inviarci l’e-ticket per volare con la squadra sarebbe una bella sorpresa. Me lo merito? No, neanche per idea. Per cui lascerò sole e deluse le solite groupies che chiudono i miei pezzi. Sarà per la prossima volta.

 

nha

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