Udinese: Prima vittoria all’Arena. E poco d’altro.

Udinese: Prima vittoria all’Arena. E poco d’altro.

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Ho sentito il mister del Brescia primavera, Davide Possanzini che solo chi, come noi, i capelli non li ha forse persi inutilmente conosce (bomber di razza in cadetteria con rondinelle e Reggina), affermare una drammatica verità: la differenza fondamentale fra i ragazzi della sua generazione ed i potenziali professionisti di domani, è che venti, trent’anni fa l’allenamento organizzato era un bonus, i gavanelli imparavano a giocare al pallone per strada, nei parchi, nei campetti di periferia con il cappellano a far da arbitro e guai a lasciarsi scappare una parolaccia, “due pateravegloria e fila a casa!”; oggi le tecnologie e la cementificazione inaridiscono il contorno, lasciano isolata al campo d’allenamento (fatta forse salva la playstation in cui tutti sono CR7) la podosdidattica. I valori, tecnici e umani, sono conseguenza della situazione venutasi a creare.

Questo mi veniva in mente osservando l’Udinese calcio, oggi, non riuscire a chiuderla contro una buona squadra di serie B. Buona, neanche fra le migliori.

Non ho ascoltato le parole del mister a fine gara, ma come al solito me le posso immaginare: ed una volta di più non me la bevo. Il volonteroso Frosinone di mister Stellone, il quale duella con il prode anziate bianconero per la pelata più sfavillante della Lega, formata da volonterosi pedatòri i migliori dei quali tenuti fuori per il turnover, è manifestamente di una categoria inferiore a tutte quelle viste a Udine nei primi mesi di questo campionato. Ovvio: se negli ultimi venti minuti ci si abbassa a difendere al limite dell’area, anche giocando contro una squadra di promozione (ricitando ancora il leggendario Eziolino Capuano) si rischia. Oggi invero un tiro e mezzo in porta dei ciociari, tutto qui. Ma miracoloso il podì di Orestiade mio.

L’Udinese ha ruminato un primo tempo illuminato solo dalla combinazione Lodi-Leali, sulla punzione decisiva; nella ripresa, quando i frusinati si sono lanciati alla ricerca di un improbabile pareggio, i bianchineri si sono divorati una serie impareggiabile di occasioni, al cui apice troneggia Aguirre che alza sopra la traversa a porta vuota (esattamente come Edenìlson contro il Palermo) e Badu, che a tempo scadutissimo calcia fuori la respinta di Leali su un suo tiro precedente.

Ma della cronaca avrete letto, straletto, avrete meditato gioito tirato il classico sospiro di sollievo: sfatato il tabù-Sandero Arena, anche se non nei tempi, maniera e contro l’avversaria più attesa. In fondo chissene: l’Udinese si appresta ad andare in trasferta all’Olimpico contro la Roma di questi tempi sperando di limitare i danni. Perché la differenza vista oggi in campo fra le due formazioni, la si noterà probabilmente a discapito dei bianchineri mercoledì sera.

Alcune cose positive: buono Lodi, fino a quando gli ha retto il fiato; buono al solito Karnezis e come lui Felipetto nostro; discreti Bruninho e Totò. Sufficiente ma mica tanto di più Alì Adnan.

Edenìlson stenta a tornare quello del precampionato; taccio della rete mancata a porta sguarnita, siccome penso non lo faccia di proposito evidentemente segnerà solo reti bellissime a difesa schierata (oggi come contro il Palermo una disastrosa conclusione a porta vuota). Théréau in casa s’impigrisce e manda in campo il gemello clochard, che mentre Di Natale si sbatte e prende botte da Modibo Diakité indossa papalina e babbucce e si gode l’edizione domenicale de Le Figàro. Meglio Aguirre,non ancora il furore di Dio del precampionato ma il suo impatto sull’attacco abulico di ‘sti giorni merita un piccolo plauso (taccio del suo errore, da circoletto rosso…). Discorso a parte per Imma Badu: gli mettono zucchero nel serbatoio all’inizio, e vive una prima frazione col turbo spento. Rientra in campo sbloccato e fa la differenza, mal seguito da una squadra spesso impigrita e talora indolente.

Rizzoli dirige una gara tranquilla, riuscendo comunque ad ammonire quattro bianchineri e due ciociari in una gara che ha visto gli ospiti menare fendenti senza risparmio. L’ammonizione di Lodi, in particolare, grida vendetta per la totale mancanza di sportività frusinate: per due volte i loro difendenti si accasciano al suolo come colpiti da un feralissimo strale (rialzandosi in due secondi) mentre gli udinesi stanno entrando nella loro area, convincendo questi a calciare fuori la sfera. Quando Théréau riceve una gomitata a centrocampo (ignorata dall’ex-grande-arbitro, che i più perfidi chiamano “rigoreperlajuve Rizzoli”) i gialloblu laziali continuano a giocare attaccando. Questione di stile: evidentemente in cadetteria, cui questi ineffabili appartengono, si usa così. Mal gliene incolse, comunque.

La vittoria ed una posizione di classifica tutto sommato più tranquilla non mi ingannano: la gara biancanera è stata scandalosa. Soffrire in questa maniera potendo invece rimpinguare il bottino senza sforzarsi troppo è risultato sufficiente oggi, ma in Serie A di Frosinone ce n’è uno solo (assieme al buon Carpi, sfrattato dal Braglia per inadempienza nel saldo dell’affitto. Ci risiamo…) ma quasi mai in futuro basterà. Qualcosa di più si è visto, dal punto di vista della voglia e dell’agonismo, ma il pallone è altra cosa.

Da Colantuono mi aspetto un coraggio che ancora gli difetta; dal gruppo un miglioramento netto sul piano della personalità e del gioco. Non sono d’accordo con i colleghi che hanno scorto in gesti di Felipe e Totò (dopo la sostituzione) segni di nervosismo: chiedano a, che so, ex-giocatori della grande Inter che vinse e trionfò ovunque se fra giocatori tutto filasse sempre benissimo. Se, per dire, Suàrez o Corso fossero teneri con i compagni più giovani, rei magari di un passaggio leggermente fuori misura… Felipetto ha fatto la faccia dura con un compagno quando si è perso un’ammonizione per conto terzi su una palla persa in attacco (ma c’era fallo su Totò): e allora? Fascetti era solito dire che le squadre dove tutti si vogliono bene e nessuno si lamenta mai, di solito retrocedono. Penso avesse una bella ragione.

Chiudo come ho iniziato: sono felice di avviarmi, fra tre anni e mezzo, verso il glorioso mezzo secolo. Mi ha consentito di esser bambino quando le strade erano spesso vuote di auto e ci si poteva, alla sera, giocare al pallone. E come me tutti coloro che hanno smesso di dedicarsi al calcio professionale (da me nemmeno lambìto da lontano) da una quindicina d’anni. La palestra della strada aumenta la sensibilità verso la palla, i compagni e gli avversari; magari non saremmo stati così bravi a fare la diagonale ma rabone, venezianate e divertimento si sprecavano. Niente arbitro, il fischio finale era opera delle nostre pazienti mamme e del sole che se ne andava a dormire, purtroppo, sempre troppo presto. E chi segna questo ha vinto, tanto domani ci si rivede. Ecco: oggi vedo attenzione tattica, disposizioni spesso speculari e quindi foriere di noia, allenatori non più pedagoghi ma attentissimi censori di millimetri di sfasatura fra i reparti. E poi, conseguenza dell’esasperazione, vediamo professionisti che calciano alle stelle con tale imprecisione che noi, al posto loro, al campetto non ci saremmo più andati per una settimana. Pena il pubblico ludibrio. Anche del cappellano: pensate davvero che questo calcio sia divertente?

Ed ora a Roma. Se la possono giocare con tranquillità. Sperando che l’anziate non guidi il pullman per parcheggiarlo davanti alla porta: sarebbe inutile. (Foto Zimbio)

Franco Canciani @MondoUdinese.it

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