Udinese-Sassuolo… Almeno divertiamoci.

Udinese-Sassuolo… Almeno divertiamoci.

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A calcio non ci ho mai giocato sul serio, ma atletica ne ho masticata in gioventù: e allora ciao Annarita. Quando se ne va un coetaneo non si capisce mai il perché; ma lei ha sopportato il male, lungo e doloroso, con la stessa dedizione alla sofferenza con cui praticava il suo massacrante sport. Le sia lieve la terra, grato il cielo, ché acquista un’anima pura. Ci vediamo dopo, Annarita, insegnami a marciare sui pascoli del cielo, di fronte a te l’infinito.

Domenica va in scena l’ultima gara a domicilio dell’Udinese; ultimo stadio (così tanto) dimezzato, ultima maglia dimezzata, ultima (spero) prestazione dimezzata.

Le squadre senza più ambizioni paiono quasi obbligate a scendere in campo, magari forse solo spinte (in alcuni elementi degli organici) dalle voci del terzo tempo calcistico. No: non quel teatrino ipocrita ed inguardabile, mutuato per un po’, a Firenze (piazza notiriamente non così sportiva), dal mondo, quello sì sportivo, della palla ovale; il reale terzo tempo del calcio si chiama mercato.

Fino a qualche tempo fa si doveva attendere la discesa del sipario sul campionato prima di annunciare eventuali compravendite fra squadre italiche: oggi già sappiamo che la Juventus si è presa Dybala e Donsah, col rosanero che non viene più schierato per evitargli possibili infortuni. C’è chi adombra irregolarità nel campionato, illieità comportamentale dovendo, ogni squadra, schierare la migliore formazione: palle. Sesquipedali. Vecchi soloni si dedicano troppo all’etnica nel pallone, pietendo squadre ricche di italiani e schifando Internazionale da triplete e Udinese senza autoctoni in campo. Cito immeritandolo uno dei miei maestri, Ettore Petrolini, nell’atto di ricevere dal Duce un’onorificenza riservatagli onde tacitarne i bollenti spiriti. Esclamò, l’umorista del settimo rione romano: “ed io me ne fregio”. Anch’io mi fregio di quel che pensano un noto, ma molto ex-allenatore romagnolo; mi fregio del pensiero dell’attuale proprietario del Milan, che dopo 287 milioni spesi in dieci anni per ripianare buchi creati dai maghi del mercato e fronteggiando un personale declino di popolarità, decide di tentare l’ultima, estrema captatio benevolentiae basata sul sentimento viejo che si oppone agli sbarchi di disperati, giù, nelle terre a me grate e da sempre antitetiche rispetto al pensiero unico nazionale (Magna Graecia la chiamarono). Nessuno ormai si cura dell’etica, ne prendo tristemente atto.

Me ne fregio anche di chi porta a vanto il Sassuolo come esempio di squadra pane e salame basata su un italianissimo zoccolo duro. Perché essi dimenticano che il proprietario del suddetto neroverde team, domenica di scena sui prati del new Friuli non vende piadine a Cesenatico bensì materiale chimico per l’edilizia in tutto il mondo, e incidentalmente presiede anche Confindustria.

Un allenatore con gli attributi, un manìpolo di ragazzotti volenterosi e qualche eccellenza, sebbene un po’ riottosa come la coppia di punta che becca più cartellini di uno stopper della Cavese (chiedendo a questi scusa se per caso risultasse immune da gialli e rossi): questo il Sassuolo, che a meno di cataclismi (e cessioni bibliche) il prossimo anno ripeterà il rito della salvezza anticipatamente raggiunta.

E l’Udinese? Altri han già detto cosa va, cosa non va, cosa cambiare; financo io mi ci sono dedicato, allo sport che tanto ci piace, sognandomi per un istante dotati di cultura calcistica pari al selezionatore della nazionale tedesca.

Io dico solo che la missione di questa squadra deve essere sempre la medesima: giocare al pallone, far divertire e divertirsi, cercare la giocata e non la distruzione, rispettare le varie vecchie signore ma non temere nessuno. Questa mediocrissima stagione se n’è andata, io di mercato non ne vorrei mai parlare perché altrimenti commenterei alla mia maniera, cioè senza riverenze di sorta, dichiarazioni di addetti ai lavori che pensano di parlare con lobotomizzati servi dell’apposita trasmissione di regime. E non è, almeno non sempre, il caso.

Non credo di essere il solo: sto infatti notando la viralità che si è innescata nell’apprezzare, condividere, copiare e commentare un’intervista fatta non ad un grande bomber del passato, ma a un terzino anni settanta, Fanesi Pasquale da Cesenatico. Ne parlo con indifferenza malcelando invidia, ché certe interviste vorrei averle fatte io. Perché Zé Pasquale (Sergio) è stato, anzi è, il mio idolo; ne ho preteso, quasi, la maglia che mi arrivò (indossata per ultima da Soro, Udinese-Alessandria 0-0) del campionato di C 1977-78; una maglia marca Admiral, senza fregi né etichette interne, che periodicamente tolgo dall’involucro protettivo e tocco, accarezzo, guardo e ripongo. Sì: quegli anni forse non mostravano intensità, densità, tattica e velocità; ma gioco, quello sì. E carattere, cuore, grinta, poche telecamere e probabilmente più botte, e fuor dal campo una serenità oggi spesso dimenticata.

Chiediamo troppo? Che il giuoco del calcio ridiventi appunto un gioco, divertendo? Che spariscano i Belloli, i faccendieri da LegaPro, le scommesse su Real Cannuccese-Caivanese iunàited? Che resti il giuoco: del pallone?

Sì. Chiedo troppo. Ma continuo perché sono un anarchico del calcio. E al numero dieci in molti casi preferisco il tre.

Franco Canciani @MondoUdinese

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