Udinese simbolo e orgoglio di una Terra, il Friuli

Udinese simbolo e orgoglio di una Terra, il Friuli

6 maggio 1976, il terremoto devasta il Friuli. C’è però l’Udinese a dare conforto, un simbolo di questa Terra. Oggi dimenticarlo significa perdere di vista i valori che contraddistinguono i colori bianconeri. E i giocatori è bene che iniziano a capire cosa significa vestire questa maglia, che responsabilità comporta, che ricordi di gioie e dolori suscita. Ogni volta che la mettono dovrebbero sentire un brivido, frutto di decenni di storia

Forse se in altre città un nuovo stadio fosse stato chiamato con il nome di uno sponsor non avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo. A Udine no, il ‘Friuli’ è un simbolo, anzi qualcosa di più.

Quando il 6 maggio 1976 la terra tremò forte, tanto forte da fare migliaia di morti, il giorno dopo quello stadio che oggi vediamo come un gioiello diventa una tendopoli che ospitava tutti quelli che sentivano di stare perdendo tutto. Lì, in quello stadio, Teofilo Sanson fece arrivare prodotti di conforto, poi lui stesso si adoperò per aiutare anche i paesi più colpiti del nord.

Lì stava nascendo una squadra che ancora oggi fa venire i brividi, una squadra che era l’incarnazione dei Friulani: colpiteci duro, ma non ci spezzerete. Da queste parti terminate in fretta le lacrime, col cuore rotto dal dolore, ci fu subito da rimboccassi le maniche e lavorare per ricominciare. Non c’era tempo da perdere.

Ma qualche sorriso stava iniziando a portarlo l’Udinese: quella di Massimo Giacomini e di un calcio all’olandese che arrivò in Italia prima di tutti. Una squadra che si faceva voler bene perché era il Friuli. La sua Udinese ha rappresentato il riscatto di una terra. Una regione intera trovava in quella squadra un motivo di coesione col tecnico dalla folta chioma un simbolo. Il 1976/77 fu l’inizio, a giugno dopo l’ennesima annata senza acuti, l’A.C.  Udinese venne sciolta per costituire una Spa con capitale  sociale formato dall’azionariato popolare e dalle quote di  Lino Midolini (ex vicepresidente), Angelo Da Dalt e  dell’industriale veneto Teofilo Sanson che divenne il nuovo  presidente, con Franco Dal Cin direttore generale.

Il terremoto è come avesse scosso anche le gambe dei giocatori che dal 1977 al 1979 centrarono una storica doppia promozione dalla Serie C alla Serie A. E quello stadio Friuli era sempre stracolmo, tanto che sull’arco vi salviamo i tifosi. “Avevo paura di segnare, temevo che esultando potessero cadere” ci ha raccontato una volta Claudio Vagheggi, oggi ancora presente nel club. Che è cambiato molto, forse troppo. L’Udinese è una tradizione, ma anche come detto un simbolo dei Friulani, consolidato nella storia, e che in quel 1976 ha firmato in calce la sua identità. Oggi vedendo una squadra fatta solo di stranieri ci si domanda quale identità rappresentino: non quella Friulana.

Da queste parti i risultati nella vita si fondano sulla lotta, l’orgoglio, la costante consapevolezza che nessuno regalerà mai nulla.
Oggi, vedendo questa Udinese, chi ha qualche anno in più non può non provare un velo di malinconia: negli ultimi anni sembra che si sia perso di vista il valore di questo simbolo per andare dietro a regole commerciali che caratterizzeranno pure il calcio d’oggi, ma che non rappresentano i valori di questo Popolo. Qualcuno sogna addirittura una Udinese come l’Athletic Bilbao, forse è impossibile, ma tutti auspicano almeno in una squadra che abbia in sé nella sua anima, quello spirito che contraddistingue una Terra che prima di tutto è Friuli, poi eventualmente tutto il resto.

Non capirlo significa discostarsi sempre di più. Allora, in quegli anni difficili, nacque il famoso ‘terzo tempo‘, con i giocatori a bere vino e stare con i tifosi dopo le partite. E’ andata avanti tanto tempo questa tradizione unica, oggi va al cuore vedere sempre più raramente qualcuno dei protagonisti affacciarsi con la gente, sembra addirittura  lo faccia per rappresentanza più che per il gusto di stare assieme. Da queste parti le sconfitte sul campo perdono addirittura di significato se vengono dopo una battaglia. Da queste parti le sconfitte nella storia sono state tante, ma sempre c’è stata un’altra battaglia davanti da combattere. A volte si è vinto, altre no, ma il cuore non è mai venuto meno.

Oggi vedere certi scempi alla maglia che rappresenta tutto questo è una pugnalata al cuore. I giocatori, si dice, sono stranieri, non possono comprendere a fondo. Ebbene, guardino questo video. 

I giocatori di oggi sono tra gli eredi di chi deve difendere il ricordo di quella tragedia, hanno la responsabilità di onorare al meglio chi ha pianto per questa maglia e l’ha sostenuta anche in quei momenti, trovando da essa conforto. Nessuno chiede risultati, ma il sentire addosso il brivido che scaturisce dall’onore di indossare quel bianconero che viene prima di tutti in Italia. Nessuno chiede risultati, ma i Friulani chiedono al club che sia sempre e per sempre il custode di un simbolo che unisce tutti. L’organizzazione aziendale è indispensabile, ma non per questo deve apparire sempre più come una multinazionale.

Il 26  settembre 1976 , veniva inaugurato lo stadio “Friuli”, con ventimila posti di capienza. Oggi il nuovo ‘Friuli’ è bellissimo, ma ancora non ha anima. Non basta una vittoria o un piazzamento per averla, serve altro, servono emozioni e valori.

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