I più grandi numeri 10: Zico

I più grandi numeri 10: Zico

Di Natale certo, ma il vero ’10’ è un’altra cosa. Rivera in Italia, ma soprattutto Zico e Maradona

Il calcio, quello che le nuove generazioni hanno forse dimenticato o ancora peggio nemmeno visto,  aveva una sua prerogativa: i numeri avevano un significato. Non c’era il nome stampato dietro a ricordare chi era questo o quel calciatore, bastava guardare i numeri. E il simbolo che portavano davanti alla maglia era più importante di tutto, ma quel numero aveva una valenza che quasi tutti si portavano dietro da quando erano bambini. George Best e quel magico 7 stampato, come Bruno Conti. Un numero magico che molti ambivano, ma non tutti ottenevano.

Ma nel calcio il numero che, nonostante i tempi, è rimasto intatto per importanza è un altro: il 10. Oggi offuscato da quel nome impresso sopra, ma con un significato sempre uguale: chi lo porta deve ostentare estro, genialità, fantasia, inventiva e anche gol. La nostra storia sui dieci numeri 10 che hanno fatto grande l’Udinese comincia, inevitabilmente, da uno. Zico. Impossibile che questo non diventi l’inizio della storia a puntate che ci porterà a ricordare questi giocatori che si confondono con il numero che hanno indossato. Partiamo da una frase: “un direttore di partite. Gli hanno dato la maglia numero 10 di Pelè e se l’è infilata senza problemi: aveva un’autorità da grande. Un tipo sensazionale e un giocatore fantastico”. La frase non l’ha detta un suo compagno di squadra o un giornalista che voleva descriverlo. L’ha detta Diego Armando Maradona, il suo rivale di sempre in quegli anni ’80 pregni di talent e numeri 10 importanti. Una frase che sintetizza tutta la grandezza di Zico e il rispetto che ha saputo ottenere da tutti. Un rispetto nato dalla sua introversione che diventava estroversione in campo. Fuori una persona come tante. Ava fare almeno una volta alla settimana una grigliata a casa sua con i compagni di squadra, una tradizione continuata anche a Udine, dove i più giovani a vedere questo lato umano rimanevano scioccati. La grandezza di Zico era anche questa: saper rendere normale la sua unicità, non voleva essere visto come un marziano, estraniandosi dal gruppo, ma voleva insegnare ai compagni cosa fare, passava anche ore a far capire a Daniele Pasa – allora giovane considerato sue erede – come tirare le punizioni. Le grigliate erano un modo per fare gruppo, perché Zico credeva fermamente non nella giocata del singolo, ma nella forza della squadra.

Un modo di pensare che si rifà a quell’Italia-Brasile, storica e indimenticabile, di Spagna 1982: “Noi avevamo una squadra fantastica e conosciuta in tutto il mondo, ancora oggi la gente ci ricorda per il Brasile del 1982. Se avessimo vinto noi il calcio sarebbe stato differente, invece vinse l’Italia e si sono gettate le basi per un calcio nel quale conta solo il risultato e bisogna raggiungerlo ad ogni costo. Si è andati verso un calcio difensivo, dove si pensa alla distruzione del gioco e al fallo sistematico. Quella sconfitta del Brasile non è stata un bene per il mondo del calcio”. Anche qui ha avuto ragione, perché l’Italia di Bearzot  che si è fatta amare, l’Italia di Pertini che esulta in tribuna, l’Italia del popolo da allora iniziò a cambiare, prima piano, poi sempre più velocemente: nella vita di tutti i giorni, nella politica e nel calcio, specchio come sempre di tutto quel che succede intorno. Solo quattro anni dopo quella frase arrivò come un meteorite Berlusconi nel campionato. Panchine lunghe per le grandi squadre, addio alle piccole la possibilità di comprare quei giocatori (vedi Causio all’Udinese o Galderisi al Verona) che i tecnici delle metropolitane per svariati motivi stavano accantonando prematuramente come si è poi visto. Poi i soldi, tanti, e chi non ne aveva rimaneva a bocca asciutta. Zico l’aveva cista giusta anche questa volta. Così come vedeva giusta la porta quando aveva una punizione. Gli avversari giocavano col terrore di provocare un fallo che desse al ‘Galinho’ la possibilità di calciare. La percentuale è chiara, sette volte su dieci era gol. Una media stratosferica, una media che Martina, portiere del Genoa martoriato dall’Udinese alla prima di Zico in Italia ha raccontato a suo modo: “Impossibile capire dove e come avrebbe calciato. Noi portieri rimanevamo fermi, ma è anche vero che le barriere non si facevano rispettare dagli arbitri”. Un’ultima difesa che non toglie nulla a quelle magie indimenticabili e che, tornando a Maradona, diedero via a una gara unica all quale si unì anche Platini.

Che anni: i tre tenori a giocare in Italia. E quella frase detta nel 1982, oggi, nel 2015, risuona ancora più come una profezia tristemente avveratasi e che è sotto gli occhi di tutti. Ma Zico è anche altro: il suo arrivo in Italia, con Cerezo, era visto da fuori il Friuli quasi come un affronto: la classe operaia non può andare in paradiso. L’ingaggio fu osteggiato, fu lotta e solo il presidente Pertini sbloccò una situazione assurda. a suo modo, con una frase semplice come lui: “Perché un bravo ragazzo non può venire in Italia?”.  Solo poco prima, in anni in cui la Lega era un oggetto misterioso in Friuli, l’orgoglio di questa terra venne fuori, tonante e scrosciante come un monsone con un cartello. In una piazza gremita si scrisse ‘O Zico o Austria’. Fece storia, ma non era una minaccia, era un’intenzione vera, sentita. Sentita come le parole di Zico che quando gli chiesero perché ha scelto Udine e non una grande ha risposto a suo modo: “perché vincere a Udine ha un sapore diverso. Alla Juve o chi per lei se vinci sei ricordato come uno dei tanti, in Friuli no”. E lui con quel capello da alpino in testa, con questa frase fece sì che nessuno, prima e dopo, abbia mai incarnato lo spirito friulano, che non è dimesso come qualcuno vorrebbe far passare, ma orgoglioso e ambizioso seppur sempre con umiltà.

“Dopo Pelè il migliore è stato Zico”: ecco, siamo quasi alla fine di questo racconto, con la frase detta dal Kaiser Rumenigge. Un’altra incoronazione che spiega perché a Udine oggi non è nostalgia parlare di Zico, ma è parlare di una storia, della storia. Del calcio, che ha scelto la piccola squadra bianconera rinunciando ad altri. Molti in seguito gli hanno rinfacciato questo: se fosse  andato altrove avrebbe vinto chissà quanto. Ma lui non ha mai ripudiato la scelta fatta, nonostante lo stato abbia fatto pagare a li e all’Udinese il fatto di voler alzare la testa. Una ingiustizia rimangiata dai tribunali solo anni dopo, ridando il giusto onore a una persona che sull’onore ha costruito la sua carriera e la sua persona. Quando Maradona, rieccolo, a Udine segnò con la mano, Zico a fine gara si prese sette giornate di squalifica per la sua sincerità: “Se sei un uomo ammetti di aver segnato con la mano – gli chiese -. Noi ci alleniamo una settimana per fare bene la domenica, non è possibile perdere per un gol di mano che tutti hanno visto tranne l’arbitro”. Ecco chi era Zico, ecco perché portava il numero 10. E chi ha vissuto quei tempi ricorderà che spesso portava i suoi figli a giocare nei pacchetti cittadini come un qualunque papà. Calciando il pallone verso di loro, ma senza pensare che avrebbero dovuto diventare come lui. Non per arroganza, ma perché ha sempre rispettato tutti, anche i figlie e le scelte che avrebbero fatto da grandi. Con il pallone che, comunque, rimane sempre per lui una sfera magica.

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