L’Udinese e la ballata dal carcere di Marassi

L’Udinese e la ballata dal carcere di Marassi

Dove Genova è ancora ferita da alluvioni, dove dal carcere qualche bandiera viene avvolta alle sbarre quando c’è la partita, dove tra sogni e disillusioni risuonano le canzoni di Fabrizio De André, genoano DOC, ma quando si vuole libertà e si guarda quel fazzoletto d’azzurro che i carcerati chiamano cielo, ogni nota è per tutti uguale
Dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fiori

Andare a Marassi è sempre qualcosa di toccante. Una città, Genova, sempre rivolta verso il mondo perché chiusa dietro dalle Alpi, quelle montagne fin troppo abusate e trascurate che hanno ferito la città. Genova tra i vicoli e quell’orizzonte che sa di sogni. Andare a Genova, tra profumi di spezie e pane caldo, tra pioggia e sole, tra fiori e cicatrici, ti lascia sempre qualcosa.

Genova col suo stadio, Marassi, storico e il più inglese tra quelli italiani. Non è un caso che il calcio in Italia sia stato importato dalla Ligura. Nacque il Genoa, la Sampdoria arrivò dopo, ma ciò non toglie che la storia della città è a più colori, come la sua anima. Triste e lottatrice, come la squadra che oggi qualcuno vede in quella di Mihajilovic, tra ricordi, cadute e nuove speranze. Comunque lottatrice. Marassi e quella scalinata dipinta di blucerchiato che scende fino a sfiorare lo stadio. E il carcere.

Perché Genova sembra sospesa sempre tra sogni e drammi, orizzonti aperti e limiti fisici. E chi sta dentro quel carcere, da sempre, la domenica ascolta il frastuono che esce dallo stadio. Chi è più fortunato, come decantava Oscar Wilde nella ‘Ballata dal carcere di Reading’, guarda quella tenda azzurra che i carcerati chiamano cielo. A Genova quella tenda è lo stadio, si intravede, e anche la galera è sospesa tra speranze spesso vane e realtà. Dura come lo è il carcere, come lo è un’alluvione.

Era il 1982 quando la prima volta ho visto Marassi. Allora non era coperto, era ancora più all’inglese di oggi, nel senso che gli spalti erano un ammasso di sognatori tifosi.

Dalle finestre sul lato verso l’impianto qualche bandiera blucerchiata era avvolta alle sbarre. Accanto niente, lì le speranze, evidentemente, erano chiuse da altri problemi. La colonna genovese delle Brigate Rosse era stata affondata con quel blitz in Via Fracchia. Fu a Genova che i brigatisti organizzarono e portarono a termine per la prima volta un attentato mortale uccidendo l’8 giugno 1976 il giudice Francesco Coco e i due uomini della sua scorta. Fu a Genova che il generale Dalla Chiesa grazie al pentito Patrizio Peci venne accompagnato su un autobus da due brigatisti fino ad un appartamento al piano terreno lungo una strada in salita il cui nome, via Fracchia,  ricordava un personaggio di Paolo Villaggio. Fu una strage, tre brigatisti morirono, altre azioni di vendetta.

Poi il carcere: duro. Dove le partite erano solo un vecchio ricordo di ragazzi che hanno buttato via la loro vita e ascoltavano. Ma quel fazzoletto azzurro che i carcerati chiamano cielo non era nemmeno più per loro. Davanti, a Genova, c’erano solo mura e rumore di chiavi e porte che si chiudevano.

Il sogno di ogni ragazzo di giocare a pallone era finito, come tante speranze sono finite a Genova.

E dopo due anni da quel blitz, nel carcere la domenica prima di Natale andò in scena Sampdoria-Udinese. Uno a tre per i bianconeri. Pulici, Mauro, Causio non perdonano. E tolgono al natale di Genova altri sogni, almeno quelli blucerchiati. Un’altra ferita, in una città che si rialza sempre, come Udine. E in quella Samp nasceva una piccola grande storia, che da lì a pochi  anni l’avrebbe portata allo scudetto e a Wembley, come una caravella alla scoperta del mondo. Poi di nuovo fallimenti, la B, fino ad oggi.

Dove Genova è ancora ferita da alluvioni, dove dal carcere qualche bandiera viene avvolta alle sbarre quando c’è la partita, dove tra sogni e disillusioni risuonano le canzoni di Fabrizio De André. Genoano DOC, ma quando si vuole libertà e si guarda quel fazzoletto d’azzurro che i carcerati chiamano cielo, ogni nota è per tutti uguale.
Dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fiori

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