Pordenone: Un modello ‘Made in Friuli’

Pordenone: Un modello ‘Made in Friuli’

I segreti del successo del Pordenone nascono tanto tempo fa.Per questo parere di miracolo è ingiusto, sulle sponde del Noncello c’è programmazione e un tecnico come Tedino che, come un maestro orologiaio, sa far girare al meglio tutti gli ingranaggi, dal primo all’ultimo

1 Commento

Il miracolo Pordenone è tale solo per chi non ha seguito le vicende neroverdi degli ultimi due anni. Per gli altri è solo programmazione e bravura. Di tutti indistintamente, perché quando ci si reca al ‘centro De Marchi‘ si capisce bene che non è una frase fatta quando i protagonisti dicono che questo ambiente è familiare, che la squadra è fatta da amici prima che tra colleghi. E se capitate per il centro sportivo capirete perché in in categorie superiori molti club lo invidiano.

Il segreto del successo è qui, ma nasce parecchi mesi fa. Nel novembre 2014 Mauro Lovisa chiama a corte Fabio Rossitto. Dopo le vicissitudini con gli allenatori precedenti la squadra è ultima, sfiduciata, con qualche carenza atletica. Ma l’organizzazione c’è già e l’avvento di Don Fabio da Polcenigo ha dato la scossa giusta.
Portando i Ramarri a una rincorsa che si è infranta solo ai playout in una gara strana contro il Monza: al Bottecchia davanti a 2 mila persone i brianzoli in crisi societaria e senza futuro certo si sono imposti 2-0. Al ritorno ancora peggio: 6-3 e tutti a casa. Rossitto non fece il miracolo e questo inaspettato crollo sul più bello forse gli costò la panchina.

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Il centro De Marchi, altro gioiello del club neroverde

 

Lovisa non lo confermò, aveva in mente altro. Innanzi tutto la richiesta per il ripescaggio, strada non facile tra i meandri della burocrazia. Una volta adempiuto a questo obbligo si è optato per Bruno Tedino, udinese di nascita, pordenonese d’adozione.

La scelta ha forse lasciato l’amaro in bocca a Fabio, ma anche questa è stato il frutto di ragionamenti, di programmazione. Così come il mercato: si è comprato scegliendo i giocatori che servivano, senza andare dietro a nomi o illusioni. Poi si è aggiunto qualche elemento che voleva rilanciarsi, e tanti giovani. Con i quali Tedino ha iniziato la stagione, perché a luglio ancora la Lega Pro era solo una forte speranza. “Li ringrazierò sempre, perché se siamo qui oggi il merito è anche loro“, ci ha detto recentemente.

E non mente: la sua idea di calcio è totale non solo in campo, ma anche fuori. Tutti devono essere utili, anzi indispensabili per il progetto. Tutto dev’essere oliato come un grande orologio dove ogni ingranaggio ha una sua funzione primaria. Se si blocca tutti gli altri ne risentono. E per non farlo boccare serve un lavoro quotidiano, fatto di psicologia, mestiere, capacità. E risultati.

Perché alla fine i giocatori iniziano davvero crederci quando vedono che in campo il gioco espresso gira. Il Pordenone ha scelto un 4-3-3 che esalta tutti, ma prima di arrivare a questo lo spogliatoio si è cementato, ha capito che questa società è ambiziosa non solo a parole.

Mi piacerebbe fare come il Carpi, ottenere la A in qualche anno” ha raccontato recentemente il pres. Lovisa, e c’è da credergli. Gli manca qualche tassello come lo stadio, ma anche qui ci sta già lavorando su.
Il Bottecchia in B non sarebbe agibile, si sta già pensando ai piani alterativi. Uno più estemporaneo per un ampliamento come fatto anni addietro a Portogruaro, un altro più complesso che prevede un nuovo impianto adatto alle ambizioni del club.

Sotto traccia anche la politica e la rete industriale del territorio si sta muovendo. Ma soprattutto il modello Pordenone piace a tutto il Friuli. Anche i tifosi dell’Udinese si stanno appassionando a questa squadra he ricorda un po’ la scalata dei bianconeri di Giacomini.

Anche allora ‘Mad Max‘ era all’avanguardia come lo è oggi Tedino: 4-3-3 seppur col libero come richiedevano i tempi, ma soprattutto una gestione corale del gruppo e un presidente come Sanson appassionato tanto quanto Lovisa.

Il modello Friuli è anche tanta identificazione: e il Pordenone di oggi con tutti italiani in squadra, ragazzi intelligenti e capaci anche fuori dal campo, rende tutto più facile. Splendida l’iniziativa di portarli a ridosso di Natale in un tour per i locali del territorio. Il legame con la gente è fondamentale e a Pordenone si è capito come renderlo possibile. E anche in futuro l’ambizione di Lovisa è avere uno zoccolo duro di italiani, anzi una squadra per lo più di italiani.

Con uno spiccato accento friulano, perché il modello Pordenone è figlio di questa terra e dei suoi valori.

1 commenti

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  1. zippo - 11 mesi fa

    si ma che senso ha andare in B se lovisa non ha intenzione nemmeno di adeguare il bottecchia??? per favore non parliamo di stadio nuovo perchè è utopia pura…lui mi sembra che parli di esilio a udine o portogruaro in caso di B e la cosa non mi sta bene!!! il bottecchia va adeguato per la B!!!!

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