Il ritiro dell’Udinese

Il ritiro dell’Udinese

Un altro ritiro non potrà risolvere i problemi endemici che affliggono la squadra

di paoloblasotti

Ritiro. Ormai da almeno 4 anni questa parolina fa capolino con ridondanza quando si parla di Udinese. E’ la pastiglia per il mal di testa, che negli ultimi anni sta assalendo con troppa frequenza la squadra e l’ambiente al punto da renderla ormai dipendente dal farmaco; una panacea che con un colpo di spugna dovrebbe cancellare tutti i mali della squadra, un palliativo del quale si abusa troppo spesso per tamponare emorragie venose e arteriose. L’idea è che puoi mettere un cerotto qua e un cerotto la ma l’emorragia così non la curi ne il moment può curare una cefalea che ti assale troppo spesso. Quando succede è perchè sotto c’è qualcosa di più grave.

Il rendimento dell’Udinese in questi anni è stato abbastanza lineare, partite come quelle di Domenica sono una fotocopia di qualcosa di visto già troppe volte in questi anni. Fateci caso, poteva assomigliare alla gara con il Carpi dell’era Colantuono, primo tempo imbarazzante, secondo tempo arrembante con confusione; si possono notare similitudini con la gara con il Frosinone sempre di quell’anno o per tornare a questa stagione alla gara con la Roma. Insomma il male si ripresenta con tutti i suoi sintomi, e forse andrebbe curato alla radice e non tamponato con una pastiglia. Il ritiro è servito in passato, è servito prima della delicata sfida con la Samp, ma parliamoci chiaro: se siamo costretti a ricattare una squadra con un ritiro della durata di una settimana, in modo da tenere i ragazzi lontani dalle loro famiglie per cosi tanto tempo, per ottenere la domenica una prestazione, neanche superba ma quantomeno decente sotto il profilo dell’attenzione e della compattezza di squadra, vuol dire che il problema di fondo è un altro e ben più grave. Questa squadra vista così avrebbe bisogno di 30 ritiri, uno per ogni gara di campionato che rimane da qui alla fine. Il problema di fondo è un altro.

Sono sempre stato del parere che la prestazione della domenica si costruisce durante la settimana. Dal lunedi al sabato si semina e la domenica si raccoglie. Principio basico e anche un pò rurale, ma incontrovertibile. A questo punto abbiamo dei dubbi sul lavoro settimanale del mister. E’ vero questo giro ci sono stati di mezzo gli impegni con le nazionali, che spolpano la squadra di ben 15 effettivi ogni volta, ma questi sono problemi che assillano anche gli altri allenatori; il punto è che se hai già un impianto di gioco strutturato con radici che affondano ben salde nel terreno, riesci a sopperire a questa emergenza, se sei un cantiere aperto, come l’Udinese, la sosta dei nazionali non aiuta. Il cantiere di Gigi Del Neri è apertissimo, anzi i lavori sembrano talmente indietro che pare che si aspettino ancora i nullaosta burocratici per dare i primi colpi di pala.

Dopo un anno, o meglio dopo 4 mesi dall’inizio del ritiro, visto che rispetto a quella dello scorso anno la squadra un pò è cambiata, ancora si nota lanci lunghi dalla difesa, centrocampo privo di conoscenze di gioco (tempi modi di portare il pressing e di far correre la palla) movimenti senza il pallone, coperture preventive, coperture sul portiere sui tiri da fuori ( il secondo gol di Thereau è stato la fotocopia di quello di Belotti con il Toro) e incapacità di alzare il fronte di gioco mantenendo la squadra corta in 30 metri di campo, se non in sporadiche occasioni.

Domenica ha destato imbarazzo come la squadra nei primi 45′ non riuscisse nemmeno ad imbastire una ripartenza nonostante la pressione della Fiorentina non fosse dettata da un gioco scintillante ne cosi dittatoriale da toglierti l’aria. L’Udinese pareva una squadra che aveva accettato il suo destino prima ancora di subirlo: un pugile che si era messo alle corde prima ancora che l’avversario si fosse messo la dentiera. Tutto ciò è inammissibile.

Passando alle disquisizioni tattiche, non ha funzionato l’esperimento Barak davanti la difesa. Il ceco non ha mai chiamato il pressing alto, non è riuscito ad imbastire un giro palla efficace, ed è andato in apnea tattica già dopo 10 minuti. Nella ripresa per diversi minuti si è visto qualcosa quando De Paul è stato spostato in mezzo al campo, dove può spendere con maggior lucidità la sua qualità in funzione delle punte, e non a caso in quel frangente sono nati il gol annullato, quello buono e un’altra sua conclusione (l’unica tra i pali della porta viola), ma anche la palla persa dalla quale è nato il secondo gol viola. Non possiamo incolpare l’argentino o solo lui per il secondo gol preso, Veretout è partito dalla sua metà campo per un coast to coast senza essere affondato da un fallo tattico ne murato al momento della conclusione dai 20 metri, ne alcun difensore ha coperto l'”errore” di Bizzarri sulla respinta. Cose già viste insomma.

Allo stato attuale l’Udinese denunzia si il problema portiere, ma certifica anche una mancanza di cattiveria nel leggere certe situazioni basilari, l’attenzione nelle coperture preventive, il mancato mutuo soccorso tra gli effettivi in campo, e soprattutto la scarsa conoscenza di un gioco collettivo. Spesso nelle partitelle infrasettimanali Del neri insiste nel mischiare le carte tra titolari e riserve; forse dovrebbe insistere più nel individuare un undici base e farlo lavorare fino alla nausea in modo da mandare a memoria movimenti, soluzioni di gioco,  e quant’altro. La conoscenza di gioco di un collettivo è fondamentale. All’Udinese sembra assente del tutto.

Fa specie inoltre, che poi i ricambi dalla panchina siano maledettamente limitati ai soliti noti, mentre i soliti Ignoti rimangono nello sgabuzzino e non si saprà mai se da loro possa arrivare un contributo significativo o no. I soliti noti di sicuro non lo offrono.

Insomma, ritiro sia. Avanti con un’altra pastiglia, ma il mal di testa rimane. Attenzione però, abusare dei farmaci fa male. Il problema va risolto alla radice.

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