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La Lazio non è un esame, non è la gara della vita: ma perdere significherebbe rabbuiarsi nuovamente.

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Possiamo chiamarla la partita della verità? Cero che no! Diamine! Da anni l’Udinese offre qualche raggio di sole, per poi oscurarsi irrimediabilmente dietro a nubi minacciose. Per cui è bene che i tifosi bianconeri si armino di pazienza e lascino nel cassetto quei facili entusiasmi che poi rendono loro solo peggiore il brusco ritorno alla realtà.

Se poi i bianconeri riusciranno nell’impresa di inanellare almeno tre vittoria consecutive prima o poi (non accade da quando c’era Stramaccioni), allora un pizzico di ottimismo può anche tornare intavola, ma con giudizio.

C’è chi nega con veemenza che questo non sia poi un grande gruppo. Forse avrà ragione (si spera), ma quando si parla di questo argomento non bastano i ‘selfie’ o le cene documentate minuziosamente sui socia al far cambiare idea: una squadra può essere tale e rispettare alcuni riti, ma non è un gruppo. Questo lo si dimostra in campo aiutano, parlando la stessa lingua (anche calcistica) e soprattutto sposando quella bandiera per la quale si è firmato un (aiuto) contratto: quando questi valori emergeranno allora verrà fuori anche il gruppo.

Per ora sei naviga a vista e di fronte c’è la Lazio che con Immobile Anderson e Keita può fare particolarmente male se non si presta attenzione. Quella che va e viene un po’ come l’entusiasmo dei tifosi.

Non mancano i problemi a mister Iachini (please, non si metta sulla graticola anche l’ennesima scelta in panchina, perché i problemi veri è palese che stanno per lo più altrove): mancano Widmer, forse Badu, Hallfredsson, Samir. Insomma serve continuare a inventarsi ruoli non proprio consoni. Del resto forse ci si doveva pensare in sede di mercato, quando si è costruita una squadra per il 3-5-2 non andando a pensare che anche i terzini possono servire.

Mancherà forse un po’ di spinta sulle fasce, per cui largo alle mezzali e a De Paul trequartista: loro dovranno dare verve alla manovra cercando possibilmente di non stare troppo dietro alla linea del pallone. Difendersi prima di tutto forse può servire per un po’, ma alla lunga serve organizzare un gioco che non sia fatto di lanci lunghi o di individualismi.

Qui starà il banco di prova per Iachini: dare una fisionomia a una squadra che da anni non ne ha una e che anche cambiando schemi e tattiche conferma che la coperta da qualche parte rimane corta.

La Lazio non è un esame, non è la gara della vita: ma perdere significherebbe rabbuiarsi nuovamente.

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