Luca Mattei: “il Rey” torna a casa

Luca Mattei: “il Rey” torna a casa

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Non nutro particolari simpatie per i network sociali, piazze informatiche ove (lo si diceva ieri) ognuno si sente autorizzato a dire la propria, senza far la tara a quanto propinerà agli amici virtuali, fors’anche a quelli reali. Alla fine dell’anno passato, però, qualcuno mi indirizzò a nostalgici gruppi sportivi organizzati, cavandomi dalla mia medievale gestione del web dicendomi che, sì, il 99% delle reti social sono fuffa, ma alcuni campioni del passato proprio lì si dàvano appuntamento, per condividere vecchie foto sportive, sfidandosi al riconoscimento della foto postata, della partita, del campo, del realizzatore. E aneddoti. E così, virtualmente, ho potuto conversare con le mie icone del passato, per me mai passato in secondo piano: Kareem Abdul Silvestrin, Marco Solfrini, Tiziano Lorenzon per la parte basket; Federico Rossi, Antonio Tormen (con cui abbiamo ricordato il pomeriggio irreale al Palli di Casale quando lui e Basili batterono il proprio passato) ed un’ala destra, più recente nella nostra memoria. Arrivò dalla Viola nel 1989; era la Fiorentina di Baggio, di Borgo-gol, di Hysén e Dunga, i gigliati che agguantarono la qualificazione in Uefa grazie all’unica rete di Pruzzo quell’anno, nello spareggio proprio contro l’ex-squadra del bomber di Crocefieschi. udinese-luca-mattei-top-micro-card-italian-league-1989-football-trading-card-26978-pLuca Mattei era un’ala tipica, di quelle che piacciono a noi: puntava l’uomo provando a saltarlo, proponeva l’uno-due poi cercava il fondo per un cross tagliato al centro, spesso timbrato in rete dall’Abel Balbo di turno. La sua militanza udinese durava quattro stagioni, poi nel 1993 preferiva accasarsi al Pisa del vulcanico Anconetani; almeno qui, in Friuli, se ne persero le tracce. E lo riscopro, fuori dal calcio che conta, sulla suddetta rete sociale, qualche mese fa. Lo spirito è il solito: indomito, outspoken, dice quel che pensa, quando lo ritiene ed a chi di dovere. Non si nasconde. Poi, settimana scorsa, un suo post con il logo dell’Udinese. E inizio a pensare. Vuoi vedere che… Sono timido. Timidissimo. Mai convinto che sia normale disturbare personaggi pubblici, meno ancora magari scoprire che i sogni del nostro passato sono tutt’altro che eroi invitti, come ce li dipingevamo. Ma Luca Mattei no, lui non può essere diverso da quel ragazzo men che trentenne che si prese gli strali di colleghi e tifosi poco attenti, mentre per lui la fascia da capitano che portava al braccio era sinonimo di fierezza. E ieri sera mi violento, gli scrivo un messaggio di complimenti e congratulazioni, un po’ al buio, cui risponde subito. E capisco che avevo letto bene: Luca torna a casa. Rientra nel calcio che conta dalla porta principale, quella biacca e carbone, che non l’ha mai dimenticato. Gli chiedo la cortesia di cinque minuti di chiacchierata, oggi, subito concessi. Lo chiamo. Parliamo. Di noi e della rete memorabile contro il Napoli, un tiro a giro à la Totò; degli anni in bianconero, dove dalla famiglia Pozzo si sentiva coccolato come un figlio; delle opportunità di passare a squadre di spessore, rifiutate senza mai un rimpianto, perché riteneva Udine una casa, uno dei posti grati fuori della sua Livorno. Delle decine di amici che ancora qui a Udine lo chiamano, gli chiedono di venire su a passare qualche giorno nel suo Friuli; del perché abbia deciso, lui figlio d’Ardenza, lui che respira la stessa aria del grande Mario Cardinali (direttore del Vernacoliere), di accasarsi presso l’eterna rivale nerazzurra (questo resta fra Luca e me…) quando disse arrivederci, non mai addio, alla maglia a strisce bianconere. Gli ho rimproverato (figuratevi con quale tigna!) una mezza stagione non all’altezza, in B, nel 1991; da contraltare un ringraziamento infinito. Per il quarto d’ora al telefono, per le gare indimenticabili giocate sotto l’arco del Friuli, per essere stato in campo quello che ogni ragazzino vorrebbe diventare: anarchico, fantasioso, bello da vedere e coraggioso nel tentare l’ultimo dribbling. E oggi? “oggi il calcio è diverso, è cambiato, tanto cambiato”. Lo dice, Luca, senza alcuna nostalgia (che invece io sbandiero), ma con la consapevolezza che i Pozzo lo hanno chiamato perché ci si può anche formalmente perdere di vista, nella vita; dimenticarsi, invece, è esercizio impossibile se ci si è voluti bene, pur tra qualche ovvia incomprensione. Ci salutiamo, Luca ed io. Ovviamente mantenevo il rispettoso Lei, ma “e dammi del tu, Franco, io sono Luca!” Detto fatto. E ci diamo appuntamento in Friuli, una delle prossime partite, quando il piacere ed il dovere ci vedrà riuniti a seguire gli stessi colori. Bentornato, Luca Mattei; a presto, campione: siamo cresciuti, forse invecchiati, ma io sarò sempre un ragazzo che ti guarda giocare sognando d’indossare quella maglia, e tu il “sette” che li salta tutti e serve il viejo Ricardo Gallego Redondo per la più facile delle reti.

Franco Canciani @MondoUdinese

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