Orlando: Fernandes, talento da ritrovare

Orlando: Fernandes, talento da ritrovare

Una carriera costellata di successi, soprattutto in maglia rossonera. Alessandro Orlando, ex difensore di Udinese e Milan e ora allenatore al Flumignano, ha vissuto anni d’oro nella Scala del calcio, culminati con la “doppietta” – scudetto e Champions League – nella stagione 1993-1994. Ma anche nella sua patria, il Friuli, Orlando ha raccolto grandi soddisfazioni, come la conquista della prima qualificazione in Coppa Uefa al termine del campionato 1996-1997. Ricordi ancora vivissimi, che quasi “stridono” con il nuovo indirizzo che ha preso il calcio in Italia. Di questo e molto altro ha parlato in esclusiva al settimanale La Vita Cattolica. Udinese Alessandro OrlandoOrlando, che idea si è fatto di questo campionato, “archiviato” dalla Juventus praticamente già al termine del girone di andata? «È stato un campionato dominato in lungo e largo dalla Juventus. È chiaro che tutti speravano che il cambio di allenatore e il buonissimo avvio della Roma potessero cambiare le carte in tavole. Diverse squadre hanno provato a insidiare il primo posto, ma la Juve più per collettivo che per organico – e per alcune innovazioni apportate da Allegri – ha trovato stimoli nuovi e si è trovata con lo scudetto cucito sul petto da tempo. Per il resto, credo che le altre formazioni abbiano rispettato le aspettative. Il Milan rimane un cantiere aperto. Forse era lecito, invece, attendersi qualcosa in più dall’Inter che ha puntato su un allenatore più navigato come Mazzarri prima e come Mancini dopo. Nessuno me ne voglia, ma va anche ricordato che questo è stato un campionato in parte falsato dal caso Parma. Anche se i giocatori in campo stanno dando il massimo…». E l’Udinese come la colloca? «Direi che sta disputando un campionato anonimo: ci sono stati alcuni momenti positivi intervallati da fasi negative o da cali di tensione. Udinese e Fiorentina forse sono le squadre che sono mancate all’appello. Anche se va sottolineato che i viola sono arrivati fino in semifinale di Coppa Italia e ora disputeranno i quarti di finale di Europa League. In campionato ha fatto un po’ fatica, anche per evidenti problemi offensivi: Gomez e Rossi sono difficili da sostituire». Che idea si è fatto, invece, dell’altalenanza dell’Udinese? Problemi di organico, di mentalità o di gestione del gruppo? «Il punto fermo è la società, la stessa di 20 anni fa. Il cambio di allenatore o la rotazione della rosa fa parte della metodologia di lavoro. Credo che la società abbia ragionato come sempre, ma probabilmente qualche errore è stato fatto. Forse la scelta dell’allenatore non ha prodotto gli effetti sperati. Inoltre quest’anno non si è trovato il Sanchez, il Basta, il Pizarro o l’Inler di turno. Di Natale, poi, non ha più 20 anni, quindi non ci si può attendere venti gol a stagione. In questo campionato non si è ancora capito – e ormai siamo arrivati alla fine – se questa è una squadra solo da salvezza o da posizioni più interessanti. Credo che in generale sia mancata un po’ di personalità». C’è qualche giocatore tra i bianconeri che l’ha impressionata maggiormente? E qualcuno che l’ha delusa? «Mi aspettavo qualcosa di più dal reparto difensivo, dove ci sono giocatori di esperienza. Mi piace molto Cyril Thereau, mi ha sempre entusiasmato e anche quest’anno i suoi gol li ha fatti. Allan si è distinto di più per presenza fisica che in fase di costruzione. Lasciando stare Muriel, che meriterebbe un capitolo a parte, sicuramente mi aspettavo di più da Bruno Fernandes, ha buonissime qualità, ma rimane un po’ acerbo. L’ho visto fare spezzoni di gara di livello, ma solo quando riceveva il giusto supporto da difesa e centrocampo». Con la sua esperienza, che consiglio darebbe a Fernandes? «Di consigli pochi, cercherei invece di farlo giocare il più possibile. Ne ha bisogno per l’età e per crescere in termini di personalità. Non dovrebbe solo buttarsi negli spazi e andare verso la porta, avrebbe bisogno di poter gestire la palla in un certo modo, con appoggi più vicini per essere più al centro del gioco. Per come gioca attualmente l’Udinese un trequartista con quelle caratteristiche non serve, servono piuttosto giocatori che attacchino gli spazi». Dopo il Milan, arriva al Friuli l’Inter, squadra di proprietà estera. Come valuta l’ingresso di capitali stranieri in serie A? «Non invidio il calcio di adesso in Italia, dove le squadre mandano in campo uno o due giocatori italiani a partita. Così come arrivano allenatori e giocatori stranieri, arrivano anche capitali stranieri. In Italia la giostra si è fermata, forse non siamo ancora pronti a metabolizzare il fenomeno come avviene da tempo in altre realtà. Penso a Psg, Monaco e Manchester City. D’altronde il nostro campionato ha perso appeal, come dimostrano i preoccupanti dati sul calo di spettatori negli stadi e, dunque, c’è bisogno di nuove risorse. Se penso che negli Anni Novanta lottavamo tra serie A e serie B e c’erano 23-24 mila tifosi sugli spalti…». Possiamo parlare di “sogno infranto”? «In quel periodo era iniziato un percorso, ma non credo che si sia raggiunto il risultato sperato. Siamo in Italia, ma quanti giocatori italiani giocano nelle squadre italiane? È questo che mi amareggia. Difficile cambiare adesso, ci vorrebbe una rivoluzione totale. L’Udinese nel suo piccolo sta dando un segnale importante con la ristrutturazione dello stadio, ma Udine rimane pur sempre una città di provincia. Le nuove regole della Figc? Potrebbe essere un inizio. Dobbiamo ridare valore ai settori giovanili, puntare sulle strutture e sulla programmazione. Ma non credo che si possa fare tutto ciò in un anno e i club hanno fretta di ottenere risultati. Per capirci, dopo due stagioni senza Coppe il Milan deve tornare a vincere subito per evitare ulteriori perdite economiche».

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