Barcellona, Juventus e i dieci euro (F. Canciani)

Barcellona, Juventus e i dieci euro (F. Canciani)

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Sgombriamo il campo da equivoci: in Italia non ci sono squadre che avrebbero potuto percorrere la strada verso Berlino che la formazione torinese ha invece compiuto: vero, hanno sfruttato un corridoio favorevole fatto di Dortmund e Monacò (e gli avversari cinque vittorie su sei contro City, Bayern, PSG) prima di sbriciolar meringhe in semifinale. Detto ciò, bravo Allegri a massimizzare le doti dei suoi.

Poi arriva la finale, vedo tifosi bianconeri far festa, indossare già magliette celebrative per il triplete schernendosi dietro frasi di circostanza e apotropaiche toccatine di sottostanze; li vedo commossi all’inizio, li vedo combattivi per centottanta secondi. Poi ci pensano Iniesta e Rakitic a far capire a tutti come stanno le cose, qualora taluno se ne fosse dimenticato.

Non farò l’ennesima analisi della gara, dei cambi, dei più e meno, delle lacrime finali, di chi rimane e chi se ne va. Come da mia abitudine, tante sciocchezze, o forse no.

La palla, l’Eupalla, ha carattere mutevole; la sfera rotola, rotola sempre, non avendo spigoli né angoli. Ma non di fronte a Platini in alta uniforme, e ieri sera i valori in campo sono stati mantenuti.

Il 3-1 ci sta tutto: perché i blaugrana sono più squadra, più tecnici, più forti tanto che al posto di Luìs Enrique, che a Roma ricordano come il Renato Rascel della panca che si fece eliminare al primo preliminare di Europa League qualche stagione fa dal Deportivo Chicazzé, potrebbero chiamare ad allenare un ragazzo di quelli che consegnano le pizze. Fateci caso: l’entrenadòr fa pesare la tattica, mette Messi in panca e il Barça  è terzo in campionato. Lo chiamano, gli dicono che non gli vengono richieste idee ma solo mera gestione, e triplètano sigaretta in bocca. Anche ieri sera contro i rosastellati taurinensi hanno sofferto i quindici minuti in cui Pirlo ha giocato da par suo, per il resto un monologo.

Coppa meritatamente in Catalunya, la cuinta e tutti felici. E mi tornava in mente Conte, tanto sbertucciato. Allegri ha fatto meglio di lui in Europa. Ma per vincere ci vuole altro. Cosa? I top player.

Tévez è arrivato in Italia dopo aver lasciato modeste tracce a Manchester (le due sponde) ed agli Hammers; qui ha fatto da subito la differenza, risultando uno dei migliori giocatori del campionato.

Ma in semifinale contro il Reàl e soprattutto ieri, è sparito dal campo. Ha partecipato alla rete juventina, ma prima e dopo solo vuoto pneumatico. Paradigma del livello del nostro campionato.

Un campionato in cui con dieci euro mangi e chi sta attorno a te ti guarda con ammirazione, dicendoti “và che pranzo da re… che campioni…”. Ma il profeta pavese Pezzali Max lo disse vent’anni fa, con un deca non si può andar via ed appena la Juventus mette il naso fuori casa, appena entra nel salone delle feste dell’Opera di Parigi, sventolando fiera la rossa banconota firmata da Mario Draghi, dai taschini spagnoli e tedeschi spuntano i biglietti verdi, quelli gialli, quelli rosa e le carte bancarie gold a credito illimitato. Tre a uno e palla al centro.

E a coloro i quali che si alzano, applaudono e dicono “noi c’eravamo tutti gli altri no” evidenziando un livore poco sportivo, dico che la storia di una società parla, urla, grida forte: Ajax, Amburgo, Dortmund, Milan, Reàl, Barça le sconfitte in finale, a fronte di una vittoria ai rigori con l’Ajax e l’esultanza fuori luogo di le roi con quasi quaranta salme allineate nello stadio, su transenne, all’Heysel. Un po’ poco.

E quando arrivano queste occasioni, e quando le pareggi e l’avversario per dieci minuti sembra incredulo e vacilla, concedere tre contropiedi alla squadra più forte del mondo testimonia della ragione da vendere dell’antipaticissimo CT della Nazionale: dieci euro. In un campionato da cento lire di media si vince con otto giornate d’anticipo. In un tre stelle Michelin invece c’è la medaglietta dello sconfitto.

È lo sport. ma anche in Italia se lo ricordassero, qualche volta.

Franco Canciani @MondoUdinese

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